Siamo malati di Apateismo

Intervista al cardinal Gianfranco Ravasi

 

Un umanista del terzo millennio, un intellettuale coltissimo, brillante, ma anche un divulgatore che sa spaziare e cercare il bello e il vero dappertutto.
E un predicatore formidabile (…)
 
Ha risposto a una chiamata per decidere la vita religiosa?
 
«Avevo poco più di quattro anni. Mi ricordo un’immagine irrevocabile, fissata nella coscienza.
Ero su una collina in Brianza, là dove sono le mie origini, il paese di mia mamma, che ha un nome di origine germanica molto strano, Santa Maria Hoè, e guardavo il tramonto nella valle e un treno che passava. C’era uno strano fischio che lacerava l’aria e il silenzio e mi ha lasciato un’impressione particolare: era come il segno di una malinconia, e in quell’istante ho avuto la sensazione della fragilità dell’essere, dell’inconsistenza delle cose, in un certo senso della morte. Da lì il desiderio di cercare l’essere permanente, quindi il Divino».
 
La sua era una famiglia religiosa?
 
«Non in modo particolarmente intenso.
Mio padre non lo era, aveva piuttosto una forte connotazione politica (…)
 
Teologo, biblista, archeologo, ha scritto centinaia di articoli, decine di libri: cos’è lo studio per lei? Cosa fa venir voglia di studiare?
 
«Dobbiamo prima di tutto distinguere tra intelligenza e sapienza.
 
L’intelligenza può averla anche un criminale e può essere spiccata!
La sapienza, come dice il bellissimo termine di origine latina, significa avere gusto, sapore, è una qualità più completa e profonda.
L’elemento fondamentale nell’intimo dell’esperienza umana, non solo culturale, è di avere almeno una stilla di sapienza, di sapore.
Platone quando deve descrivere l’eredità del suo maestro nell’Apologia di Socrate gli mette in bocca una frase che può essere declinata anche in maniera cristiana: “Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”.
Ovvero è necessaria l’inquietudine della domanda, dell’interrogazione, tenendo presente che poi sono importanti anche le risposte.
Ho incontrato una volta Julien Green, questo scrittore cattolico francese che ha attraversato tutto il Novecento e aveva in sé la dimensione profonda del cattolicesimo francese, da Pascal a Mauriac a Bernanos, e quando gli chiesi qual era il nodo d’oro che tiene insieme il messaggio cristiano mi rispose: “È una frase che ho scritto nel mio Journal, finché si è inquieti si può stare tranquilli”.
È l’inquietudine agostiniana, che non significa l’essere agitati, frenetici, ma incamminarsi lungo una strada» (…)
 
L’esperienza ormai storica del Cortile dei Gentili si propone come luogo di incontro, di dialogo coi non credenti. Non pensa che di maestri del dubbio ne abbiamo abbastanza e che i non credenti siano spesso i cristiani?
 
«Paradossalmente si può dialogare più facilmente sui grandi temi da prospettive completamente diverse, per esempio sulla vita, la morte, l’oltre vita, il sesso, l’amore, la verità, la giustizia, la stessa trascendenza. E in fondo anche l’ateismo classico, senza nessun cielo, che lasciava l’uomo alle sue scelte solitarie nella storia, era una visione del mondo.
Oggi è più difficile avere interlocutori per la malattia del nostro tempo, che io chiamo “apateismo”, ovvero l’apatia dell’ateismo, che però contagia anche i credenti.
È la banalità, la superficialità, la volgarità e l’indifferenza nei confronti di Dio.
In questa situazione un po’ nebbiosa bisogna riproporre le verità ultime, estreme, provocatorie» (…)
 
Gran parte dei suoi molti viaggi li ha fatti per gli studi, gli scavi archeologici perché lei è anche un archeologo, ha seguito scavi in Siria, in Iraq, in Giordania. Sono terre violentate, martoriate, dove vengono massacrati gli uomini e distrutti i segni della bellezza.
 
«È la demolizione dell’umanità, perché l’arte autentica, come dicevamo prima, è espressione dell’armonia, della pienezza di senso, e siamo nella piena insensatezza. È amaro ricordare ad esempio Hatra, la grande capitale del regno dei Parti, e immaginare che stanno scalpellando questo immenso campo mirabile di una civiltà, è una specie di suicidio, un paradosso, proprio nella culla in cui è nata la storia dell’umanità».
 
Davanti ai segni di una violenza così folle e disumana sugli uomini e sulle cose domina la paura e non si sa dove trovare speranza, fiducia.
«Invece continuerei ad avere fiducia nell’umanità, anche per reazione.
Per esempio pensiamo solo a che atteggiamento di compassione, di partecipazione, di amore si crea in noi, nelle nostre comunità, nei confronti delle vittime, è come una scossa alla superficialità. Assistere alle tragedie nel mare, questo caro mare che diventa un grande sepolcro d’acqua, è forse stimolo ad una umanità che si risveglia dal sonno della ragione.
Bisogna sempre dare fiducia all’uomo, perché, come diceva Pascal, “L’uomo supera infinitamente se stesso”.
Guardiamo di quante miserie, quante umiliazioni, quante vergogne è lastricata la storia, da quante strie di sangue è segnata: però rinasce, si ripresenta sempre l’umano.
Perché il bene è silenzioso come la foresta che cresce, e dobbiamo sempre avere come ultima la parola dell’Apocalisse, che finisce, dopo venti capitoli di sangue, con la Gerusalemme celeste, nuova, luminosa»…
da Avvenire
Monica Mondo

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