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I SALMI COME LIBRO DI POESIA

 

Noi conosciamo i salmi responsoriali e quelli che leggiamo dicendo le lodi e i vespri, ma non tutti conoscono il libro dei salmi che raccoglie in totale 150 componimenti. La prima sfida potrebbe essere questa: giorno per giorno leggerne uno, se è lungo, e due se è breve: si scoprirà che questo libro ha una sua logica.

 

CHE COSA SONO I SALMI?

 

Salmo è una parola greca che significa componimento musicale.
 
In greco psalmos indica un componimento musicale che si suonava con quello strumento che la Bibbia chiama salterio, probabilmente una specie di arpa.
Questo significa che i salmi sono stati fatti per essere cantati, sono poesie in forma di canzoni e, come tali, anche nella liturgia dovrebbero essere cantati, anche se pochi lo fanno.
Non entro in cose tecniche: solo una breve annotazione. Qualcuno si sarà accorto che il numero del salmo riportato nella Bibbia non corrisponde a quello della Messa: questo perché la Bibbia segue la numerazione del testo ebraico, mentre il breviario e la liturgia quella del testo latino e greco della versione dei LXX.
 
La prima chiave di lettura per capire i salmi non è leggere i salmi, ma leggere la poesia.
Purtroppo la gente non sa più leggere la poesia: questo l’ho imparato quando ero a Roma a studiare dal padre gesuita Luis Alonso Schökel, un grandissimo esegeta spagnolo.
Se noi non fossimo cristiani o credenti riterremmo il libro dei salmi un libro di poesie e, come sappiamo, la poesia ha modi e regole per essere letta.
Quindi, prima di tutto rendersi conto che i salmi sono poesie e come tali non vanno tanto spiegate quanto lette, gustate, fatte risuonare nelle orecchie; la poesia più che di concetti è fatta di immagini e di simboli.
 
Così il salmo deve essere letto imparando a gustare le immagini e i simboli che sono molto semplici perché tratti dalla vita quotidiana dell’uomo.
La poesia è fatta anche di immagini fantastiche.
Ecco alcuni esempi.
 
Nel salmo 114 si legge:
 
Il mare vide e si ritrasse,
il Giordano si volse indietro,
i monti saltellarono come arieti,
le colline come agnelli di un gregge.

 
La prima cosa quando si legge un salmo, quindi, è imparare a coglierne l’aspetto poetico, i simboli e le immagini e lasciarci guidare da esse, senza ragionarci troppo sopra.
 
Per esempio, il salmo 30 che inizia:
 
Ti esalterò, Signore,
perché mi hai risollevato

è tutto giocato sul simbolo della fossa:
4Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
10 Quale guadagno dalla mia morte, dalla mia discesa nella fossa?
8Nella tua bontà, o Signore,
mi avevi posto sul mio monte sicuro.

 
Lo immaginate: da una parte c’è un buco e dall’altra c’è una montagna. Stavo per cadere in questo buco, ma il Signore mi ha messo sul monte.
È chiaro che è una metafora: stavo per morire e tu, Signore, mi hai salvato.
È un’esperienza di caduta e di sollevamento.
Nello stesso salmo c’è anche il simbolo del lamento e della danza:
12Hai mutato il mio lamento in danza,
mi hai tolto l’abito di sacco,
e mi hai rivestito di gioia.

Cioè, il Signore mi ha fatto passare dalla tristezza (gli ebrei in segno di lutto indossavano un sacco) alla gioia.

 

ATTUALIZZAZIONE E RIFLESSIONE PERSONALE

 

Già fermandosi su questi simboli del salmo 30 ci chiediamo:
Quando è che mi sento cadere in una fossa?
Quand’è che mi capita di vestirmi con un sacco?
Quand’è, invece, che il Signore mi ha messo un abito da festa?

 
Il salmo gioca su queste esperienze molto semplici e molto poetiche, ricche di simboli.
I simboli sono applicati anche a Dio:
Mi rifugio all’ombra delle tue ali.
È una bella immagine di Dio che ti copre e ti protegge quando sei in pericolo.
 
In un altro salmo c’è un versetto che dice:
Tu, o Dio, salva dai rapaci la vita della tua tortora.
La prima cosa dunque è imparare a leggere i salmi come poesia, e sapere che la poesia ha delle regole: ha il ritmo, la rima.
In italiano, se voglio dare alla poesia un tono marziale, uso il decasillabo (Soffermàti sull’arida sponda…);
se voglio dare un tono più disteso, uso l’endecasillabo come nei versi della Divina Commedia.
 
Ci sono poi vari tipi di rima la quale aiuta tra l’altro a imparare la poesia a mente.
In ebraico non è così.
Per di più noi leggiamo i salmi in italiano e perdiamo un po’ della poesia.
Ma una regola che si vede bene nei salmi – tipica della poesia ebraica – è quella che si chiama legge del parallelismo.
 
Se avete presente il breviario, quando dite le lodi o i vespri, avrete notato che i versetti dei salmi sono sempre di due o tre versi, mai di più.
Questa è una regola fissa, se ne trovate di più vuol dire che li ha messi insieme chi ha redatto il breviario.
Avete visto che al termine del versetto c’è un asterisco che tra l’altro ha una funzione tecnica: è un invito a fare una breve pausa.
 
COSA VUOL DIRE PARALLELISMO?

 
Guardiamo il salmo 1:
 
6 il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

 
È un verso in due parti:
la stessa immagine, ma alla rovescia; si dice una cosa, poi si dice il contrario.
Questo è detto parallelismo antitetico che è tipico dei salmi e serve per creare opposizione, per suscitare attenzione.
 
C’è poi il parallelismo sinonimico : dire la stessa cosa con parole diverse.
 
Sempre nel salmo 1:
 
2 ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

 
C’è ancora un terzo tipo di parallelismo in cui si dice una cosa e poi si dice qualcosa di più su quell’argomento.
 
Lo vediamo ancora nel salmo 1:
 
1 Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti.

 
Da notare la progressione in queste tre frasi:
– beato l’uomo che non entra dove sono i malvagi;
– non si ferma a parlare con loro,
– e non si siede con loro.
 
È psicologicamente interessante: il malvagio è quello che si interessa dei cattivi, li ascolta, si siede a parlare con loro.
 
In un solo verso si danno tre immagini in successione.
 
Tutti salmi sono scritti così: o in opposizione, o in sintesi o in sinonimia.
Perché l’ebraismo sceglie questa regola che non è la nostra della rima o del ritmo?
 
Gli autori che l’hanno studiata hanno tratto una conclusione a mio parere interessante: il salmo è poesia e la poesia ha la capacità di comprendere la realtà attraverso immagini, frasi e sensazioni che nessuna riflessione razionale può riuscire a cogliere.
Con la regola del parallelismo il salmista si accorge che la realtà è complessa: talvolta è antitetica e così in un solo verso riesce a mettere insieme le cose più diverse che la filosofia non riuscirebbe a dare.
 
Pensate a certi poemi brevissimi del ‘900, per esempio a Ungaretti:
 
“Si sta come d’autunno /sugli alberi le foglie”
In solo due versi dà l’idea del soldato in guerra: nessun racconto riuscirebbe a esprimerlo.
 
Questa sinteticità l’ebraismo l’ottiene attraverso la legge del parallelismo antitetico: regola così ferrea che a volte basterebbe leggere la prima metà di ogni versetto.
 
Prendiamo il salmo 114:
 
vi leggo la prima metà del verso, saltando la seconda:
 
Quando Israele uscì dall’Egitto,
Giuda divenne il suo santuario.
Il mare vide e si ritrasse,
i monti saltellarono come arieti,
che hai tu, mare, per fuggire?
Perché voi monti saltellate come arieti?
Trema, o terra, davanti al Signore,
che muta la rupe in un lago.

 
Se io vi leggo la seconda parte del versetto, viene fuori una cosa senza senso:
 
la casa di Giacobbe da un popolo barbaro,
Israele il suo dominio.
Il Giordano si volse indietro,
le colline come agnelli di un gregge.
E tu, Giordano, per voltarti indietro?
E voi, colline, come agnelli di un gregge?
Davanti a Dio di Giacobbe,
la roccia in sorgenti d’acqua.

 
Questo vuol dire che la seconda parte di ogni verso è in funzione della prima, quindi il salmo va letto connettendolo di continuo tra una parte e l’altra.
Se si leggesse il salmo in ebraico ci si accorgerebbe del gioco continuo dei suoni, della scelta delle parole e delle consonanti .
 
Per fare un esempio prendiamo il Passero solitario di Leopardi:
 
Passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno brilla nell’aria…

 
Notate l’abbondanza della ‘erre’ che dà una sonorità particolare.
 
Questo gioco di consonanti che evoca sonorità è presente anche nella poesia ebraica; un esempio nel salmo 121:
 
Quale gioia, quando mi dissero:
 
“Andremo alla casa del Signore!”.
Domandate pace per Gerusalemme….

 
‘Chiedere’ si dice sha’al, ‘pace’ in ebraico si dice shalom, Yerushalayim è Gerusalemme e richiama la città della pace.
Queste cose possono sembrare un po’ pedanti, ma è la poesia che è fatta di suoni, di sensazioni, è fatta anche dalla capacità di saper cogliere tutto questo.
Fate la prova leggendo una poesia a voce alta, così come ad alta voce si dovrebbero leggere i salmi.
 
Ma la cosa più importante dei salmi è proprio l’uso dei simboli.
Non voglio rubare il mestiere a don Stefano perché il filosofo è lui, ma il simbolo è una cosa molto importante.
 
Simbolo è una parola greca che viene dal verbo symballo che vuol dire”mettere insieme”, mentre il contrario diaballo vuol dire “dividere”, da cui diabolus che è il divisore, quindi il diavolo è il contrario del simbolo.
Leggere la realtà in chiave simbolica significa cogliere in quello che vedo qualcosa di più, cogliere significati che vanno oltre a quello che vedo.
Se io parlo di terra, cielo, sole, luna, stelle, non parlo solo di un elemento fisico, parlo anche di chi ha creato questi elementi; il simbolo mi fa vedere l’invisibile, ossia Dio.
Ed è quanto accade leggendo i salmi.
 
Se non si riesce a fare questo, la realtà si frammenta e diventa semplicemente un dato di fatto che sfugge ad ogni significato.
 
Un grande filosofo francese, Paul Ricoeur diceva che il simbolo fa pensare [dà da pensare]: alla fine rimanda all’Altro.
Per questo i salmi parlano di simboli, di realtà molto concrete, perché invitano a vedere cosa c’è dietro alla realtà nella quale viviamo.
 
Questo è vero per tutta la poesia, che fa sempre pensare perché rimanda comunque ad altro.
Spesso i salmi usano i simboli per parlare di Dio e questo vuol dire che il Dio dei salmi non è un Dio astratto, un Dio del catechismo di Pio X, un Dio filosofico che non esiste nella realtà.
Il Dio dei salmi ha un volto, un braccio, si arrabbia… tutti simboli per indicare Dio.
Questa è una prima chiave di lettura per quanto riguarda il salterio.
 
Per avere un esempio di simboli, guardiamo il salmo 29:
 
3 Il tuono del Signore è sopra alle acque,
4Il tuono dl Signore è forza,
il tuono del Signore è potenza.
Il tuono del Signore schianta i cedri .
Il Signore schianta i cedri del Libano.

 
“Tuono” in ebraico – qol – è la stessa parola che si può tradurre anche con “voce”.
Per il salmista il tuono è simbolo della potenza del Signore; quando sente un tuono immagina che Dio ha una voce potente.
Il salmo 29 è tutto costruito sulla sonorità di un tuono che arriva davvero, che si scatena sulle montagne, poi sul mare, poi sul deserto ma alla fine questo tuono non è altro che il simbolo di Dio che parla al suo popolo:
 
11”Il Signore benedirà il suo popolo con la pace” , mentre normalmente i tuoni nella realtà portano i fulmini.
Quindi, la prima cosa da ricordare quando si legge un salmo è la poesia.
 
I poeti hanno capito bene che i salmi sono poesia; limitandoci alla letteratura italiana sarebbe interessante vedere quante volte un poeta italiano riprende i salmi, anche in maniera inattesa.
 
Avete mai letto la poesia di Quasimodo che richiama il salmo 137:
 
“E come potevamo mai cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ tra morti abbandonati nelle piazze/…al lamento d’agnello dei fanciulli…/ alle fronde dei salici per voto, appendemmo le nostre cetre.
 
Tutta questa riflessione sulla poesia serve ad indicare che il salmo ha valore anche per un non credente, proprio perché il salmo è poesia e le poesie sono transculturali e transreligiose.

 

I SALMI RISPECCHIANO
UN’ESPERIENZA RELIGIOSA DELL’UOMO

 

L’altra cosa per capire i salmi è che sono preghiere in forma di poesia e come tali rispecchiano un’esperienza religiosa dell’uomo, è un incontro con la divinità.
Da qui una considerazione interessante.
 
Per i credenti la Bibbia è parola di Dio, è quella parola che Dio mi dice attraverso questi testi.
Ma i salmi, se sono preghiere, sono parole che noi diciamo a Dio.

Come mai allora nella Bibbia c’è un libro di preghiere?
Non dovrebbe essere così, perché la Bibbia è tutta parola di Dio rivolta a noi, mentre i salmi sono preghiere rivolte a Lui.
 
Ho trovato questa riflessione in un bel libro di un pastore luterano, Bonoeffher, ucciso dai nazisti nel ’44, autore anche di un libro sui salmi – Pregare coi salmi con Cristo –, in cui, appunto, si pone questa domanda e lui risponde che i salmi sono le preghiere che Dio ci ha messo in bocca.
Un po’ come il Padre nostro nel Vangelo, quando Gesù dice: ”Pregate così” .
 
Questo significa che pregare con i salmi non è la stessa cosa che pregare con altre preghiere, né con quelle spontanee, né con quelle dei santi, né con quelle della tradizione cristiana.
I salmi sono un’altra cosa, sono la preghiera per eccellenza che il Signore vuole da ciascuno di noi.
Pregare con i salmi significa alla fine entrare in un mondo nel quale Dio si abbassa fino a me per entrare nel mio mondo umano e rivolgere attraverso di questo la preghiera che io non so fare e che Lui mi aiuta a fare.
 
Qualcuno può rimanere sorpreso, perché si aspetterebbe preghiere sublimi, roba da San Giovanni della Croce o Santa Teresa D’Avila in cui si entra nelle sfere della contemplazione; invece nei salmi troviamo espressioni tipo:
 
“Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”, “Signore, fino a quando continuerai a dimenticarmi?”, ” Dov’è il tuo amore di un tempo?”
Allora scopro che la preghiera che Dio vuole non è una preghiera mistica o, peggio, devozionale, ma una preghiera molto umana.
Nel salmo c’è il dolore, c’è la disperazione, c’è perfino la rabbia (ci fermeremo poi sui così detti salmi imprecatori).
 
Questo vuol dire che Dio entra anche nei lati più brutti del nostro carattere, perché i salmi sono preghiere incarnate profondamente nella vita umana.
Il professore di cui vi parlavo prima ci diceva che bisogna imparare ad esplorare il mondo dei salmi e nel suo libro sui salmi aveva un indice: le emozioni nel salterio (rancore, odio, rabbia, gioia, vendetta ecc.).
 
Entrare in sintonia col mondo dei salmi non è un’idea moderna.
Già nel III-IV secolo c’era un padre della Chiesa, Sant’Atanasio, vescovo di Alessandra d’Egitto, che aveva un amico, Marcellino, che gli scrive dicendo di non riuscire a pregare coi salmi perché non corrispondono al suo stato d’animo.
 
Nella “Lettera a Marcellino” Atanasio gli risponde dicendo:
Il libro dei salmi ha questo di meraviglioso: che riporta impressi e scritti i moti di ciascun’anima e il modo con il quale l’animo umano cambia e si corregge, affinché chi è inesperto, se vuole, possa vedere e trovare se stesso nel salterio e plasmare se stesso come nel salmo è scritto. I salmi diventano allora uno specchio perché ognuno possa osservare se stesso e recitare i salmi con tale sentimento. Se il salmo gioisce, gioisci con lui, se il salmo piange, piangi con lui.

 

ATTUALIZZAZIONE E RIFLESSIONE PERSONALE

 

La preghiera non è questione di avere voglia o di non avere voglia, ma è questione di esplorare quel mondo che il salmo ci mette davanti; può darsi che in quel momento non sia arrabbiato, ma rifletterò su quando mi capita di essere arrabbiato e pregherò per chi lo sono in quel momento o, viceversa, se in un momento che sono arrabbiato trovo un bel salmo di lode, forse il Signore me lo fa recitare apposta per vedere se, nonostante tutto, c’è un motivo per ringraziarlo.
 
Quello dei salmi è un mondo che mi costringe a far mio quel salmo e, come dice Atanasio, a farne uno specchio nel quale guardare me stesso.
 
Questa è la seconda chiave di lettura;
– la prima è puramente letteraria e vale per tutti credenti e non credenti;
– la seconda è una chiave di lettura di fede e vale per quelli che credono che i salmi sono parola di Dio.

 

QUANDO NASCE IL LIBRO DEI SALMI?

 

Terza e ultima cosa: quando nasce questo libro?
 
Chi è che ha scritto e quando sono stati scritti i salmi?
 
Per i musulmani il Corano è solo in cielo, è un’opera diretta di Allah; quello sulla terra è la copia fedele dettata dall’Arcangelo Gabriele; quindi non si può modificare né spiegare perché così l’ha scritto Dio.
Per noi, invece la Bibbia, è stata scritta da Dio e dagli uomini ed entrambi ci hanno messo del loro, tanto è vero che alla Messa quando si legge una lettura si dice: ”Dal libro del profeta Isaia…” e al termine della lettura i fedeli dicono “Parola di Dio”.
È il mistero della Bibbia che è parola di Dio nel linguaggio umano, in un gioco di relazione tra Dio e l’uomo.
 
Sapere da chi e quando un libro della Bibbia è stato scritto è importante per contestualizzarlo ed inserirlo in un preciso momento storico.
 
I salmi sono 150 e probabilmente appartengono a 150 epoche diverse.
Molti sono stati attribuiti a Davide, ma sono quelle attribuzioni che nell’antichità venivano fatte attribuendo le opere a personaggi famosi del passato.
 
In realtà, gli autori non li conosciamo e le epoche sono le più varie:
– ci sono salmi antichi (700, 800, 900 anni prima di Cristo)
– e salmi più recenti risalenti a 150 anni prima di Cristo.
 
Quindi, sono stati composti in un periodo molto ampio, ma l’unica cosa certa è che tutti i 150 salmi vengono raccolti, “pubblicati”, 150, massimo 200 anni a.C. fuori da Gerusalemme e fuori da Israele, cioè durante la diaspora.
 
Saprete certamente che l’ebraismo si considera in diaspora fino a che non è in Israele e il salterio nasce in qualche comunità ebraica fuori da Israele, forse in Siria, in Babilonia, per gente che non aveva più nulla: non aveva più il tempio, né un loro re, né la libertà perché erano schiavi.
A questa gente non restava che la preghiera, che puoi fare anche se ti trovi a diecimila chilometri di distanza dal tempio di Gerusalemme.
 
Allora i salmi diventano la preghiera del pellegrino che sente questa lontananza e avverte che l’unico legame rimasto con la sua terra è un libro di preghiere.
 
Ecco allora i salmi delle salite ( quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore) che rievocano un viaggio a Gerusalemme.
Molti sono i salmi nostalgici che rievocano la patria ( là sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion… ).
 
I salmi nascono come preghiera di persone povere, semplici che si sentono lontane e oppresse, perché, se avete notato, nei salmi il protagonista è sempre il povero ( Io sono povero e umile, ma il Signore ha pietà di me. Signore, alza la tua mano per non dimenticare i poveri… eppure tu vedi l’affanno e il dolore dei poveri… a te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto… ).
 
I salmi sono stati scritti da comunità di poveri, anche in senso materiale, oppressi e lontani dalla propria terra, che non avevano altro se non la preghiera e la parola di Dio; infatti, nel salmo 1, che dà il tono a tutto il salterio, si dice Beato l ’uomo che… nella legge del Signore trova la sua gioia.
 
Per legge del Signore non si intendono i 10 comandamenti ma la Bibbia, cioè la parola di Dio.
 
Questo è il contesto storico in cui nascono i salmi e la Chiesa ha fatto del salterio la preghiera delle comunità cristiane in cammino verso il regno di Dio.
Queste sono le tre linee con cui leggere il salterio: i salmi come poesia, i salmi come preghiera, e l’origine dei salmi.
 
La prossima volta preparerò un elenco di letture per chi è interessato ad approfondire l’argomento.
Questa sera ne indicherò solo due:
“L’arpa a dieci code”, che è una introduzione al salterio di Alberto Mello, della Comunità di Bose; l’altra lettura è la rivista della nostra Associazione Biblica: “Parole di vita” che ha tutto il 2005 dedicato ai salmi.
È stata stampata dal Messaggero di Padova.

 

CONDIVISIONE E DOMANDE

 

1 – Il Magnificat si può paragonare ai salmi?
 
R.
 
Dal punto di vista letterario il Magnificat è di fatto un salmo e si trova nel vangelo di Luca che tra l’altro imita lo stile del salmi.
E non è l’unico caso nel Nuovo Testamento.
C’è anche il canto di Zaccaria, sempre in Luca.
I salmi non sono limitati ai 150, ce ne sono altri fuori del salterio.
 
2 – Come mai gli apostoli hanno chiesto a Gesù:”Insegnaci a pregare”, pur conoscendo bene i salmi? Che valore diverso ha la preghiera dei salmi dopo Cristo?

 
R.
 
Il Nuovo Testamento ci presenta Gesù che pregava con i salmi, l’esempio classico è la morte in croce con la citazione del salmo 22: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Luca fa morire Gesù col salmo 36 (Padre nelle tue mani affido il mio spirito…).
 
Ma, ecco la novità: li legge in due modi nuovi: il primo li riferisce a se stesso, il secondo li legge con lo spirito, la preghiera che nell’Antico Testamento è soltanto in germe.
“Quando pregate dite, Abba”, ovvero in un rapporto filiale col Padre che nell’A.T. era molto marginale, rispetto ad altre forme di preghiera; nel salterio, la parola Padre la si trova raramente.
Questo vuol dire che nel N.T. i salmi non vengono abbandonati, ma sono riletti in maniera più profonda.
Riguardo alla richiesta dei discepoli a Gesù, “insegnaci a pregare”, non nasce dal fatto che vogliono una preghiera diversa perché quella di prima non bastava loro più.
 
È un’altra cosa.
 
“Insegnaci a pregare” lo chiedono quando vedono Gesù che prega e Gesù insegna loro una sola preghiera, il Padre nostro: che non vuol dire che è quella l’unica preghiera da dire, ma, piuttosto, pregare con quello spirito, cioè con la preghiera che inizia con la parola Padre, che è il modo con cui pregava Gesù (“Padre, se è possibile allontana da me questo calice…”).
 
Quindi, la domanda dei discepoli nasce dall’aver visto Gesù pregare in un modo straordinario.
Gesù non insegna le preghiere, insegna come pregare attraverso un modello di preghiera, il che non abolisce tutte le altre, ma dà senso a tutte le altre preghiere.
E la Chiesa per far capire questo, quando recitiamo i salmi, fa precedere ogni salmo da una frase, in corsivo, del N.T.
 
3 – Sarebbe più giusto pregare col salmo che in quel momento rispecchia il mio stato d’animo?
 

R.
 
Questo si può fare, è una metodologia scritta dalla Bibbia dei Riformati o la Bibbia dei Gedeoni, che si trova negli alberghi, dove sono indicati i testi da leggere secondo lo stato d’animo.
In questo metodo c’è però il rischio di leggere sempre quelle cose che in quel momento mi fanno comodo.
La preghiera dei salmi invece ha questo di bello che leggo anche ciò che non mi fa comodo e accetto anche di confrontarmi con quello che la parola di Dio mi mette davanti.

 

Prima Lezione di don Luca Mazzinghi
Docente ordinario di Sacra Scrittura alla
Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e al Pontificio Istituto Biblico
 
16 ottobre 2014
 
Lezione registrata e trascritta. Non rivista dall’autore