È NATALE:
perché abbiamo bisogno di un Dio incarnato

 

Maranathà, vieni Signore!
 
L’invocazione delle prime comunità cristiane sembra riecheggiare ancora più fragorosa oggi in questo mondo frastornato e smarrito.
 
Sì, abbiamo bisogno di un Dio che viene, di un Dio solidale, vicino all’uomo.
È il Dio della misericordia che papa Francesco ha messo al centro dell’Anno santo del giubileo.
 
Il Natale ci ricorda proprio questa venuta nella carne del Dio vivente.
Una venuta, però, che per molti è stata scandalosa: per i giudei contemporanei di Gesù, per l’élite culturale del mondo greco-romano, per tutti noi, a ben vedere.
Perché il Cristianesimo porta nel mondo questo inconciliabile paradosso e dissidio: è il Dio creatore che si fa creatura, che assume la fragilità della carne, che ne vive tutta la povertà e debolezza nei confronti dei poteri di ogni tempo, siano politici, economici o religiosi.
 
Gesù parla spesso di questo scandalo, della pietra angolare sulla quale si può edificare la santità della vita, ma sulla quale si può anche inciampare.
E Paolo lo ribadisce chiaramente: noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1,23).
 
Sì, il Cristianesimo è scandaloso perché ci chiede di credere in un Dio disarmato e talmente acceso di amore per l’uomo da voler diventare tutt’uno con la sua creatura: il theandros della teologia ortodossa, l’uomo-Dio, l’uomo divinizzato.
 
Quale lontananza da altre concezioni della divinità che la presentano lontana, irraggiungibile, spesso spietata e crudele, tanto da richiedere sacrifici umani per garantirsi un po’ di benevolenza.
 
C’è un nesso profondo tra la disumanizzazione a cui assistiamo ogni giorno e questa sottile e persistente tentazione di rifiutare l’Incarnazione.
In fondo, certo estremismo e fondamentalismo religioso e l’ateismo materialista delle nostre società ricche hanno in comune questa negazione: Dio non può entrare in una comunione simbiotica con l’uomo.
Per il fondamentalismo estremista l’uomo rimane troppo al di sotto di Dio per poter stabilire una relazione che non sia di pura sottomissione e osservanza della sua legge; per gli atei e materialisti Dio viene scartato perché se ne nega l’esistenza, perché altri sono gli idoli con cui riempire il cuore e la vita.
In entrambi i casi questo rifiuto porta necessariamente a una disumanizzazione.
 
L’uomo materialista delimitato nel suo orizzonte temporale finisce per costruire una società nella quale la rilevanza del fattore umano è puramente strumentale al ruolo sociale: l’essere uomini ha significato nella misura in cui si dispone di potere economico, politico o culturale.
E, conseguentemente, tutto ciò che non ha questa rilevanza viene emarginato e scartato, addirittura eliminato.
Ma anche la fede in un Dio che non si incarna, pur se oggetto di una devozione convinta e assoluta, può diventare strumento per non dare valore all’uomo, anzi, per schiacciarlo sotto il peso di una legge insostenibile (è la rilettura paolina della Legge).
Un Dio che non sa farsi carico della nostra fragilità e debolezza, tanto che, laddove queste si manifestino, ne consegue necessariamente una immediata punizione e eliminazione del colpevole dal popolo dei credenti.
 
Il Dio cristiano ha posto le basi del nostro umanesimo, costituito dal rispetto per l’inviolabilità e sacralità di ogni vita perché Dio stesso, incarnandosi, si è fatto partecipe della natura umana che viene così innalzata a una dignità inimmaginabile.
 
Ripensare, dare valore a questo dono gratuito di Dio verso l’uomo, a questa sua espressione infinita di amore è il senso stesso del Natale.

 
Senza la pre-comprensione dell’Incarnazione, anche il mistero pasquale della morte e resurrezione di Gesù rischia di diventare espressione di un potere sovra-umano, strabiliante ma allo stesso tempo terribile (che incute terrore). E può risultare incomprensibile se non è visto alla luce di quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 16).
 
Con l’Incarnazione si innesta nell’umanità un principio di eternità che è proprio di Dio.
 
A quale altezza ci risolleva il suo amore!
 
Agostino lo proclama con stupore in uno dei passi più belli de Le Confessioni:
 
“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te.”
 
La civiltà occidentale ha smarrito la sua umanità quando ha deciso di rimuovere Dio dalla Storia.
Non Dio in quanto oggetto di fede, che non è possibile codificare o imporre come nelle teocrazie, ma in quanto principio e origine del nostro umanesimo, nel riconoscimento che i valori di libertà, uguaglianza, fraternità che, guarda caso, sono stati fatti propri da un movimento laico e anche polemicamente avverso alla Chiesa-istituzione con la Rivoluzione francese, si sono formati in Europa nel corso di secoli di sedimentazione e inculturazione cristiana.
 
Il senso di affermare le radici nel Cristianesimo dell’Europa aveva e ha unicamente questo valore di riconoscimento “laico” che la diversità – con tutti i suoi limiti evidenti e contraddizioni – della nostra civiltà è data dal miracoloso incontro dell’umanesimo greco-romano con i valori del Cristianesimo.
E recuperare in modo autentico queste radici è oggi l’unico argine possibile al dilagare della barbarie.

 

Antonio Buozzi