Uccidere in nome di Dio?

 

 
Carissimi amici,
 
Parigi, 7 gennaio 2015, ore 11: un commando di terroristi islamici entra nella redazione di un giornale e uccide 12 persone.
 
Un ennesimo atto di violenza scientificamente pianificato per risolvere un problema sociale.
 
Ma, dietro queste mani, dietro questi corpi che operano, dietro queste menti che pianificano, che organizzano, che scelgono un obiettivo violento e crudele che cosa c’è?
La mente è messa in moto da pensieri, desideri, progetti religiosi, progetti sociali: quali sono i pensieri e i valori che hanno premuto il grilletto dei Kalashnikov?
 
La risposta sembra fin troppo semplice, quasi banale, ma credo sia proprio questa e non dobbiamo aver paura a proclamarla: si tratta del rifiuto radicale di un modello di società che ai loro occhi appare ormai senza valori forti, di una aperta ribellione a una cultura sentita come nemica, ostile perché orientata a perseguire valori e beni percepiti come negativi e autodistruttivi; ancora più profondamente c’è l’opposizione disperata a questa cultura e la profondissima persuasione di dover fare tutto il possibile per distruggere beni e valori materialisti sentiti come negativi in senso assoluto perché nemici di Dio.
 
Se non comprendiamo qual è il vero problema, non troveremo mai la vera soluzione.
 
Dietro quei grilletti c’è la speranza folle, malata, di distruggere un mondo senza Dio per crearne uno dove Dio possa essere finalmente il sovrano di tutti e regnare con le sue leggi assolute, confondendo però Dio con l’idea che loro se ne sono fatta.
 
Siamo di fronte a un desiderio di dominio, una volontà assolutistica che si ammanta di un ideale apparentemente religioso che vuole contrastare una società che senza dubbio vive una crisi che è sotto gli occhi di tutti: è materialistica, senza valori forti, senza identità, totalmente in balia della ricerca egoistica ed individualistica del piacere terreno fine a se stesso…
Una società dove l’IO dei singoli o dei gruppi di potere si è sostituito a Dio e ai valori forti capaci di generare una società giusta, onesta, solidale…
 
Questi gesti atroci, quindi, devono farci prendere atto che alcuni rifiutano una società che pensa solo all’oggi, una società che ha come fine il godimento terreno, che rifiuta valori assoluti.
Ma, al tempo stesso, possono aiutarci a comprendere che gli ideali di giustizia, di verità, di uguaglianza non possono assolutamente essere perseguiti e imposti con la violenza, con la forza, con il sangue.
 
La soluzione è una sola, ardua, impegnativa, difficile ma l’unica realizzabile: è l’impegno di tutti a vivere il nostro oggi nella verità, nella ricerca del bene di tutti, nella solidarietà.
 
Se vogliamo estirpare la violenza dalla nostra società, dobbiamo cominciare tutti e subito, perché non abbiamo più tempo.
Dobbiamo essere più benevoli, più misericordiosi, soprattutto più onesti e giusti.
In una parola, dobbiamo collaborare tutti a creare un humus vitale dove tutti possano sentirsi compresi e accolti, dove a tutti sia data la possibilità di esprimere il proprio potenziale di bene.
 
Certamente per quanti credono, per quanti sono cristiani, questo processo è facilitato dalla vicinanza e comunione con Dio e la via per raggiungerlo è indicata dal Vangelo.
 
Tutti noi credenti in Gesù dovremmo avere una consapevolezza più profonda rispetto alla complessità e drammaticità del tempo presente.
Dovremmo sentire l’urgenza di impegnarci in prima persona attraverso la preghiera e le opere a lenire le ferite di questa società sempre più malata e alienante, dovremmo cercare di fare qualcosa per sensibilizzare tutti gli indifferenti, gli egoisti…
Vi ricordate di Abramo che intercedeva per Sodoma? (Gn 18,17-33).
 
Vi esorto, v’invito a unirvi a me e a tutta la comunità Abbà ad elevare a Dio una preghiera quotidiana per questo nostro mondo, per questi uomini per i quali Gesù è morto.
 
Detto questo, non possiamo non farci una domanda.
È legittimo deridere e oltraggiare persone, simboli religiosi, il credo di alcuni gruppi offendendone i sentimenti?
 
E anche senza farne una questione solo di religioni, perché il rispetto è dovuto in tutti i campi, dobbiamo ricordare che queste incarnano i valori più importanti delle persone.
Pertanto, deridere i simboli che le rappresentano significa deridere le persone nella loro più profonda identità.
Può voler dire libertà di stampa, satira compresa, oltraggiare impunemente, irridere e cercare di ridicolizzare il credo di tanti credenti?
 
La libertà di stampa riguarda la libertà di pensiero, di opinione; la possibilità di confrontarsi alla pari senza dover subire emarginazioni e persecuzioni.
 
In ogni caso, per noi credenti, la violenza non è mai giustificabile e, sull’esempio di Gesù, si deve preferire soffrire piuttosto che far soffrire.
 
Combattiamo, dunque, con le armi dell’amore e preghiamo per coloro che sono morti, per le loro famiglie e anche per coloro che usano la violenza in nome di Dio affinchè possano davvero trovarlo, scoprendo che il Suo non è il volto della violenza, ma dell’Amore.
 
Preghiamo, soffriamo ma indigniamoci e protestiamo ogni volta che i valori religiosi, umani e sociali vengono oltraggiati e calpestati.
 
Dio vi benedica, v’illumini e vi dia il coraggio della testimonianza.
 

 

fra Giuseppe Paparone

 

Se vuoi leggere la ripresa e l’adattamento dell’articolo
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