PREGHIERA SEMPLICE
O
PREGHIERA RICCA?

 

“Devo scrivere una preghiera. La faccio “semplice” o “ricca”?
 
Mi sono imbattuto in questa singolare domanda recentemente in occasione della preparazione di un momento liturgico. Nelle buone intenzioni dell’autore il desiderio di esprimere qualcosa in una forma che fosse adatta alla situazione.
 
In sintesi, preghiera corta o lunga?
 
Nel suo candore questa domanda mi ha colpito.
Il fariseo che è dentro di me ha subito criticato questo fratello che evidenziava, a mio parere, un approccio non corretto, non maturo alla preghiera.
Dopo aver chiesto interiormente perdono per questa mancanza di carità, ho realizzato che io non ho proprio alcun titolo per giudicare.
E ne è uscita una sorta di auto-analisi sul mio modo di pregare.
 
Si dice, per semplificare, che la preghiera sia un dialogo con Dio.  
Sicuramente questo è uno degli ambiti più trattati della vita spirituale.
Nei miei scaffali ho varie opere sul tema.
 
Ma, si impara a pregare con i libri?
Si può parlare a Dio seguendo un manuale?
 
Mi sono posto allora alcune domande.
 
Che cosa è la preghiera per me oggi?
È lode, supplica, domanda, condivisione, che cos’è?
È dialogo con Dio o monologo con me stesso?
 
Come prego oggi dopo tanti anni di cammino spirituale?
Prego il mio Dio o ancora il mio io?

 
Sono stato recentemente a Medjugorje e sostando sul Podbrdo, la collina delle apparizioni, osservavo le persone che arrancavano, alcune davvero affannate, sulla salita irta di sassi, in molti a piedi nudi…
 
Salivano tutti pregando.
 
Quali le preghiere?
 
Posso dire quali erano le mie, certo di essere stato in buona compagnia:
 
“Signore fai guarire questa persona, quell’altra, mi trovo in questa situazione, non so che fare, aiutami…”
 
Intimamente la mia intenzione personale era anche “Signore allontana da me questa croce”.
 
È preghiera questa?
 
Tornando alla questione preghiera “semplice-preghiera ricca” pensavo alle tante volte in cui, in un ambito comunitario esprimo magnifiche parole che magari suscitano ammirazione ma, ahimè, anche orgoglio in me. È preghiera questa?
 
Pensavo a quando, la mattina, prendo il breviario e leggo i salmi.
Già, li “leggo”. È preghiera questa?
 
E cosa dire delle preghiere di intenzione nelle celebrazioni eucaristiche?  
Spesso sono già previste dal foglio che accompagna la Messa. E spesso scorrono via veloci, dimenticate appena lette, quasi un accessorio liturgico.
Mi fanno pensare a quei torrenti di montagna il cui letto è stato cementato per motivi di sicurezza, specie se attraversa un centro abitato. L’acqua rimbalza su un fondo artificiale, non di terra, rendendo la sua corsa artefatta e innaturale. È preghiera questa?
 
E che dire dei rosari i cui misteri vengono recitati distrattamente, dimenticando che sono in qualche modo Parola di Dio?
 
Sarà un caso ma Avvenire ha da poco pubblicato una bellissima prefazione di Gianfranco Ravasi a un libro (Pregare i salmi con Cristo ed. Queriniana) di Dietrich Bonhoeffer, grande figura del cristianesimo contemporaneo, pastore protestante morto martire in un lager durante la Seconda Guerra Mondiale.
 
Una riflessione in cui il grande biblista sviscera tutta la bellezza e potenza della preghiera del popolo di Israele portata però nel vissuto cristiano.
Afferma Ravasi che basterebbe questo libro della Bibbia per pregare. Perché il libro dei salmi parla del nostro vissuto quotidiano, esprime tutte le note della tastiera del nostro intimo, tutte le possibili combinazioni di colore della tavolozza dei nostri cuori.
 
È una preghiera che esprime gioia, dolore, lutto, rassegnazione, resurrezione, gratitudine, stupore, dubbio, esaltazione, paura, ribellione…
 
Per questo è sempre attuale e modernissima: perché l’uomo dell’antico Israele che vagava nel deserto assetato di acqua è lo stesso uomo che oggi vaga nel deserto delle nostre città assetato di senso. L’uomo non è mai cambiato.
 
Allora dobbiamo pregare con i salmi, direte voi?
Non è questo che voglio dire.
 
La grande lezione dei salmi è che esprimono una dimensione esistenziale molto concreta.
Entrano direttamente nel nostro vissuto.
Perché sono al tempo stesso un itinerario di cammino esistenziale e spirituale.
Il pio ebreo prima, il cristiano poi, vivevano nella carne quello che dicevano. “Signore, fino a quando? (sal. 12 (13))!” gridavano i giudei al tempo di Gesù oppressi dalla violenza della invasione, e il grido biblico usciva spontaneo e vero, perché quei nostri antenati nella fede nutriti dalla Parola che mandavano a memoria, masticavano letteralmente ogni momento della giornata, la vivevano con una tale familiarità che questa spontaneamente scaturiva in loro a seconda della situazione.
Sulla Croce, nel momento al tempo stesso più buio e luminoso della Sua vita, Gesù grida con il salmo (22,2).
 
Se il salmo è preghiera, altissima, cosa ci dice tutto questo?
 
Che il pregare non è dire, ma essere.
E l’essere presuppone sempre una dinamica di crescita e cambiamento.
Lo è nella dimensione biologica e spirituale perché la preghiera è collegata direttamente alla vita, alle cose della vita e può realizzarsi pienamente solo se la inseriamo nel vissuto quotidiano che viviamo alla sequela di Cristo.
Ecco allora che il pregare diventa una tensione continua nel vivere, o cercare di vivere, costantemente alla presenza di Dio, incollati a Lui minuto dopo minuto, quando veglio e quando dormo, quando lavoro e quando riposo, quando vado a pesca o a sciare, quando sono nella intimità con il mio coniuge o in un letto di ospedale.
 
Noi siamo quello che mangiamo, siamo il risultato di cattive e buone abitudini.
Un tumore può arrivarci anche da eccessi di fumo, alcol, cibo.
E un’espressione di amore e di bontà scaturisce spontanea se mi nutro di “cose” belle, buone, positive, se coltivo l’amore, la caritas in tutte le sue forme.
È questa dimensione esistenziale che, vissuta nel quotidiano, nella normalità, nella abitudine, ci porta a vivere, a diventare preghiera.
 
Come prego oggi?
 
Sicuramente con una consapevolezza diversa rispetto a quando ho iniziato il mio cammino di fede, meno emotiva.
Oggi cerco di più il silenzio, la contemplazione; passando, ovviamente, varie fasi e stati d’animo influenzati dalle cose della vita; comunque sia cerco di far diventare la preghiera la colonna portante della mia giornata.
 
Termino questa condivisione con una testimonianza sulla forza, efficacia della preghiera che va ben oltre i nostri schemi mentali (per esempio, qualcuno può pensare che le orazioni di un credente devoto siano più efficaci di quelle di un “lontano”).
 
Siamo all’inizio della mia conversione, quando non conoscevo Dio e non lo cercavo.
Anni in cui avevo appena il ricordo di qualche preghiera di “base” imparata in un catechismo lontano, perduto nel tempo, tempi in cui avevo molti preconcetti su Dio, sulla fede e sulla Chiesa.
È successo tanto tempo fa, in un momento, tragico, in cui mi sono trovato, per vari motivi, in una situazione di disperazione totale.
 
È stato il momento più buio, più doloroso, più angosciante della mia vita.
 
Chiuso in un angolo, in una notte che era al tempo stesso notte cronologica ed esistenziale, non sapevo letteralmente dove sbattere la testa.
Come dicevo Dio era sempre stato lontano dal mio orizzonte.
Ebbene, in quel momento mi sono inginocchiato per terra e gli ho gridato, urlato davvero, tutto il mio dolore, senza sapere se ci fosse, se avrebbe risposto o meno.
 
È stata la preghiera di un disperato.
Ed è stato allora che l’ho incontrato.
Giulio Fezzardini