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L’ESODO: IL ROVETO ARDENTE: DIO CHIAMA MOSÈ

 

Ci soffermiamo ora sull’episodio centrale della prima parte dell’Esodo.
 
Mosè stava pascolando il gregge di Ietro […] L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. […] Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè! […] Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. […] Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele. […] Ora va’!
Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”. […] Io sarò con te. quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”.
(Es 3,1-10)

 
 

ALCUNE CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI:

 

  • Dio conosce le miserie del suo popolo, cioè conosce le miserie di ognuno di noi. Dio ha deciso di intervenire per liberarlo dalla sua schiavitù.

  • Dio vuole condurre il suo popolo alla libertà fisica e interiore e alla piena comunione con Lui.

  • Dio cerca gli uomini e scende dal cielo, per trovarli e salvarli: all’opposto di come avviene per altre religioni, come quelle orientali in cui viene trasmessa l’immagine di un Dio lontano e inamovibile. Al contrario, il Dio di Israele, il nostro Dio, vuole scalare il cuore dell’uomo, si china sui suoi figli per liberarli da tutto ciò che li opprimeL’incontro con Dio è possibile non per un movimento dell’uomo, ma per l’iniziativa di Dio.
  • Dio agisce attraverso questa modalità perché vuole condurre tutti gli uomini ad una situazione di benessere, di pienezza fisica, in un paese bello e spazioso dove scorrono latte e miele: leggiamo in questa immagine una concretezza che coinvolge tutta la sfera esistenziale dell’individuo e della collettività: in questo modo Dio vuole portare a compimento la promessa fatta ad Abramo portando gli uomini ad una comunione piena con Lui.

 

LE CONDIZIONI NECESSARIE ALLA LIBERAZIONE

 

I primi 15 capitoli dell’Esodo raccontano come Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto: troviamo qui descritte le condizioni che sono stata necessarie per la liberazione di Israele.
 
Dio può liberare l’uomo se in lui ci sono alcune disposizioni particolari: la speranza della madre di Mosè, la nobiltà d’animo e la disponibilità di Mosè, la perseverante, paziente attesa dell’intervento di Dio da parte del popolo perché finalmente, realizzi la Sua promessa: vedere la luce del risultato finale in una situazione di buio.
 
La fede è dunque presentata come una fiduciosa è incondizionata attesa dell’intervento Dio rispetto a quello che ci chiede di fare. Con Dio non ci sono mediazioni razionali e la nostra ragione serve a poco quando ci chiede di fare una cosa.
 
Altra disposizione fondamentale è il coraggio di incamminarsi verso una meta sconosciuta.
 
Ma c’è un’altra altra condizione assolutamente necessaria alla salvezza: la consapevolezza che è Dio il vero protagonista della nostra storia. Israele aveva questa consapevolezza: piegato dalla schiavitù dei suoi padroni, piagato nel corpo e nello spirito, umiliato dalle catene e dall’odio, accecato e vicino a perdere ogni speranza, trova tuttavia in sé un lampo di eternità che lo salva. Nel buio più totale, ricorda quale è la sua origine, la sua natura e trova in sé la forza di fare una cosa, una cosa sola: gridare al suo Dio.
Questa situazione assurda in cui si è venuto a trovare gli ha fatto tornare alla mente la sua storia, una storia unica e speciale: gli ha fatto ricordare che un giorno Dio ha parlato direttamente ai suoi padri e li ha seguiti, soccorsi, ha dato loro una situazione di pace, prosperità. Di più, ha dato loro una dignità di uomini e di figli. Dio è stato il protagonista della loro storia, individuale e di popolo.
Ecco allora il grido che è urlo, perché un grido può essere anche qualcos’altro, grido di gioia, di avvertimento, incoraggiamento. L’urlo è diverso: sale dalle profondità del nostro io più nascosto, rompe tutte le nostre barriere, ci svela improvvisamente chi siamo, esseri poveri, bisognosi di tutto, bisognosi del respiro della libertà. È la ricerca affannosa della cima che, come naufraghi, cerchiamo tra le onde; la mano si affanna a cercare quella corda, quella mano che lo salverà: così Israele si è rivolto al suo DioE il suo Dio lo ha ascoltato. Dirà il Signore a Mosè, “ho udito il grido del mio popolo”. E Dio lo libererà.
 
Questa è la situazione esistenziale che ognuno di noi si trova prima o poi ad affrontare nella propria vita. Avere la capacità di alzare gli occhi da sé stessi e gridare al proprio Dio riconoscendo anche inconsciamente la possibilità che Lui ci possa davvero salvare è la condizione essenziale alla salvezza.
 
Quello che l’uomo compie è strettamente congiunto a quello che Dio farà. E l’Esodo lo dimostra. Lo sviluppo degli eventi lo evidenzia: è Dio che combatte il faraone, che libera, che parla. Il popolo deve solo sperare; nei primi quindici capitoli il combattimento è tra Dio e il faraone. Mosè non sa cosa fare: è Dio che parla. Mosè deve fidarsi, sopportare, credere, lo stesso deve fare il popolo.
 
Ne consegue direttamente un’altra condizione vitale: è necessario vivere la complessità della vicenda storica senza smarrirsi.
 
Tra l’intenzione e la realizzazione passa un tempo doloroso, lungo. Perché tante piaghe? Questo è il momento della fede. Noi non siamo in grado di rispondere ai tanti perché. Possiamo solo accogliere la complessità della vicenda storica. Solo Dio sa quanto essa sia difficile, lunga, dolorosa: ma questo è il tempo della Storia della Salvezza che si realizza in modo inatteso. Anche la nostra vita è così, a volte paradossale e assurda (lo vediamo nella morte dei primogeniti), o fatta apparentemente solo di sconfitte (… allora il faraone impose nuovi obblighi e il popolo cominciò a lamentarsi…).
 
Dio non salva in modo meccanico e semplice; vuole dare a tutti gli uomini la possibilità di salvarsi, vuole salvare anche il faraone che si è opposto fino alla fine: gli egiziani sono morti perché, nonostante i segni visti, sono saliti sui carri e hanno inseguito gli israeliti. Tuttavia l’azione di Dio deve confrontarsi con la libertà degli uomini che si oppongono a questa azione cui frappongono continuamente ostacoli.
 
Infine, è necessaria la consapevolezza dell’incontro con Dio.
 
Il libro dell’Esodo si apre con la descrizione di una situazione di morte, la fine del capitolo 15 si conclude nel canto, in una spontanea esplosione di gioia: è la gioia di chi ha fatto un’esperienza di salvezza, la gioia di chi ha visto Dio agire con mano potente e braccio teso, la gioia di chi si sente scampato dalla morte, la gioia che esplode quando abbiamo la certezza interiore che Dio è passato nella nostra vita e ci ha incontrato.
 
Questo dice una cosa importantissima a noi cristiani del nostro tempo: non bastano il Battesimo, la Cresima, la partecipazione alla S. Messa domenicale, l’esercizio di atti di culto: se nella vita non sperimentiamo la gioia, significa che non siamo ancora stati salvati.
 
Se viviamo nella paura e non abbiamo la pace, non abbiamo sperimentato l’incontro con Dio; se viviamo l’Eucaristia non come atto di Salvezza ma come un’abitudine, una spenta routine, non abbiamo sperimentato l’incontro con Dio
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