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IL CAMMINO NEL DESERTO

 

Attraverso l’aiuto di Mosè e i suoi prodigi, il popolo schiavo in Egitto ha potuto vedere la mano di Dio all’opera e sperimentarne la potenza. Un’esperienza sensazionale che al suo compimento esplode in un canto di gioia.
Del resto, che cosa può esserci di più straordinario nella vita dal vedersi salvare dalla morte?
 
Ma questo non è tutto, perché il racconto dell’Esodo non si conclude qui: la prima parte, la salvezza fisica che Dio ha operato, è solo una condizione preliminare a qualcosa di ben più grande che Dio voleva donare al popolo di Israele allora e vuole donare a noi oggi: la nostra libertà interiore, la nostra libertà di poter disporre di noi stessi.
 
Attenzione: questo è un punto cruciale, forse il più importante di questo nostro itinerario esistenziale e spirituale.
 
È opportuno cominciare la nostra riflessione ponendoci alcune domande:
 

  • perché il popolo di Israele non è stato subito introdotto nella terra promessa, ma ha dovuto vagare nel deserto per ben quarant’anni per fare un cammino che in bicicletta si può fare in due giorni?
    È un’osservazione del tutto legittima.

 

  • A che cosa è servito tutto questo difficile peregrinare in una situazione, anche ambientale, piena di difficoltà?

 

  • Che cosa si deve realizzare affinché il popolo possa entrare nella terra promessa?

 

  • Quali sono le condizioni necessarie affinché l’uomo, liberato dalla schiavitù del faraone, possa entrare in questo territorio dove scorre latte e miele?

 

Le risposte a queste domande sono così importanti e complesse che ad esse sono dedicati tre libri, molti salmi e gli ultimi venticinque capitoli del libro dell’Esodo.

 

SVILUPPO DEL TEMA

 
Per andare avanti è necessario capire che cosa è il passaggio nel deserto.
 
Tra la terra d’Egitto e la terra dove scorre latte e miele, senza dimenticare che Gerusalemme vuol dire luogo della pace, c’è uno spazio da attraversare che è ben più di uno spazio fisico: da una parte abbiamo la schiavitù, dall’altra la libertà; da una parte la sofferenza, dall’altra la felicità; c’è un cammino da fare, un cammino nel deserto: questa è la condizione per raggiungere la terra promessa, il luogo del benessere, il luogo della pace.
 
Una prima riflessione spirituale sorge spontanea. Per ricevere quello che Dio vuole donarci dobbiamo attraversare il deserto, perché il deserto è il luogo in cui Dio si manifesta, è il luogo in cui Dio offre la Sua comunione, la Sua alleanza.
Questo è il punto fondamentale che siamo invitati ad assimilare.
 
L’agire di Dio va sempre oltre la visuale umana che è molto limitata.
Guardando alla vicenda del popolo d’Egitto con un occhio limitato alla condizione di prigionia, non c’è dubbio che il raggiungimento della libertà fisica è l’obiettivo da perseguire con ogni forza.
Quanti celebri film “profani” descrivono fughe rocambolesche da prigioni a prova di evasione?
Ricordiamo due titoli famosi: “Fuga da Alcatraz” e “Le ali della libertà” in cui vediamo una situazione di prigionia/schiavitù che porta ad una volontà di fuga dagli aguzzini del carcere.
La fuga è quindi necessità vitale di recupero di una situazione esistenziale che è oggettiva e anche giustificata in certi casi. Noi tifiamo e soffriamo per il carcerato in fuga, soprattutto se carcerato innocente.
 
La realtà di Dio va ben oltre.
Dio vuole un bene che potremmo definire totale per il Suo popolo
. Possiamo, anzi, dobbiamo vederlo come un rapporto filiale.
Il genitore vuole tutto per suo figlio e il gesto materiale d’amore di un papà o di una mamma va ben oltre la dimensione fisica: lo sa benissimo ogni genitore.
 
Ecco allora che la liberazione di Israele dalla schiavitù non può limitarsi al solo fatto fisico.
Va oltre e punta al ristabilimento di un rapporto diverso, vero e autentico con il Suo Signore, che è il Suo creatore e Padre: l’Esodo quindi non è un fine ma un mezzo, una condizione necessaria per recuperare questo rapporto, perché l’amore può esprimersi solo nella piena libertà e solo l’uomo libero può istituire un rapporto autentico con Dio. E più l’uomo è libero più è capace di relazionarsi con Dio.

 

ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE

 
Il cammino di Israele nel deserto è fatto di tre tappe:
 

  1. il viaggio dal mare dei Giunchi al Sinai: tre giorni (Es 15,22- 18,27)

 

  1. la permanenza al Sinai: qui si ratifica il patto di alleanza tra Dio e l’uomo attraverso il dono e l’accoglienza di tutte le leggi che regoleranno la vita di Israele come popolo redento e di tutte le altre prescrizioni riguardanti la costruzione del santuario e il culto (Es 19-40)

 

  1. il cammino dal Sinai alla terra promessa: quarant’anni.

 

CONSIDERAZIONI SPIRITUALI SUL DESERTO

 

È arrivato ora anche per noi il momento di metterci in viaggio.
 
Accompagniamo dunque idealmente Israele nella sua vicenda storica per capire che cosa questo esodo può rappresentare per ognuno di noi.
La prima considerazione riguarda la corretta interpretazione della nozione simbolica del “deserto”.
Infatti, nel linguaggio biblico il simbolo è come una finestra: se viene dischiusa, offre la possibilità di contemplare tutto il panorama.
 
Per interpretare bene il simbolo bisogna partire dal significato letterale del termine. Il nostro simbolo, il deserto indica prima di tutto una realtà sconosciuta e desolata; è il luogo dell’assenza della parola e dell’assenza della vita, sia vegetale che animale; tutto è brullo, arido, sterile.
La vita umana è assente perché non sussistono le condizioni biologiche minime necessarie alla sopravvivenza del corpo.
È un luogo flagellato dal sole cocente ed è caratterizzato da un caldo feroce durante il giorno e da un freddo pungente la notte; è un luogo arido e inospitale, che suscita timore, paura, panico.
Dà un senso di disperazione e solitudine, silenzio e morte
.
 
Chi di noi avrebbe il coraggio di inoltrarsi nel deserto?
 
Solitamente lo si evita, ma, se proprio siamo costretti ad affrontarlo, ci prepariamo al meglio, cercando di minimizzare i rischi; cerchiamo ogni garanzia sui sentieri, i punti di sosta, studiamo tempi e mappe, ci dotiamo dell’attrezzatura più adeguata.

 

Da un punto di vista semplicemente geografico, con umano buon senso, Israele avrebbe potuto evitare questa avventura. Dio, invece, ha espressamente voluto un itinerario diverso.
La deduzione immediata e logica è la seguente:
questo percorso lungo e accidentato è condizione assolutamente necessaria e funzionale alla conquista della terra promessa.
 
Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: “Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto”. Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte. (Es 13,17-18.20-22)
 
È evidente, quindi, che il deserto della Scrittura non è tanto un luogo fisico quanto uno spazio simbolico.
La Bibbia lo dice chiaramente: la via percorsa dagli eserciti del faraone poteva essere percorsa in soli tre giorni.
Dio non permette la via corta per un motivo molto semplice: il popolo sarebbe arrivato all’appuntamento impreparato.
Sarebbe stato il disastro!

 

IL DESERTO NELLA SCRITTURA

 

Il deserto biblico è un tempo di crescita, di maturazione, è uno spazio più temporale che fisico; è un transito nel tempo ordinato a una maturazione. È il momento della preparazione, della promessa, come qualsiasi altro evento della vita umana.
Come può essere per una gravidanza, o per il travaglio dell’adolescenza, o per il cammino della formazione agli studi, o, ancora, per il periodo dell’innamoramento, la permanenza nel deserto è, a dispetto della realtà fisica che evoca, un periodo di grande fecondità che prelude ad una vita nuova.
 
A ben guardare, l’esistenza umana, se la consideriamo in questa prospettiva, si sviluppa attraverso una serie di passaggi da uno stadio all’altro e, quindi, da un deserto all’altro.
Se tutti vivessimo bene quei passaggi, saremmo pronti anche alla morte.
Diceva Heidegger: “l’unica cosa importante nella vita è prepararsi alla morte”.
Con questo, non vogliamo affatto rivestire di cupa rassegnazione la nostra dimensione… Tutt’altro.
 
Nell’esperienza salvifica descritta dalla Scrittura vediamo che, se lo consideriamo dal punto di vista spirituale – della fede – il deserto è tempo di purificazione interiore, di prova, di maturazione spirituale, dell’esperienza dell’incontro con il Signore che offre la sua comunione e rivela il suo volto.
 
Questa comunione piena porta alla consapevolezza di sé, delle proprie risorse e mancanze. Ma, al tempo stesso, porta alla pacificazione con noi stessi, alla nostra realizzazione piena.
Un’esistenza pacificata sarà allora un’esistenza vissuta nella serenità, nella pace, nella gioia.
Nella nostra condizione esistenziale sicuramente non mancheranno mai i rovesci della vita; non possiamo dimenticarci che, come esseri umani, abbiamo limiti psicofisici e biologici oggettivi e viviamo in una realtà fisica e sociale che generalmente è ostile. Se avessimo la piena consapevolezza della loro ineluttabilità e della loro necessità, li vivremmo senza subirli.
 
Spiritualmente è quindi un errore fuggire dal nostro deserto quotidiano, perché, così facendo, perdiamo la possibilità dell’incontro con Dio.
 
Ma, come possiamo evitare questa fuga che, a ben vedere, ci porterebbe a tornare alla schiavitù in Egitto e dirigerci, invece, fiduciosi e decisi verso il monte Sinai, il luogo dell’incontro?
 
La risposta è semplice:
il cammino è possibile se è Dio che ci conduce.
Noi non conosciamo la strada.
L’esperienza umana insegna che, quando siamo convinti di conoscere la strada, in realtà non stiamo seguendo Dio bensì noi stessi.
 
Dobbiamo farci condurre docilmente da Dio, fidandoci di Lui, cercando nella nostra vita i segni della Sua presenza che, a dispetto di quanto pensiamo, sono molto più numerosi di quanto non immaginiamo.
 
Torniamo alla narrazione biblica dell’Esodo:
 
Ad ogni tappa, quando la nube s’innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l’accampamento.
Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata.
Perché la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.
(Es. 40,36-38)
 
Con queste parole sintetiche ed incisive si conclude il libro biblico dell’Esodo.
Una chiusura estremamente significativa ripresa anche nel libro successivo, quello dei Numeri:
 
Se la nube rimaneva ferma sulla dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti restavano accampati e non partivano: quando la nube si alzava, levavano il campo.
Per ordine del Signore si accampavano e per ordine del Signore levavano il campo;
(Nm 9, 22-23a)
 
Questa è la vita nel deserto, la condizione per arrivare alla terra promessa, è così che ha voluto il Signore.
È Lui che guida il nostro cammino, Lui che provvede al cibo e all’acqua necessari alla nostra sussistenza.
Ci vuole fede per vivere in funzione di ciò che è necessario per il nostro viaggio, accogliendolo direttamente dalla mano del Signore, ricevendo quanto vuole Lui e ciò che Lui vuole darci.
 

Facciamo un’altra considerazione connessa al viaggio.
Nel famoso racconto della manna apprendiamo che è Dio stesso a procurare il cibo necessario, sempre lo stesso, solo per quella giornata: questo per insegnare al popolo che doveva dipendere da Dio ogni giorno.
Ogni giorno Dio provvedeva cibo fresco in quantità sufficiente al fabbisogno di ciascuno.
 
Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”. (Es, 16. 16,4-5)
 
Noi non ragioniamo in questo modo.
Siamo strutturati per programmare il nostro futuro, in ogni suo dettaglio: è istintivo, è nella nostra natura.
 
Il grande insegnamento biblico rovescia totalmente la nostra logica e ci dice che si può camminare nel deserto solo se ci si abbandona alla Divina Provvidenza.
Questo significa rinunciare alle proprie risorse, ai propri ragionamenti alle proprie paure o convenienze.
Nel deserto si cammina seguendo la guida di un Altro: in tutto e per tutto
.
 
Una via illogica per noi esseri razionali.
Eppure, questa è l’unica via che conduce a Dio.
Per poter intraprendere questo viaggio è dunque necessaria una grande fiducia.
In caso contrario, le prove, la fatica, la mancanza di un appoggio ci travolgeranno. Soccomberemo al dubbio, alla tentazione di ritornare sui nostri passi.
Non è un cammino facile.
Eppure, questo è il solo viaggio che può farci maturare nella fede, quella fede totale che ci permette di incontrare Dio faccia a faccia.
Come è stato per Mosè, per i Patriarchi, per tutti gli amici di Dio.

 

LA FEDE: UNA DIMENSIONE ESISTENZIALE

 

La fede si presenta così come una condizione che accompagna tutta l’esistenza, una dimensione del vivere quotidiano che deve progressivamente maturare.
Tale processo di maturazione può concretizzarsi solo nella prova: non attraverso ragionamenti mentali, ma vivendo una stretta comunione con Dio.
 
Questo processo non è facile.
Richiede uno sforzo straordinario di abbandono di noi stessi a Dio.
E il popolo di Israele non manca di darci una prova delle difficoltà e dei rischi.
Pur avendo ottenuto la liberazione da una condizione di sofferenza, umiliazione e morte, il nuovo popolo si trova ora quasi a rimpiangere il proprio passato che, pur nella prigionia, gli garantiva qualcosa di certo.
Inizia a serpeggiare allora un sentimento di ostilità, mormorazione e ribellione degli israeliti verso Mosè, la guida del popolo accreditata da Dio stesso per mezzo dei prodigi:
 
Mosè fece levare l’accampamento di Israele dal Mare Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. Allora il popolo mormorò contro Mosè: “Che berremo?”. (Es 15,22-24)
 
Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro:
“Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”.
(Es 16,2-3)
 
Il popolo protestò contro Mosè:
“Dateci acqua da bere!”.
Mosè disse loro: “Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?”.
In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”.
(Es 17,2-3)

 

IL RIMPIANTO DELLA PRIGIONE

 

Il deserto può diventare il luogo dove si rimpiange la propria schiavitù.
Questo evento, questa situazione, è ben descritta nel salmo 94 che la Chiesa recita tutte le mattine nell’invitatorio della liturgia delle ore.
 
Il viaggio di Israele verso la libertà, a causa della sua ribellione, arriva a diventare un viaggio di morte.
I fuoriusciti dall’Egitto non vedranno la terra promessa e saranno condannati a vagare per quarant’anni nel deserto:
“Ah se il mio popolo si fosse fidato …”.
 
Nel capitolo 14 del libro dei Numeri leggiamo:
 
Allora tutta la comunità alzò la voce e diede in alte grida; il popolo pianse tutta quella notte. Tutti gli Israeliti mormoravano contro Mosè e contro Aronne e tutta la comunità disse loro: “Oh! fossimo morti nel paese d’Egitto o fossimo morti in questo deserto! E perché il Signore ci conduce in quel paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri bambini saranno preda. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?”. Si dissero l’un l’altro: “Diamoci un capo e torniamo in Egitto”. (Nm 14,1-4)
 
Il Signore disse: “Io perdono come tu hai chiesto; ma, per la mia vita, com’è vero che tutta la terra sarà piena della gloria del Signore, tutti quegli uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova gia dieci volte e non hanno obbedito alla mia voce, certo non vedranno il paese che ho giurato di dare ai loro padri. Nessuno di quelli che mi hanno disprezzato lo vedrà; (Nm 14,20-23)
 
I vostri figli saranno nomadi nel deserto per quarant’anni e porteranno il peso delle vostre infedeltà, finché i vostri cadaveri siano tutti quanti nel deserto. Secondo il numero dei giorni che avete impiegato per esplorare il paese, quaranta giorni, sconterete le vostre iniquità per quarant’anni, un anno per ogni giorno e conoscerete la mia ostilità. Io, il Signore, ho parlato. Così agirò con tutta questa comunità malvagia che si è riunita contro di me: in questo deserto saranno annientati e qui moriranno”. (Nm 14,33-35)
 
Come si vede, la Scrittura non è un libro celebrativo.
Gli scrittori, ispirati dallo Spirito Santo, non si sono preoccupati di scrivere un racconto epico.
E questo ci deve confortare e far riflettere: ai redattori interessava evidenziare come l’uomo può diventare misero, meschino e auto-condannarsi all’infelicità.
Questo, per mettere in guardia proprio noi, oggi, in questo momento.
 
Purtroppo leggiamo di un avvenimento tragicamente emblematico.
Leggiamo nell’esodo una catena di espressioni e comportamenti umani che fanno pensare. Nonostante il popolo abbia visto cose grandi, sperimentato la potenza di Dio e la Sua provvidenza, alla fine cede alla parte più misera di sé.
 
C’è una legge di solidarietà che ci lega ai nostri figli.
Se due genitori hanno una malattia spirituale, la trasmettono ai figli.
I figli di Israele hanno pagato per la debolezza dei propri genitori.
Nonostante il passaggio attraverso le piaghe, il passaggio dal mare dei giunchi, il ricevimento della legge da Dio, la Torah, la stipula dell’alleanza con Dio, tutti sono morti.
Nessuno è arrivato al luogo della felicità, della pace.
È mancata la fede in Dio.

 

RIFLESSIONI CONCLUSIVE

 
Dalle considerazioni svolte, alla luce della esperienza di Israele, vediamo che il deserto, che evoca morte e aridità nel nostro immaginario, può essere una vera opportunità di verifica per noi stessi, per la nostra vita, il nostro spirito.
Perché il deserto è il luogo dell’autenticità, della verità e della crescita: solo quando arriviamo all’essenziale possiamo veramente capire chi siamo e se abbiamo fiducia in Dio.
 
Per questi motivi, il deserto diventa condizione essenziale per un’autentica esperienza spirituale di fede.
 
La vita ci insegna che sono pochi gli incontri umani veramente autentici e significativi: perché spesso manca il desiderio di affrontare i momenti della crescita, quelle situazioni che possono essere pesanti perché implicano da parte nostra un forte sforzo personale, e non sempre vogliamo intraprendere questa fatica.
 
Ci sono anche pochi veri grandi amori perché non si è capaci di inoltrarsi nel deserto per incontrare l’altro.
Il vero amore è andare incontro all’altro, rinunciare a sé stessi per donarsi ed entrare in comunione con l’altro: la non volontà di seguire questa strada è quella che porta quasi sempre, nel 99% dei casi, al fallimento di un rapporto d’amore.
 
Il rapporto con Dio, che è rapporto d’amore, non sfugge a questa logica: pochi incontrano Dio, perché pochi sono disposti ad incamminarsi nel deserto dove lo possono incontrare.
 
È opportuno allora chiedersi, con maturità e realismo, che cosa cerchiamo davvero in un rapporto con Dio: il Suo volto o la sua consolazione?
 
La comunione con Dio è l’unica dimensione esistenziale che porta pienezza e vita; ma, per realizzarsi, richiede un passaggio doloroso che è essenzialmente la presa di coscienza di sé.
Un periodo di deserto, appunto.
È una dinamica che fa paura perché porta sofferenza.
Succede, allora, che spesso si cercano scappatoie in cose e rapporti apparentemente più facili che, però, non conducono all’incontro con Dio e si risolvono in una situazione di morte.
 
Sia ben chiaro che ancora non stiamo facendo un discorso cristiano.
L’esperienza del deserto è un’esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema concettuale, spirituale, col quale affrontare la vita.
 
Spesso sentiamo di persone che fuggono il Cristianesimo perché trovano duro e difficile il cammino della croce, della sofferenza, il martirio personale che ci porta a rinunciare a noi stessi.
Spesso, sembra che altre religioni offrano vie più facili.
Non è così.
Tutte le discipline spirituali storiche, quelle autentiche, arrivano a questo passaggio: la negazione di sé e l’abbandono in Dio.
Qualunque cammino che vuole negare questa dimensione fallisce in partenza ed è solo una grande illusione che ben presto rivelerà il suo nulla.
 
Attraverso l’esperienza biblica del deserto, Dio vuole rivelare il mistero della crescita, della vita e della morte.
Oltre alla vicenda dell’esodo, i riferimenti al deserto sono tanti nella Scrittura. Pensiamo ai profeti come Osea che parlano del deserto come tempo di attesa e incontro:
 
la attirerò nel deserto e parlerò al suo cuore (Os 2, 14)
 
Il Nuovo Testamento si apre nel deserto; è nell’aridità di una terra secca e solitaria che predica Giovanni il Battista, è nel deserto che Gesù viene tentato; ancora, Gesù vive il deserto nel suo viaggio a Gerusalemme, nell’orto degli Ulivi, sul Calvario.
 
Il deserto spirituale è presentato da tanti mistici come S. Giovanni della Croce e il suo cammino nella notte oscura.
 

INFLUSSO DELL’ESODO SULLA CHIESA

 

Oggi, l’esodo ha un forte influsso anche nella Chiesa.
Lo vediamo in due grandi prospettive.
 
La prima è quella della teologia della liberazione, sviluppata sopratutto nel sud America e nell’Africa oppressa.
Essa si sforza di portare all’attenzione ecclesiale la necessità della liberazione di tutto l’uomo, compresa la sua condizione sociale.
 
La seconda è quella della ecclesiologia del Concilio Vaticano Secondo che ha ridefinito la Chiesa in modo nuovo rispetto al passato: prima la Chiesa era definita come la societas perfecta, oggi è definita come il popolo di Dio peregrinante sulla terra.
Lo dice chiaramente la Lumen Gentium: “la Chiesa è pellegrina sulla terra alla ricerca del Regno” e noi cristiani siamo, oggi, il popolo di Dio in cammino nel deserto del mondo verso la Gerusalemme del Cielo.
 

GUIDA PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

 
È interessante, a questo punto, porci alcune domande che possono essere altrettante piste di riflessione personale.
 
Chiediamoci:
 

  • l’idea del cammino nel deserto fa parte della nostra prospettiva di fede, oppure cerchiamo di evitarla ad ogni costo?

 

  • Nel momento in cui ci troviamo nel nostro deserto, come lo viviamo? Lo accogliamo serenamente o lo subiamo?

 

  • C’è mai stato un deserto vero nella nostra vita? Come lo abbiamo vissuto? È stato un momento di crescita o lo abbiamo negato?

 

  • Quando Dio ci chiama ad entrare nel deserto, riusciamo a riconoscere il suo invito e ci inoltriamo in questa dimensione abbandonandoci a Lui con fede, sicuri che se permette questa prova noi abbiamo le forze per contrastarla? Oppure, ci ribelliamo con il rifiuto ed entriamo in conflitto con Dio?

 

Autore

Fra Giuseppe

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