Per una conversione integrale, tra fede e illusione

 

Mi diceva un amico monaco durante un ritiro qualche tempo fa:
 
“Il grande problema che affligge oggi i cristiani è la drammatica separazione tra il corpo e lo spirito. Quasi tutti i mali vengono di lì e portano a una spiritualità leggera, svagata che ha poco a che fare con la vita, la vita reale di ciascuno, e molto di più con elucubrazioni mentali e riserve private nelle quali ciascuno coltiva, per suo conto, una religione ridotta spesso a puro sentimentalismo ed emozionalità”.
 
Mi ritornano in mente queste considerazioni a proposito della vicenda di monsignor Krzysztof Charamsa, il religioso che in una intervista al Corriere della sera ha fatto anche lui, seguendo un costume sempre più in voga, “outing”, cioè ha esternato pubblicamente la sua omosessualità, proprio alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Naturalmente l’attenzione dei Media si è subito concentrata sul controverso tema della sessualità che monsignor Charamsa, quanto ingenuamente o scaltramente è difficile a dirsi, ha posto come istanza alla vigilia di un evento così importante per la Chiesa.
 
Eppure, come ha subito puntualizzato il cardinal Ruini in una successiva intervista allo stesso quotidiano, il problema vero non è l’orientamento sessuale del prelato, quanto la sua dichiarata rinuncia all’astinenza che pure è impegno inderogabile per ogni religioso: “come prete ho anch’io l’obbligo di tale astinenza e in più di sessant’anni non mi sono mai sentito disumanizzato”.
 
Touché.
Punto e a capo.
 
La separazione tra carne e spirito conduce, come ricordava il monaco, a una fede disincarnata, nella quale è possibile conciliare una vita contraria alla legge di Dio con la pretesa di un rapporto di comunione con Lui. Le due cose possono coesistere perché riguardano ambiti diversi di una struttura psicologica e umana lacerata e divisa. Tanto divisa da non essere più comunicante al suo interno. E allora di giorno predico il vangelo e di notte mi concedo ai piaceri della carne, perché la sfera religiosa è separata dalla mia corporeità e quasi ne ignora attitudini e comportamenti.
 
Anche san Paolo ha vissuto e sofferto questa divisione interiore, questa impotenza propria di ogni essere umano: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” (Rm 7, 15-17).
È il peccato a compiere il male, cioè una carne schiava, assoggettata al peccato. Ecco che ritorna di attualità il richiamo ad un’attenzione e vigilanza sulla corporeità.
 
È significativo che in questi ultimi anni si torni a parlare spesso dei peccati capitali o pensieri malvagi (loghismòi poneròi, come venivano denominati originariamente), una riflessione che fiorisce paradossalmente tanto in ambito monastico ed ecclesiale (Enzo Bianchi, cardinal G. Ravasi, Adalberto Piovano, per citare alcuni contributi più recenti) quanto laico (una storica del cristianesimo come Lucetta Scaraffia o un filosofo attento alla contemporaneità come Umberto Galimberti).
 
Quelli che, nella dottrina cattolica, diventeranno i sette vizi capitali vengono originariamente catalogati da un monaco del IV secolo, Evagrio Pontico, che ne tratta nella sua opera Gli otto spiriti della malvagità.
La sua classificazione e trattazione comprende: ingordigia, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria, orgoglio.
 
Ebbene, a ben vedere ciascuno di essi ha a che fare con la corporeità e con le tensioni fondamentali della struttura biologica e psico-affettiva dell’uomo: l’ingordigia (o gola) riguarda l’alimentazione del corpo e, quindi, il suo istinto di sopravvivenza; la lussuria la dominante sessuale; l’avarizia la pretesa di possesso e accaparramento; tristezza, ira e accidia sono le principali dinamiche psicologiche con le quali affrontiamo e ci misuriamo con la realtà; l’orgoglio, infine, denota la pretesa di autonomia, di autodeterminazione che è, anch’essa, una dinamica psicologica basilare (basti pensare a quanto sia problematico il processo di emancipazione del figlio dalla tutela genitoriale).
 
Sotto la crosta di ghiaccio della personalità che ciascuno si costruisce nelle relazioni con gli altri c’è allora una realtà molto più profonda e complessa, su cui difficilmente gettiamo un cono di luce. Ed è proprio per affrontare questo mondo interiore, ancora in buona parte sconosciuto, che nasce nel quarto secolo in Egitto il monachesimo.
 
Antonio il grande (poi detto Abate) lascia ricchezze e onori per rifugiarsi nei deserti della Scete e affrontare i demoni che albergano nel suo cuore e che solo in una lotta serrata nella solitudine pensa di poter far emergere e debellare.
Non si trattava tanto di una fuga dalle tentazioni del mondo, certo più forti nelle città cosmopolite del tardo ellenismo che altrove, ma piuttosto di trovare nella pace, nella quiete di una vita in solitudine la condizione ideale per discernere e far emergere le forze profonde che si oppongono a una vera purificazione del cuore e lo aprono all’amore di Dio.
“Fuge, tace et quiesce” dice l’angelo di Dio ad Antonio, dove il verbo finale, “dimorare nella quiete”, nel silenzio esteriore e interiore indica anche il senso stesso di quel gesto: far tacere le voci esterne perché la propria interiorità possa venire alla luce e così sia possibile, finalmente, una lotta contro i demoni che la abitano.
 
La conversione può essere autentica solo se scende in queste profondità, solo se riesce a investire anche la struttura psicologica e affettiva della persona.
Altrimenti, si produce quella falsa religiosità, leggera e svagata, perché disincarnata, che stigmatizzava il monaco: un cristianesimo distratto, incoerente, incapace di essere incisivo nelle questioni più vive e reali. Una fede, alle volte, superficialmente consolatoria, ma, a ben vedere, inutile, perché impossibilitata a misurarsi con la realtà.
 
Concludeva così il monaco:
 
“Spesso ci dimentichiamo che quando siamo di fronte a Dio siamo anche di fronte alla Verità, perché così Gesù stesso ci ha detto di essere: Io sono la via, la verità e la vita.
Solo di fronte a Dio ci percepiamo peccatori, cioè quello che davvero siamo.
Senza questa percezione originaria del nostro essere come peccatori non è possibile alcuna conversione, nessuna vera comunione con Dio, ma solo una deriva lenta e ingannevole nell’illusione di un cuore frammentato e diviso”.