La nostra vita danza con Dio
da Avvenire
di Alessandro D’Avenia
23-12-2014

A settembre ho avuto la fortuna di guardare l’Adorazione dei pastori del Greco a Madrid.
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El Greco, in una sintesi originale degli apporti pittorici del suo secolo, che scavalcò per insediarsi nel tempo della bellezza, aveva scoperto che gli uomini sono fiamme.
Da quando Dio si è incarnato il loro corpo si allunga – come le sue tele (che faceva preparare ad hoc) – verso l’alto come se da un momento all’altro quel corpo potesse fiondarsi, seguendo la vera forza di gravità, nel suo centro di gravitazione: Dio.
 
Lo aveva intuito già Dante quando, entrato nel Paradiso, si stupisce del suo «cadere verso l’alto», e Beatrice gli spiega che sta accadendo esattamente quello che deve accadere secondo le leggi della (meta-)fisica: nel regno dei cieli si cade verso l’alto. L’attrazione verso Dio non conosce più ostacoli e l’uomo, come freccia, punta al suo bersaglio.
 
Ma El Greco aggiunge a questo la condizione dell’al di qua: assistiamo allo stirarsi dei corpi, appartengono alla Terra, ma le ossa e i muscoli, ancorati allo spirito, vera struttura portante dell’essere, si distendono come in questa “fiammante” Natività – potrebbe infatti essere racchiusa dentro una fiamma –, che partendo dal gesto del Bambino, al centro, sale coinvolgendo nel vortice lo spettatore che, pur rimanendo, è risucchiato verso l’alto.
Sono corpi che hanno la mobilità, la leggerezza, la tensione dello Spirito (guardate anche i colori), pur rimanendo terreni.
 
Ma né Dante né El Greco hanno scoperto nulla, hanno solo chiosato, con la loro arte, queste parole: «”Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Gli disse Nicodèmo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”» (Gv 3).
 
Chi abita in Cristo e lo lascia abitare in sé non è mai pesante e prevedibile, ma mobile, geniale, leggero, e non perché evanescente o distaccato dalla realtà, ma perché, immerso nella realtà, è guidato dalla mobilità, genialità, leggerezza della vita di Dio in lui, inaugurata nella nostra natività, il Battesimo (acqua e spirito), e corroborata nel tempo dall’azione della grazia (spirito).
La leggerezza è l’attualizzazione della Nascita del Bambino in noi.
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Nicodemo non conosce questa leggerezza, è perplesso, come tutti noi, quando non crediamo di dover rinascere per opera della grazia portata nell’umano dall’incarnazione del Verbo, che nella sua persona realizza l’armonia del perfetto Dio e del perfetto uomo e, per questo, divinizza tutto l’umano, consentendoci il viaggio di ritorno della nostra carne verso il divino.
Gesù lo spiazza ulteriormente: «Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?».
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Siamo fiamme, come gli uomini del Greco, chiamati ad ardere di passione per le cose umane come strada per quelle divine, perché è proprio nel nostro umano ferito che Dio può raggiungerci, oggi e ogni giorno nella preghiera e nella liturgia, sotto forma di quel Bambino al centro del quadro che, con quel gesto, mette in moto tutta la leggerezza di cui abbiamo bisogno.

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