TESTO DEL VANGELO (Gv 1,35-42)

 
In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.


 

Omelia del 14-1-2018 su su Gv 1,35-42

Omelia del 4-1-2018 su Eb 1,1-2
vs. dell’Alleluia

Omelia del 4-1-2017
su Gv 1,35-42

Audio omelia del 4-1-2016
su 1Gv 3,7-10 (prima lettura)

 

Commento al Vangelo

Giovanni Battista ha dichiarato di essere solo un precursore, l’araldo del Messia.
L’ha detto in modo forte e chiaro; sia in pubblico, a tutti coloro che venivano ad ascoltarlo, sia in privato, ai suoi discepoli ai suoi stretti collaboratori: a loro ha indicato la persona di Gesù come il vero salvatore dell’uomo.
 
Il testo del vangelo odierno ci informa che Giovanni il Battista un giorno stava con i suoi discepoli e vedendo Gesù lo indica loro come l’agnello di Dio, il Messia, colui che avrebbe tolto il peccato del mondo.
Due discepoli ascoltando questa indicazione del loro maestro, lasciano il Battista e iniziano a seguire Gesù.
Così, Giovanni dimostra non solo con le parole bensì con i fatti di essere solo il servitore del Messia, il precursore.
Ma, qual è il significato di questo misterioso titolo attribuito a Gesù?
 
L’agnello è la vittima sacrificale che gli ebrei offrivano al tempio per la purificazione dai peccati.
L’agnello è il sacrificio richiesto da Dio al popolo quando si trovava nella schiavitù dell’Egitto.
Il sangue dell’agnello sparso sugli stipiti delle case aveva risparmiato i primogeniti dalla morte causata dalla decima piaga.
 
San Giovanni, con questa sintetica e simbolica affermazione, spalanca una grandiosa porta sull’abisso del mistero del peccato, della morte e della redenzione.
Il tempo dei sacrifici rituali si è concluso perché, come ricorda la lettera agli Ebrei, il sangue di capri e di agnelli non può purificare il cuore del peccatore che rimane tale. Al massimo può riuscire a placare per un po’ di tempo la coscienza ricordandoci che Dio rimette la colpa.
Il vero sacrificio che può liberare il cuore dal male nella sua radice è un agnello speciale, una persona umana, uno di noi, Gesù di Nazareth.
L’antico culto è sostituito dalla persona di Gesù. È Lui il nuovo culto cristiano.
 
Giovanni Battista, riferendosi a Gesù che passa, non dice però: ecco il nuovo agnello, bensì ecco l’agnello di Dio.
È l’agnello che Dio stesso ha preparato per il sacrificio cultuale e per la liberazione dalla schiavitù del peccato.
Il sacrificio del nuovo agnello non solo toglie il senso di colpa e il debito, l’offesa fatta a Dio, ma toglie il peccato dal mondo, lo cancella completamente.
Ecco perché i discepoli di Giovanni lo lasciano, ed ecco perché Giovanni stesso implicitamente invita i suoi a seguire Gesù, il nuovo maestro che è anche il loro salvatore.
 
Inizia con questa bellissima immagine il Nuovo Testamento, la nuova alleanza, i tempi messianici, la nuova religione.
 
Non si può non rimanere colpiti dalla semplicità ed essenzialità di questa immagine che parla a noi in modo naturale, immediato, con profonda dolcezza e poesia del grande amore con il quale il Padre ci ha amati.
L’agnello è stato donato al mondo da Dio.
 
I discepoli si muovono immediatamente, senza indugio; sono affascinati, attratti, ma non osano parlare.
 
Gesù si volge indietro, egli sa che dietro di loro ci sono due uomini desiderosi di conoscerlo, di seguirlo e pur tuttavia li interpella in modo tale che la loro relazione inizi senza ambiguità, senza fraintendimenti.
 
Che cosa cercate?
 
Ossia: perché mi venite dietro?
 
È necessario che anche noi sappiamo cosa cerchiamo da Dio.
Prima di poter avere una relazione corretta con lui, prima di poter partecipare alla sua salvezza, prima di poter essere liberati dal peccato, dobbiamo avere chiaro che cosa stiamo cercando dal Signore.
 
I discepoli con la loro risposta dimostrano di sapere cosa è necessario cercare in Dio: dove abiti?
 
Ossia: cerchiamo la tua amicizia, cerchiamo la comunione con te, vogliamo vivere la nostra vita con te, o meglio vogliamo condividere la nostra vita con la tua.
Si potrebbe anche dire in modo più forte: d’ora in avanti non vogliamo più vivere da soli, lontani da te, ma con te.
 
La risposta dei discepoli, è corretta, la loro intenzione è giusta, ma Gesù non dona loro una risposta topografica, ossia non da loro un’informazione.
 
Li invita a fare un’esperienza: venite e vedrete.
 
La conoscenza e la salvezza che Dio dona non passano per il solo canale comunicativo delle parole che informano, che fanno conoscere le cose da lontano solo attraverso la ragione.
Sapere dove abita Gesù non significa conoscere l’indirizzo postale o anagrafico, bensì significa entrare nel suo mondo e condividere la sua esperienza esistenziale.
 
Conoscere dove abita Gesù, è possibile solo vivendo con Gesù, coinvolgendosi con Lui, entrando nella sua intimità,
abbandonando il proprio indirizzo ed entrando in una nuova casa, in un nuovo mondo, abbracciando una nuova prospettiva.

 
I discepoli capiscono, vanno e si rendono conto di persona, fanno esperienza per conoscere direttamente e non per sentito dire.
 
Ecco, ognuno di noi è invitato a uscire fuori dal nozionismo religioso, dal solo catechismo, ed è invitato a uscire, a mettersi in cammino verso una nuova casa, verso una nuova meta.
 
Gesù ci attende per mostrarci la sua casa e per condividere con noi la sua vita.