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GIUSEPPE E LA FESTA DEL PERDONO

 

La vicenda di Giuseppe, strettamente legata a quella dei suoi fratelli, è una delle più note del racconto biblico, e, per certi versi, una delle più commoventi.
È una storia ricca di insegnamenti per la vita cristiana e che si distacca nettamente dal flusso narrativo dei precedenti patriarchi, tanto che è nota la formula che richiama al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe ma non include Giuseppe.
 
Questo stacco sembra quasi prefigurare un cambio netto.
Che ci sarà, perché la vicende di Israele con Giuseppe si sposta da Canaan all’Egitto, dove, dopo un lungo periodo di prosperità, il popolo conoscerà la prigionia, la schiavitù, ma sperimenterà poi con Mosè la vicenda della liberazione, della salvezza, di quella Pasqua che preannuncia il pieno compimento della Storia della Salvezza con la Pasqua di Gesù.

La storia di Giuseppe sembrerebbe quasi da telenovela, e gli elementi ci sono tutti: invidie, gelosie, passioni e tradimenti, odi e persecuzioni che arrivano quasi al delitto.
Giuseppe rischia più volte la sua vita, a causa dei suoi stessi familiari e dei padroni egiziani di cui diventa schiavo.
Eppure, in questo crogiuolo di bassa umanità, attraverso la fede, la pazienza, la mitezza, Giuseppe è capace di scrivere una storia bellissima di umanità, speranza e amore che apre potentemente al messaggio di Cristo.
 
Giuseppe avrebbe avuto tutti i motivi umani per ribellarsi a Dio.
 
Prediletto dal padre Giacobbe subisce la morbosa gelosia dei fratelli che, arrivati a un passo da ucciderlo, lo vendono come schiavo, lui che amava profondamente la sua famiglia; in Egitto dopo un primo momento di recupero e relativo benessere subisce la passione della moglie del padrone e, respinta la donna per amore di Dio e rispetto del padrone, rischia ancora la morte.
 
Tuttavia, in tutte queste tribolazioni non manca mai in questo ragazzo la fede nel suo Dio, una fede cieca e totale in ogni avversità.

Questa fede sarà premiata con il riscatto, la riabilitazione e la glorificazione di Giuseppe come altissimo dignitario del regno.
Ma, ancor più, vedrà il trionfo con il perdono concesso ai fratelli che inconsapevolmente corsi da lui nel bisogno della fame sperimentano la salvezza: salvezza dalla fame ma soprattutto dall’odio.
 
La fede in Dio nella tribolazione fa passare Giuseppe dalla morte alla rinascita, l’esercizio spontaneo della giustizia, della carità e del perdono daranno a Israele una vita nuova.
 

UNA LETTURA SAPIENZIALE DELLA BIBBIA

LA SAPIENZA DI DIO

 

Attraverso la vicenda di Giuseppe vediamo apparire un concetto nuovo nella storia di Dio: quello sapienziale.
 
La sapienza di Dio si esprime attraverso modalità che sono opposte alle nostre: Dio non interviene con gesti potenti, ma la sua presenza si intesse con le scelte degli uomini nella loro quotidianità: Dio è presente anche quando sembra che non ci sia.
 
La vicenda di Giuseppe ci dice che solo con uno sguardo di fede è possibile non rimanere schiacciati dagli eventi, e che la fede, la speranza e la carità sono il solo modo possibile di vivere del credente, soprattutto nelle tribolazioni.
 
Ha senso credere in Dio se noi crediamo che Lui è l’unica opportunità che abbiamo per realizzare pienamente noi stessi.
Poiché Dio risiede nel nostro cuore dobbiamo abituarci ad ascoltarlo perché solo attraverso Lui possiamo realizzare la nostra umanità.
 
Si capisce allora come alla luce della fede, la nostra storia individuale che spesso vediamo come un groviglio di contraddizioni, sogni non realizzati e insuccessi, acquista una dimensione diversa: diventa portatrice di salvezza.
Dobbiamo imparare a vedere la logica di Dio nelle nostre vicende umane perchè la nostra logica non basta.
 
In ogni evento della nostra vita, dal più gioioso al più triste, dovremmo chiederci: che cosa vuole insegnarci Dio con questa esperienza?
 
Spesso noi viviamo difficoltà relazionali con chi ci circonda, ci sentiamo incompresi e non accolti.
Ma abbiamo mai chiesto l’aiuto di Dio per capire se in effetti non siamo noi un problema a noi stessi e agli altri?
 
Non possiamo improvvisare la nostra vita seguendo solo le nostre logiche, le contingenze del momento. Giuseppe ci dice che la contingenza non può essere la sovrana della nostra esistenza e che la nostra miseria umana non può essere apportatrice di salvezza se non sperimenta la presenza di Dio.
 
La storia di Giuseppe è comune a tutte le vite dei santi, ma non dimentichiamo che ognuno di noi è chiamato ad essere santo, a ognuno di noi è offerta la possibilità concreta di vivere e sperimentare la santità, l’amicizia con Dio.
 
Per iniziare questo cammino è indispensabile cercare di diventare protagonisti della nostra vita chiedendoci innanzitutto chi siamo e come siamo.
È un esercizio che si può fare solo mettendoci davanti a Dio e chiedendogli la Sua luce per capire quali sono i personaggi che vivono dentro di noi e interagiscono con la nostra vita: per scegliere poi consapevolmente quello che vogliamo far vivere.

 

I PATRIARCHI E NOI

 

Il Dio dei patriarchi è un Dio molto concreto che cerca l’uomo per aiutarlo nel suo cammino esistenziale.
 
È un Dio che si lega a una persona fisica (Abramo), a un clan (quello di Abramo), ai figli di Giacobbe, a Israele.
 
Dio non ha promesso visioni beatifiche; ha solo detto: “cammina davanti a me e sii integro”.
 
Non si lega in modo esclusivo a un popolo, ma si dona a tutta l’umanità; è essenziale fare quello che ci dice di fare.
 
Dio non è legato a un luogo, né a un culto particolare: abita nel cuore ed è sempre con noi.
Dove Abramo va, là c’è Dio.
Il patriarca, e con lui il clan, è chiamato a fare una scelta: l’essenza della fede dei patriarchi è il senso della presenza di Dio nella storia, la certezza che Dio possa intervenire in modo salvifico: essi lo hanno sperimentato concretamente. Per questo è necessario che ognuno di noi sappia se ha incontrato Dio o meno.
 
Attraverso la vicenda dei patriarchi noi assistiamo allo sviluppo di una religione che non fa riferimento a una morale e a un culto, ma, come abbiamo già sottolineato, a una Persona viva che ci è accanto e si relaziona con noi in tutti i momenti della nostra esistenza dandoci la Sua luce, il Suo braccio, se solo lo vogliamo.
 
Senza questa fede le vicende umane di Abramo, Isacco e Giacobbe e Giuseppe sarebbero state completamente diverse.
 
Possiamo allora chiederci: se non avessimo incontrato Dio la nostra vita sarebbe stata uguale che abbiamo vissuto?
 
I patriarchi ci dicono che la fede dà un’impostazione e un esito completamente diversi alla nostra vita.
Dalla loro vicenda noi impariamo che la fede non fa parte di un aspetto della vita ma è ne l’anima più profonda e più vera.
 
Per i patriarchi la fede e la speranza in Dio sono le strutture più importanti della loro esistenza, sono ciò che la determinano, qualificano, la realizzano.

Dalla loro esperienza deduciamo che la fede è accettare il proprio destino, la nostra persona, il nostro ruolo nella società, i limiti che ci caratterizzano e fare tutto quello che è stato disposto per noi cercando di capirlo.
 
I patriarchi ci dicono anche che dobbiamo preoccuparci del prossimo, farci dono per gli altri, non giudicare e non condannare pregare per loro senza mai dimenticare che:
 
Chi si attarda a servire i fratelli arriverà sempre puntuale all’appuntamento con Dio