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Finiremo questi incontri con due ulteriori argomenti: il problema dei così detti salmi imprecatori e
il rapporto dei salmi con il Nuovo Testamento. Per fare degli esempi pratici, ho preso due salmi, il salmo 137 (136) per quanto si riferisce al primo argomento, il salmo 110 (109) per l’altro.

 

I SALMI IMPRECATORI

 
Salmo 137 (136)


1.Lungo i fiumi di BABILONIA,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion.
 
2.Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre,
 
3.perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
«Cantateci canti di Sion!».
 
4.Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
 
5.Se mi dimentico di te, GERUSALEMME,
si dimentichi di me la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato,
 
6.se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

 
Nel breviario il salmo viene recitato di solito al vespro, ma se lo leggiamo sulla Bibbia ci accorgiamo che mancano i tre ultimi versetti:
 
7.Ricòrdati, Signore, dei figli di Edom
che, nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: «Spogliatela, spogliatela
fino alle sue fondamenta!».
 
8.Figlia di BABILONIA devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
 
9.Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra.

 
Prima di tutto cerchiamo di capire cosa realmente dice questo salmo; successivamente vedremo come accogliere e pregare un salmo del genere.
 
Il salmo è stato scritto in relazione all’esilio di Babilonia, ma si tratta di esiliati che non mollano, che non si dimenticheranno mai di Gerusalemme: esiliati che sperano in un ritorno e anche nella vendetta su Babilonia che li ha deportati. Questo è il contesto storico che non va dimenticato.
 
A livello di struttura del salmo, vorrei farvi vedere alcune cose che rischiano di passare inosservate.  
C’è una parola che ritorna in ognuna delle tre strofe, la parola ricordare o ricordo.
Quindi il grande tema del salmo è la memoria, la memoria come evento tragico che diventa poi l’appello perché Dio ci vendichi e ci salvi da questi nemici così terribili.
 
L’altro elemento che lega il salmo è la menzione di Babilonia che troviamo proprio all’inizio.  
Nel cuore del salmo al v. 5 c’è il nome della città santa – Gerusalemme; al v. 8 di nuovo Babilonia (figlia di Babilonia): la città è citata all’inizio e alla fine e nel mezzo c’è Gerusalemme, come se Babilonia circondasse anche al livello del testo Gerusalemme.
Questo per farvi vedere come il salmo è ben costruito.

 
Un altro elemento è l’immagine di acqua ( lungo i fiumi di Babilonia) in cui si mescolano le lacrime degli esiliati (là sedevamo e piangevamo).
L’acqua che scorre è il tempo che passa e l’impossibilità dell’esiliato di fare qualcosa.
 
L’ultima parola con cui si chiude il salmo è pietra: è contro quella pietra che si schiantano le speranze dei nemici, cominciando dai loro bambini: l’acqua che scorre – che è il nostro pianto – e la pietra che è il punto finale e che segnerà la nostra vittoria.
 
Il salmo gioca su questi due simboli assolutamente antitetici: Babilonia e Gerusalemme, l’acqua e la pietra.
 
L’ultimo elemento che caratterizza il salmo è la ripetizione, nella prima strofa, del termine canto.
Non si può cantare, siamo in terra straniera, men che meno si possono cantare i canti del Signore, cioè i salmi.
 
Questa è la struttura delle prime tre strofe del salmo: a Babilonia piangiamo perché siamo prigionieri (I strofa); non mi dimenticherò mai di Gerusalemme (II strofa); ricordati Signore dei nostri nemici (III strofa).
 
Qual è il tono del salmo?
 
La prima strofa ha un tono di lutto, di lamento; ci sarebbe da aggiungere che il poeta, che scrive in ebraico, usa un ritmo che è quello proprio dei lamenti funebri, un po’ come il tono del nostro Dies irae che veniva cantato nelle messe funebri, fino al Concilio del Vaticano II.
Tutto il tono della prima strofa è dominato da questo silenzio perché il salmista non può più cantare essendo in esilio: l’unica voce è quella del pianto.
 
Questa immagine del non poter cantare, del non poter fare più festa l’hanno ben colta i vari lettori del salmo come Salvatore Quasimodo che inizia e termina una sua famosa poesia – ambientata in tempo di guerra – con le parole del salmo 137.
 
E come potevamo cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze,
sull’erba dura di ghiaccio,
al lamento d’agnello dei fanciulli,
all’urlo nero della madre
che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese;
oscillavano lievi al triste vento.

 
Questa è una splendida rilettura del salmo 137 in un contesto non diverso: qui la guerra, là l’esilio, ma in entrambi i casi c’è il lutto, il pianto, la tragedia e quindi il silenzio.
Non va dimenticato questo contesto, altrimenti la finale sembra troppo brutta; immaginate di essere voi ad aver visto il figlio crocifisso sul palo del telegrafo, o i vostri bambini ammazzati, o il nemico che vi ha deportato in terra straniera.
 
Al cuore del salmo, abbiamo detto, c’è il ricordo di Gerusalemme, ricordo che è al di sopra di ogni mia gioia.
E poi la strofa finale che ci disturba tanto, in cui il salmista ricorda non soltanto Babilonia devastatrice, ma ricorda anche i figli di Edom.
Gli Edomiti sono quella popolazione che abitava il sud dell’attuale Giordania, cugini degli Israeliti.  
Ricordate che secondo la tradizione Edom sarebbe Esaù, il fratello di Giacobbe e quindi erano considerati affini al popolo ebraico ma, come si sa, tra cugini ci si vuole sempre più male che non tra lontani: tra popoli vicini ci si odia di più che non tra popoli lontani.
 
Quando i Babilonesi attaccarono Gerusalemme e la distrussero, gli Edomiti ne approfittarono e attaccarono quello che ne rimaneva e finirono l’opera dei babilonesi.
Una pugnalata alle spalle e quindi erano ancor più odiati perché avevano approfittato di una disgrazia per colpire gli Israeliti.
 
La strofa finale ricorda questo fatto: gli Edomiti hanno spogliato Gerusalemme fino alle sue fondamenta. Il testo ebraico è più crudo; dice: l’hanno denudata fino alle natiche.
Gerusalemme è immaginata come una donna a cui gli Edomiti tolgono la sottana, lasciandola nuda in mezzo alla piazza.
Una vera e propria violenza come quella dei Babilonesi che ridussero il popolo in schiavitù e lo deportarono in esilio.
 
La strofa finale è un invito a Dio perché si ricordi di loro e si vendichi; anzi, beato chi ne ucciderà i figli spaccandoli contro la pietra.
Era poi quello che si faceva in Oriente quando si conquistava una città.
Ricordiamoci che ai nostri giorni in Bosnia, in Kossovo, nel Burundi ecc. sono state fatte cose ben peggiori.
 
Quello che a noi fa difficoltà è che i salmi sono preghiere e di simili imprecazioni ne troviamo diverse nei salmi.
Fino al Concilio Vaticano II questo non era un problema; prima di tutto perché i cattolici, normalmente, non leggevano la Bibbia e quindi non conoscevano questi testi, secondariamente perché la liturgia era in latino, ignorato dalla maggiorana della gente.
Chi sapeva il latino era una persona colta e quindi aveva anche gli strumenti per superare i problemi di carattere interpretativo.
Il problema nacque con il Vaticano II quando si introdusse la liturgia in lingua volgare e Paolo VI si pose il problema di come sarebbe stato l’impatto di testi del genere sul popolo di Dio, che iniziava allora a leggere i salmi.
Siamo nel 1965, il messale romano che usiamo in chiesa è del 1971; tra il ‘65 e il ‘71 la messa cominciò a essere detta in italiano ma ad esperimentum, non era un testo fissato, erano delle prove.
Paolo VI, contro il parere dell’intero Concilio, decise di tagliare questi salmi dalla liturgia come ancora oggi avviene, perché, diceva, il popolo di Dio non si scandalizzi con questo tipo di preghiere che forse riescono troppo dure per la gente.
E Paolo VI commentò questa decisione, in realtà molto avversata, con una frase di s. Agostino che a sua volta commentava il salmo 137 rendendosi conto che il problema era grosso e che risolse in maniera all’epoca geniale usando l’allegoria; diceva: i piccoli di Babilonia che vengono sfracellati contro la roccia, sono i diavoli che nascono in noi e la roccia è Cristo (…)
 
Così s. Agostino, di fronte a questo suo desiderio di minimizzare l’impatto del salmo, commentò in latino: «Melius est reprehendant nos gramatici quam non intellegant populi»: È meglio che ci rimproverino i grammatici dotti piuttosto che la gente del popolo non capisca.
È meglio tagliar qualcosa e suscitare le ire dei dotti che rischiare che la gente non comprenda quello che noi stiamo pregando.
È una motivazione che oggi chiameremmo pastorale.
In realtà Paolo VI arrivò secondo, perché già la Chiesa Anglicana una trentina d’anni prima nel breviario simile al nostro aveva tagliato questi salmi per la stessa ragione.
Dopo cinquant’anni dal Concilio ci si può chiedere se il popolo di Dio è o non è maturo per pregare anche con questi salmi, visto che nella Bibbia ci sono.
Nella Bibbia non è come nel calcio dove c’è la serie A e la serie B.
È tutta serie A: o la si rifiuta o la si prende per intero.
 
Il problema quindi si pone e qual è la soluzione o almeno alcuni tentavi di soluzione?
 
Prima di tutto in questi salmi si chiede a Dio di intervenire di fronte a un male troppo grosso: ci hanno esiliato, ci hanno colpito alle spalle, questi nemici ci stanno uccidendo: Signore, intervieni e fai qualcosa.
 
Questa prima richiesta ha già un valore.
Noi stiamo bene ma pensate, ad esempio, ai cristiani della Nigeria che vengono uccisi mentre sono alla Messa.
È facile dire: «perdoniamo», ma quando è morta mezza famiglia la prima reazione è chiedere al Signore di farli smettere e se nel farli smettere li sbatti un po’ nel muro, a me non fa problema!
È una reazione umana!
Ricordiamo che la Bibbia non è un libro “caduto dal cielo” (…) è un libro che ha due autori: Dio e gli uomini.
 
Intanto c’è una prima spiegazione: in una situazione di reale difficoltà, di vera oppressione,di pericolo e di morte, un popolo chiede a Dio di intervenire e, ripeto, è già un valore rivolgersi a Dio che intervenga ed intervenga qui, subito, prima di tutto perché il pericolo è imminente, e poi perché non c’è la speranza in una punizione futura nell’altro mondo.
 
Come sapete nell’A.T., tranne i testi tardivi come il Libro della Sapienza, Daniele e il Libro dei Maccabei, manca l’idea dell’aldilà e quindi è inutile sperare che Dio intervenga dopo mandando i persecutori all’inferno.
Per gli ebrei non c’è questa prospettiva.
 
Un’altra spiegazione.
 
In questi salmi è vero che il contesto storico è preciso, quello di Babilonia. Però Israele ha continuato a recitarli per 2500 anni, anche dopo essere uscito da Babilonia.
Allora queste immagini diventano appunto immagini del popolo di Dio, cioè Gerusalemme, e del nemico di Dio, cioè Babilonia.
Allora tutta questa forza che il salmo ha contro i nemici di quel momento storico, nei secoli successivi all’esilio in Babilonia, diventano i nemici in genere: rappresentano tutto ciò che si oppone a Dio: il male, il caos, la morte, il demonio.
Alla fine c’è una certa spiritualizzazione dei nemici.
 
C’è poi da tener presente un altro aspetto nell’interpretare questi salmi.
I salmi imprecatori fanno vedere che il male esiste e va chiamato col suo nome; non si può far finta che non ci sia.
Nel mondo ci sono i figli di Edom, ci sono i Babilonesi, c’è la morte, la violenza, l’oppressione.
I salmi imprecatori il male lo chiamano col suo nome.
Sono salmi esigenti perché ci sbattono davanti la realtà del male e affidano a Dio il compito di toglierla.
Questi testi sostengono che non ci può essere alleanza tra Dio e il male; sono due realtà diverse e Dio deve intervenire e togliere il male che c’è nel mondo, il male concreto, quello fatto di ingiustizia, di guerra, di violenza.
I salmi imprecatori portano Dio all’interno del male che c’è nel mondo fino al punto quasi di mescolarlo col male che c’è nel mondo.
portano Dio all’interno del male che c’è nel mondo fino al punto quasi di mescolarlo col male che c’è nel mondo.
 
C’è poi da tener presente che nella Bibbia c’è anche un progresso tra i due Testamenti: ciò che per l’A.T. poteva sembrare necessariamente un bene, nel N.T. non lo è più.
 
Per esempio uccidere a determinate condizioni per l’A.T. non è un problema: Israele ammette la pena di morte, ammette la guerra in determinate circostanze.
Quando il comandamento vieta di uccidere significa non uccidere l’innocente, chi non ha colpa.
Per il N.T. invece non solo non si deve uccidere nessuno, ma già dire a qualcuno stupido sei già sul versante dell’uccisione.
Il N.T. fa fare un salto rispetto a diverse esigenze dell’A.T.

 
Allora quando si legge questo salmo all’interno dell’intera Bibbia lo si deve leggere anche con l’ottica nuova del N.T.
Allora il salmo cambia aspetto: per un cristiano non è più semplicemente volere ammazzare i bambini dei nemici, ma eliminare il male.

 
C’è ancora qualcosa da dire su questi, sempre in relazione al N.T.
 
Sant’Agostino aveva intuito una cosa e cioè che le imprecazioni contenute nel salmo 137 sono in realtà non tanto preghiere, quanto profezie: per s. Agostino l’uomo che soffre profetizza la croce di Cristo.
 
È un principio interessante.
 
Secondo il N.T. Cristo diventa maledetto da Dio (Lettera ai Galati).
Cristo nel momento in cui viene crocifisso assume su di sé la maledizione.
Ovvero, queste preghiere così forti, così imprecatorie in Cristo diventano salvezza, perché Cristo prende su di sé questo male e lo trasforma in bene nel momento in cui offre la sua vita per gli uomini.
 
Vi ho dato già diversi criteri per cui questi salmi possono ancora essere letti e pregati e, se anche questi criteri non bastassero, occorre ricordarsi quel che dice il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum, n. 13, in cui si afferma che la Bibbia è il segno della condiscendenza di Dio.
Prendete il termine alla lettera: condiscendere = scendere giù con.
Dio scende giù con gli uomini fino a farsi uno di loro compreso il linguaggio; assume il linguaggio umano, con le limitazioni proprie di questo linguaggio, dice la Dei Verbum.
 
Noi vorremmo probabilmente una Bibbia asettica, depurata da ogni contestualizzazione umana, ma la Bibbia non è questo; tanto è vero che molti cristiani non leggono la Bibbia ma il catechismo.
Quello sì che è asettico!
Però non è parola di Dio come lo è la Bibbia.
 
I salmi imprecatori si possono ancora pregare perché ci mettono di fronte a tutto il male che c’è nel mondo, ci costringono a prenderne atto, ci obbligano a chiamare in causa Dio perché lui si faccia carico di tutto questo male.
E poi alla luce del N.T. capiamo che se ne è già fatto carico: è la croce di Cristo.

 

IL RAPPORTO DEI SALMI COL NUOVO TESTAMENTO

 

Per affrontare questo rapporto prendo come esempio il salmo 110 (109) che è il testo dell’A.T. più citato, in assoluto, nel N.T.: soltanto il primo versetto è citato 20 volte.
Ed è molto usato anche dalla liturgia in tutti i vespri di tutte le domeniche di tutto l’anno e in tutte le grandi feste.
Mediamente è citato 70- 80 volte durante l’anno.
Come tutti salmi famosi è uno di quelli che si capiscono meno, anche perché nel breviario vengono tolti alcuni versetti un po’ forti.

 

 

 
Il salmo ha due grandi parti: la prima inizia con Oracolo del Signore, la seconda con Ha giurato il Signore. Sono due oracoli profetici.
 
Nella prima parte si invita il re (mio signore) a sedere alla destra di Dio, espressione che significa “partecipare alla stessa gloria di Dio. Il re è rappresentante di Dio sulla terra: il primo versetto è un oracolo di intronizzazione.
 
Segue l’acclamazione del salmista nel v. 2: Lo scettro del tuo potere.
Lo scettro è segno del comando con cui il re domina sui suoi nemici.
 
Nel v.3 si descrive il popolo che è col re, il quale, vestito da sacerdote, con sacri ornamenti, è come se fosse rinato nel giorno della sua intronizzazione: alla lettera: dall’utero dell’aurora viene la rugiada della giovinezza.
Questo versetto dimostra come i salmi siano molto espliciti, il testo ebraico dice proprio dall’utero.
Quando negli anni ‘90 traducemmo i salmi, quelli della Bibbia CEI – anch’io ero nella Commissione – puntavamo i piedi contro chi sosteneva che in chiesa non si poteva dire utero che del resto Girolamo aveva usato nella Vulgata.

 

La prima parte del salmo, dunque, è dedicata all’incoronazione del re (potrebbe essere Davide come Salomone) e nella seconda parte del salmo gli si augura di essere sacerdote per sempre.
L’unico caso nella storia di Israele in cui ci sia stato un re che abbia fatto anche funzioni di sacerdote è stato quello di Salomone quando consacra il tempio di Gerusalemme, altrimenti i poteri erano rigorosamente separati. Ci sono casi in cui un re tenta di fare anche da sacerdote e Dio lo fulmina sul posto.
 
Perchè al modo di Melchisedek?
 
Melchisedek è diventato famoso perché nella liturgia cattolica lo hanno messo nel canone romano nella prima preghiera eucaristica: l’oblazione pura e santa di Melchisedek tuo sommo sacerdote. In Gen. 14 si legge che Abramo va in guerra contro cinque re, li vince, poi arriva nella città cananea (gebusea, per la precisione, poi chiamata Gerusalemme dopo che è stata conquistata da Davide 8 secoli dopo) e qui trova il re Malchisedek, che significa “re di giustizia”.
È re di Shalem, “re di pace”, il quale offre ad Abramo pane e vino ed Abramo gli dà la decima di tutti i suoi beni. Melchisedek lo benedice nel nome del Dio altissimo, che tra l’altro è il capo della religione cananaica.
 
Questo episodio è intrigante: probabilmente è un bell’esempio di come nella Bibbia si mescola la fede con la propaganda politica e religiosa. Quando nell’anno 1000 Davide conquista Gerusalemme, città cananea, ne fa capitale del suo regno e porta anche l’arca dell’Alleanza. Sorge però un problema: come si può battezzare Gerusalemme, città pagana, dove c’è questo Dio Altissimo, capo degli dei cananei?
Ecco allora che nasce la storia in cui si crea questo personaggio misterioso, re di giustizia e di pace, a cui Abramo si prostra, che lo benedice in nome del Dio Altissimo che nella Bibbia diventa poi Jahvé. È un modo simpatico di Davide per dire: «Guardate, che il vostro primo re, in fondo, aveva un Dio comune con il nostro. Abramo si è prostrato davanti a lui, lui ha riconosciuto Abramo… Quindi tra noi e Gerusalemme c’è un legame».
 
Lasciamo perdere l’episodio di Melchisedek.
Quello che interessa è che il re sia anche sacerdote, cosa molto rara in Israele, e questo re sta alla destra di Dio (v.5) e distruggerà tutti i suoi nemici, giudicherà tutti, ammucchierà cadaveri (v.6). Questa è un’immagine tipica dell’oriente antico, specialmente dell’Egitto dove si trovano delle immagini del faraone che spezza la testa dei suoi nemici e poi si mette in piedi sopra al mucchio per far vedere che lui li ha vinti.
Questo re, stanco per avere ammazzato tanta gente, ha sete, si ferma al torrente, poi rialza la testa e continua a vincere la sua battaglia.
 
Questo è un po’ il senso del salmo nel suo contesto storico, salmo che, benché sia religioso, per certi aspetti, è anche un piccolo esempio di propaganda politica perché sta dietro alla monarchia salomonica, ma questa dimensione anche umana della Bibbia non ci spaventa.
La cosa interessante è che il salmo finisce nel N.T. in due modi davvero singolare: prima di tutto la parola Signore, qui è Adonai mentre in greco è Kyrios che nel N.T. è Gesù.
Pensate alle affermazioni tipiche di Paolo o degli Atti degli Apostoli Gesù è il Signore. Quindi dire Signore nel N.T. fa pensare alla figura stessa di Gesù e la frase Oracolo del Signore al mio Signore il N.T. la legge così:
 
Oracolo di Dio, il Signore, al mio Signore, cioè a Gesù.
 
Questo tipo di lettura sembra rifarsi alla lettura che Gesù stesso faceva del salmo, per lo meno è attestata in bocca a Gesù nel contesto della polemica che fa Gesù nel tempio di Gerusalemme con i farisei (Mc.12) i quali sostengono che il Messia sarà figlio di Davide, al che Gesù risponde che non può essere figlio di Davide, è superiore a Davide, perché nel salmo Davide lo chiama mio Signore.
E, quindi, il Messia è Signore anche di Davide. In altre parole cosa accade? Gesù legge il salmo 110 e vede nel salmo se stesso, non perché il salmo ne parli direttamente – nella realtà il salmo parla di Davide o, meglio ancora di Salomone – ma perché Gesù riflette su questa figura in cui coglie qualcosa di più.
 
Siedi alla mia destra finché ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.
Anche questa immagine Gesù l’applica a se stesso, sempre in Marco (Mc.14,61-65) nel contesto del processo di fronte al tribunale giudaico, quando il sommo sacerdote gli chiede: «Allora tu sei il Figlio di Dio?». Gesù risponde: «Tu lo dici. Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio…», riprendendo la stessa frase del salmo.
E l’immagine finché ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi la ritroviamo in 1 Corinzi 15,25, che leggeremo nella commemorazione dei defunti e a un certo punto cita il salmo dicendo:”È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte..”.
Qui è chiara la rilettura che fa Paolo: qui i nemici non sono più quelli di Davide o di Salomone, ma i nemici dell’umanità e colui che li mette sotto i piedi è Cristo e il vero nemico è la morte. Vedete che il N.T. va oltre il salmo 110, ma su una linea che è analoga.
 
Ma è soprattutto sul v. 4 che il N.T. giocherà molto: Ha giurato il Signore e non si pente:«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
 
Questa idea ha stimolato molto l’autore della Lettera agli Ebrei.
La lettera agli Ebrei in realtà è di un autore postpaolino: non è una lettera ma un’omelia diretta ai cristiani provenienti dall’ebraismo, ed ha un tema preciso: Cristo è l’unico nostro sacerdote. Questo è un tema molto interessante: noi siamo presbiteri, ministri ordinati, preti nel linguaggio comune.
Il sacerdozio nella Bibbia è uno solo, quello di Cristo e in forza di quel sacerdozio, tutti i cristiani sono sacerdoti in quanto battezzati, come afferma il Concilio.
 
Nel c.7 della Lettera agli Ebrei si riflette proprio sul fatto che c’è un solo sacerdote che è Cristo.
Ma attenzione: dire questo in un contesto ebraico significa dire che il sacerdozio ebraico non esiste più. Accade allora, nel c.7 della Lettera agli Ebrei, che questo versetto del salmo 110 serve all’autore della Lettera per capire cosa significa che Gesù è sacerdote.
È un’idea che nel N.T. non esiste. Eppure qui, nella Lettera agli Ebrei, è molto forte e l’autore l’ha tirata fuori proprio dal salmo 110. Ascoltiamo: (Ebr. 7,1-3):
 
1 Questo Melchisedek, re di Salem, era sacerdote del Dio altissimo. Egli andò incontro ad Abramo, mentre questi ritornava dopo aver sconfitto dei re, e lo benedisse. 2 E Abramo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto – traducendo il suo nome, -Re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire Re di pace. 3 È senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fine di vita, simile quindi al Figlio di Dio. Questo Melchisedek rimane sacerdote in eterno.
 
Se Cristo è sacerdote al modo di Melchisedek, chi è mai questo Melchisedek?
 
L’autore della Lettera si rende conto che Melchisedek non è mai ricordato se non a proposito di Abramo. Non si dice né di chi fosse figlio, né di chi fosse padre, né da dove venisse… Appare e scompare dalla scena: cosa inusuale per un personaggio biblico. Allora l’autore della Lettera capisce che Melchisedek , re di pace e di giustizia, è l’immagine del Figlio di Dio, e siccome Melchisedek è per sempre, anche Cristo è per sempre.
 
Ecco allora una prima idea: il sacerdozio di Cristo non finisce mai.
Quello degli Ebrei finisce perché muore la persona.
 
Più avanti ancora al c.7,14 – 19:
 
15 E la cosa è ancor più evidente quando sorge, a somiglianza di Melchisedec, un altro sacerdote 16 che diventa tale non per disposizione di una legge dalle prescrizioni carnali, ma in virtù della potenza di una vita indistruttibile; 17 perché gli è resa questa testimonianza:
«Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedek».
 
18 Così, qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e
inutilità 19 (infatti la legge non ha portato nulla alla perfezione); ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio.
 
Qui l’autore della Lettera, anche con una certa forza e una certa polemica, sta affermando che il sacerdozio ebraico non è in grado di avvicinarsi a Dio e nel c.9 dà una spiegazione dettagliata su come funzionavano le cose.
Il tempio di Gerusalemme era costituito da una serie di separazioni: c’era il cortile dei pagani nel quale i pagani potevano entrare ma non andare oltre; c’era il cortile delle donne, nel quale le donne potevano entrare, ma non andare oltre; nel cortile degli israeliti potevano entrare i maschi ebrei ma non oltre; c’era poi il Santo dove entravano i sacerdoti due volte al giorno per l’offerta del mattino e della sera e, infine, il Santo dei santi dove poteva entrare solo il sommo sacerdote una volta all’anno. Quindi arrivare a Dio c’era tutta una serie di blocchi e di separazioni; l’unico autorizzato a superarle era il sacerdote. (La chiesa era ritornata a questa idea mettendo le balaustre, il presbiterio, veli delle donne…, c’è voluto il Concilio per togliere queste barriere). Per l’autore della Lettera agli ebrei tutti hanno accesso a Dio, tutti sono sacerdoti perché tutti possono avvicinarsi a Dio in forza del loro battesimo.
 
E continua:
(Ebr. 9, 20-25) 20 Questo non è avvenuto senza giuramento. Quelli sono stati fatti sacerdoti senza giuramento, 21 ma egli lo è con giuramento, da parte di colui che gli ha detto:
«Il Signore ha giurato e non si pentirà:
“Tu sei sacerdote in eterno”».
22 Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo.
23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.
 
Un altro aspetto del sacerdozio di Cristo non è soltanto l’avvinarsi a Dio, ma anche l’intercedere per il popolo. Non c’è più bisogno di sacerdoti che offrano sacrifici, perché Cristo è morto e risorto per tutti, una volta per tutte. Quello e il vero ed unico sacerdozio.
 
A parte la spiegazione di Ebrei 7, la cosa che mi interessa è far capire il rapporto che c’è tra i due Testamenti. Il salmo110 di per sé non dice tutte queste cose: parla di un re che è anche sacerdote; c’è un Dio che glielo ha giurato; c’è questa figura singolare di Melchisedek. Il N.T. leggendo il salmo si chiede chi sia questo Signore. È Davide o è qualcun altro? Gesù stesso legge il salmo partendo da se stesso e l’autore della Lettera agli Ebrei riflettendo su questa immagine del sacerdozio riesce a capire l’idea così importante del sacerdozio di Cristo e la descrive partendo dal salmo 110.
 
Quindi il discorso corretto per leggere i salmi non è prima il salmo e poi il N.T.
Al contrario: prima il N.T., poi il salmo e di nuovo il N.T.

 
Solo allora il salmo diventa una chiave per capire i testi del N.T.
Non il preludio: questo è l’errore che qualcuno ancora fa: vedere nei salmi la profezia di quanto è detto nel N.T.
 
Sulla facciata di Notre-Dame a Parigi ci sono due colonne che reggono il portale principale: su una c’è la Chiesa gloriosa rappresentata da una donna in piedi, dall’altra parte c’è una donna con una benda sugli occhi ed è la sinagoga che non vede.
Se ci pensate bene questo è molto offensivo.
Di per sé il salmo 110 non parla di Gesù, né del vangelo,né del sacerdozio di Cristo.
È Gesù che vede tutto questo nel salmo.
 
Allora leggiamo i salmi con questo ordine: Nuovo, Antico, Nuovo solo così l’Antico Testamento diventa una delle chiavi per capire la vita di Gesù.
 
Terza Lezione di don Luca Mazzinghi
Docente ordinario di Sacra Scrittura alla
Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e al Pontificio Istituto Biblico
 
Lezione registrata e trascritta.
Non rivista dall’autore.

 

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