Che cos’è la volontà di Dio?
Una vita autentica
nella gioia e nell’amore.

La lezione di Thomas Merton

 

“In ogni situazione della vita la «volontà di Dio» ci si manifesta non soltanto come dettame esterno di una legge impersonale, ma soprattutto come invito interiore di amore personale. Troppo spesso il concetto corrente di «volontà di Dio» intesa come forza arbitraria, impenetrabile, che si impone con implacabile ostilità, spinge gli uomini a perdere la fede in un Dio che è per loro impossibile amare”.
 
Così Thomas Merton, il grande monaco trappista statunitense morto nel 1968, scriveva in Semi di contemplazione a proposito di una delle più comuni distorsioni o “cattive interpretazioni” del pensiero di Dio. Una impossibilità di amare che riguarda anche i credenti “convinti” e che li lascia spesso in una fluttuante e cronica incapacità di cogliere fino in fondo il mistero di Dio come amore e salvezza per l’uomo.
 
Nel Deuteronomio il Signore promette al suo popolo, se si converte, di farlo felice, sovrabbondante di beni, perché questa è la volontà di Dio su di esso.
“Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30,15) annuncia attraverso Mosè nella consegna dell’Alleanza.
 
È una promessa di bene perentoria:
“Tu ti convertirai, obbedirai alla voce del Signore e metterai in pratica tutti questi comandi che oggi ti dò.
Il Signore tuo Dio ti farà sovrabbondare di beni in ogni lavoro delle tue mani, nel frutto delle tue viscere, nel frutto del tuo bestiame e nel frutto del tuo suolo; perché il Signore gioirà di nuovo per te facendoti felice, come gioiva per i tuoi padri, quando obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; quando ti sarai convertito al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima.” (Dt 30,8-10)
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Forse dobbiamo liberarci dagli schemi un po’ angusti dell’apocalittica giudaica, quella corrente di pensiero che affiora soprattutto in testi non canonici nel periodo intertestamentario (tra la fine dell’Antico e il Nuovo Testamento) e che ha nell’Apocalisse di Giovanni una re-interpretazione in senso cristiano: uno schema che rimanda la resa dei conti, il giudizio alla fine dei tempi.
 
Negli anni Settanta uscì un libro che creò scompiglio tra gli esegeti: Eugenio Corsini, un professore di Storia del cristianesimo dell’Università di Torino reinterpretò l’Apocalisse di Giovanni invertendone la cronologia: «Apocalisse, prima o dopo» era il titolo provocatorio, a indicare che il testo poteva rappresentare una profezia sulla storia (compiuta) del popolo di Israele, non sulla fine dei tempi.
 
Giusta o sbagliata che fosse quella rilettura, è certo che per Gesù il giudizio è già qui, in questo mondo, nella nostra vita, e si esprime come volontà di amore di Dio per noi, non come compiacimento di condanna: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito perché chiunque creda in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
 
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi attraverso di Lui. Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,16-18)
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La condanna c’è già, quindi, nella nostra esistenza terrena, ora, e non come rivalsa o punizione futura di Dio per la nostra disobbedienza; c’è come situazione di fatto che noi abbiamo scelto non accogliendo l’invito all’amore che Dio stesso fa continuamente e che lo ha spinto a mandare sulla terra e lasciare crocifiggere lo stesso Figlio per fare percepire a noi, in modo diretto e reale, la sua misericordia e il suo amore sconfinato.
 
Scegliendo il male, il peccato, ci priviamo del solo e vero bene, che è un bene concreto, attuale: la gioia, la felicità, anche un’abbondanza materiale, come insiste tutto l’Antico Testamento, perché nella comunione c’è anche condivisione e perché Dio sa vestirci meglio dei re, come dimostrano i gigli del campo.
Eppure, quale idea cupa della Sua volontà affligge spesso i cristiani…
“L’idea che noi ci facciamo di Dio è più rivelatrice di noi stessi che di Lui”, ammonisce Merton.
 
E qui si apre una considerazione importante sulla qualità della stessa vita cristiana.
Non è spesso una vita nella paura, nella paralisi del fare per timore di sbagliare, di peccare?
Non siamo anche noi alle volte come il servo della parabola di Matteo che dice al padrone che gli aveva lasciato un talento: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo” (Mt 25,25)?
 
Non c’è sovente una rinuncia alla vita, ai suoi beni e piaceri “buoni”, nell’atteggiamento di chi si trincea in una severa casistica morale, forse più che per un anelito di giustizia per la paura di restare ferito e colpito dal suo abbraccio?
La svalutazione dei beni terreni, umani, quasi fossero inconsistenti, superati dai beni celesti, avverte Merton, rischia di portarci nell’alienazione, nella irrealtà: “Prima di poter avvertire che le cose create (soprattutto materiali) sono irreali, dobbiamo avere una netta visione della loro realtà.
Perché la «irrealtà» delle cose materiali è soltanto relativa alla più grande realtà delle cose spirituali”.
 
E in un altro passo avverte: “La morte che ci fa entrare nella vita non è una fuga dalla realtà, ma un dono completo di sé che presuppone un darsi totalmente alla realtà”.
E conclude con una diagnosi acutissima dell’alienazione religiosa di ogni tempo: “Non esiste nella vita spirituale disastro più grande dell’essere immersi nell’irrealtà, perché la vita viene in noi alimentata e mantenuta dallo scambio vitale che intercorre tra noi e le realtà che ci circondano e ci sovrastano.
Quando la nostra vita si nutre di irrealtà le viene per forza a mancare l’alimento e quindi è costretta a morire” (da Pensieri nella solitudine).

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger