AVVENTO, TEMPO DI ATTESA E DI PAZIENZA PER RICONOSCERE I SEGNI

 

 
Avvento, tempo di attesa e quindi tempo di pazienza.
 
Pazienza nel tenere a freno la nostra sete di giustizia, di vita, di senso.
 
Pazienza di attendere Gesù che nasce nella notte di Natale e, ancora di più, il Signore glorioso che tornerà alla fine dei tempi.
 
Ma, soprattutto, pazienza verso noi stessi nel nostro cammino talora arduo e difficile verso Dio.
 
Scriveva il cardinal Martini in una meditazione di qualche anno fa:
 
“La conoscenza di Dio è un cammino in cui l’uomo ascende verso la sua autenticità e ascendendo verso di essa riconosce la presenza di Dio.”
E aggiungeva: “Noi diventiamo veri ricercatori di Dio cercando la Sua volontà, cercandola in questa Chiesa, in questo mondo, in questa società, in queste situazioni difficili, crescendo nel dialogo, nella pazienza, nella sopportazione, nell’ascolto”.
 
E’ un monito che davvero ci invita a guardare alla realtà personale, sociale, politica con uno sguardo diverso, non di giudizio, di attesa risentita che qualcosa esternamente cambi, ma di coinvolgimento personale nelle situazioni in cui siamo chiamati a vivere, per trasformarle nell’amore e non per condannarle nel giudizio.
Dobbiamo ammettere che Gesù lo conosciamo ancora poco.
Ed è normale: è difficile, forse impossibile vederLo per quello che Lui è.
 
È l’esperienza che fanno i discepoli con il Gesù risorto: “Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù” (Gv. 21, 4).
 
È il racconto della pesca miracolosa sulle rive del lago di Tiberiade.
Quei discepoli che avevano vissuto con Lui per almeno tre anni, ora non lo riconoscono. Sono le prime luci dell’alba, tempo di poca luce. Ormai le manifestazioni di Gesù cadono in questa penombra, richiedono altri occhi per vedere con maggiore chiarezza.
 
Sono gli occhi della fede, della fiducia in un Dio che non si manifesta mai in modo aperto e incontrovertibile.
 
“Gettate la rete dalla parte destra della barca”, dice Gesù ai discepoli.
 
Cioè non dove pensate voi che sia meglio, ma dove vi dico io.
 
E loro ubbidiscono, pur senza ancora sapere chi è, avendo lavorato invano per tutta la notte.
 
“La gettarono e non poterono più tirarla su per la grande quantità di pesci”.
Ecco il raccolto, il frutto di una ricerca. Solo allora i discepoli lo riconoscono, dopo avergli dato ancora fiducia, dopo avere accolto e ubbidito alla sua volontà.
 
Troppo spesso in noi la stessa preghiera diventa una pretesa, un ultimatum a Dio: fai questo altrimenti io non crederò che Tu ci sei!
Così anche la ricerca diventa una esigenza immediata di senso, di comprensione delle realtà che più ci mettono alla prova, quasi che Dio fosse un mago che all’improvviso, con la bacchetta magica, sprigiona un festoso carosello di luce. La conoscenza di Dio è piuttosto un cammino lento, ci diceva il cardinal Martini, che richiede una ricerca costante verso l’autenticità.
 
Ecco il punto: finché in noi coabitano illusioni, passioni, velleità, frustrazioni non siamo nell’autenticità e la presenza di Dio è confusa, illusoria, al punto che spesso la male interpretiamo.
“Pensiamo alla superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente. (…) Accade la stessa cosa alla nostra anima: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine si imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi” (Jacques Philippe, La pace del cuore).
 
Occorre, quindi, la pazienza della purificazione del cuore, ma anche della nostra intelligenza, delle nostre aspirazioni.
Una pazienza accompagnata sempre dall’umiltà che ci fa riconoscere per quello che siamo: incapaci ancora di cogliere il disegno di Dio, la sua volontà, molto simili ai personaggi che Gesù incontra nella sua predicazione, ciechi, sordomuti, zoppi.
Perché tali sanno di essere, e per questo Gesù li guarisce.
 
Un monito per noi che talvolta ce ne dimentichiamo, e forse per questo Dio non ci guarisce.
 


 

Autore

Autore spirituale

Lascia un Commento

*

*

code