TESTO DEL VANGELO (Mt 11,25-30)


In quel tempo, Gesù disse:
 
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
 
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 
 

COMMENTO AL VANGELO dei PADRI CARMELITANI

 
Contesto.
 
Il brano liturgico di Mt 11,25-27 rappresenta una svolta nel vangelo di Matteo: a Gesù vengono poste le prime domande sull’avvicinarsi del regno dei cieli. Il primo a porre tali interrogativi sull’identità di Gesù è Giovanni Battista, il quale tramite i suoi discepoli gli rivolge una precisa domanda: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (11,3).
 
Invece i Farisei insieme agli Scribi si rapportano a Gesù con parole di rimprovero e giudizio: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato» (12,2).
Sinora nei capp. 1-10 la venuta del regno dei cieli nella persona di Gesù non sembrava avere ostacoli, ma dal cap.11 vengono poste delle precise difficoltà.
 
Ovvero molti iniziano a prendere posizione di fronte alla persona di Gesù: a volte è «oggetto di scandalo», di caduta (11,6); «questa generazione», nel senso di questa discendenza umana, non ha un atteggiamento di accoglienza nei confronti del regno che viene; le città situate lungo il lago non si convertono (11,20); sul comportamento di Gesù si scatena una vera e propria controversia (cap.12) anzi, s’inizia premeditare come farlo morire (12,14).
 
Questo è il clima di sfiducia e di contestazione in cui Matteo inserisce il nostro brano.
 
Ora è arrivato il momento di interrogarsi sull’attività di Gesù: come interpretare queste «opere del Cristo» (11,2.19)?
Come spiegare questa azioni taumaturgiche (11, 20.21.23)?
 
Tali interrogativi riguardano la cruciale questione della messianicità di Gesù.  
Intanto le opere messianiche di Gesù pongono sotto giudizio non soltanto «questa generazione» ma anche le città che sono intorno al lago che non si son convertite all’avvicinarsi del regno nella persona di Gesù.
 
Divenire piccolo.
 
L’itinerario più efficace per realizzare questa conversione è diventare «piccoli».
 
Gesù comunica questa strategia della «piccolezza» in una preghiera di riconoscenza (11,27) che ha un parallelo splendido nelle testimonianza resa dal Padre in occasione del battesimo (11,27).
 
Gli studiosi amano chiamare questa preghiera un «inno di giubilo».
Il ritmo della preghiera di Gesù inizia con una confessione: «ti rendo lode», «confesso a te».
Tale espressione introduttiva rende la parola di Gesù alquanto solenne.
 
La preghiera di lode che Gesù pronuncia presenta le caratteristiche di una risposta rivolta al lettore.
Gesù si rivolge a Dio con l’espressione «Signore del cielo e della terra», vale a dire, a Dio come creatore e custode del mondo.
Nel giudaismo, invece, si era soliti rivolgersi a Dio con l’invocazione «Signore del mondo», ma non l’aggiunta del termine «Padre», caratteristica distintiva della preghiera di Gesù.
Il motivo della lode e lo svelarsi di Dio: perché nascondesti…, rivelasti.
 
Il nascondimento riferito ai «sapienti e intelligenti» riguarda gli scribi e i farisei considerati come interamente chiusi e ostili all’avvicinarsi del Regno (3,7ss; 7,29; 9,3.11.34).
La rivelazione ai piccoli, il termine greco dice «infanti», coloro che ancora non parlano.
Quindi Gesù designa gli uditori privilegiati della proclamazione del regno dei cieli come gli inesperti della legge, i non istruiti.

 
Quali siano «queste cose» che vengono nascoste o rivelate?
 
Il contenuto di questa rivelazione o nascondimento è Gesù, il Figlio di Dio, il rivelatore del Padre.
È evidente per il lettore che lo svelarsi di Dio è legato inscindibilmente alla persona di Gesù, alla sua parola, alle sue azioni messianiche.
È lui che permette lo svelarsi di Dio e non la legge o gli eventi premonitori del tempo finale.

 
Lo svelarsi di Dio dal Padre al Figlio.
 
Nell’ultima parte del discorso Gesù fa un’autopresentazione di se stesso come colui al quale ogni cosa è stata comunicata dal Padre.
Nel contesto dell’avvicinarsi del Regno Gesù ha il ruolo e la missione di rivelare il Padre celeste in tutto.
In tale compito e ruolo riceve la totalità del potere, del sapere e l’autorità di giudicare.
Per confermare questo ruolo così impegnativo Gesù si appella alla testimonianza del Padre, l’unico che possiedo una reale conoscenza di Gesù: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» e viceversa «e nessuno conosce il Padre se non il Figlio».
La testimonianza del Padre è insostituibile perché la dignità unica di Gesù come Figlio venga compresa dai suoi discepoli.
Inoltre, viene affermata l’unicità di Gesù nel rivelare il Padre; lo affermava già il vangelo di Giovanni: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1,18).
 
In sintesi.
L’evangelista fa capire ai suoi lettori che lo svelarsi di Dio avviene attraverso il Figlio.
Di più: il Figlio rivela il Padre a chi vuole.

 

SPUNTI DI RIFLESSIONE PERSONALE

 

  • La tua preghiera sente il bisogno di esprimere tutta la gratitudine al Padre per i doni con cui cola la tua vita? Ti capita di confessare pubblicamente di esaltare il Signore a motivo delle opere meravigliose che compie nel mondo, nella chiesa, nella tua vita?

  • Nella tua ricerca di Dio fai affidamento sulla tua sapienza e intelligenza o ti lasci guidare dalla sapienza di Dio? Che attenzione poni al tuo rapporto con Gesù? Ascolti la sua Parola? Assumi i suoi sentimenti per scoprire la sua fisionomia di Figlio del Padre celeste?

 

Lascia un Commento

*

*

code