Ravasi:
Bonhoeffer con i salmi nel lager

 

“Chi prega nei Salmi?
«In primo luogo è David in persona a pregare nei salmi, ma in quanto anticipazione profetico-messianica, che porta già in sé il messia: in David è Gesù Cristo che prega.
Ma Cristo non può venir separato dal suo corpo, la Chiesa, e dalle sue membra: quindi in Cristo pregano con le parole del salterio anche la chiesa e i singoli cristiani».
 
È la sintesi, che si legge nella postfazione, del volume Pregare i salmi con Cristo, l’ultimo degli scritti pubblicati in vita da Dietrich Bonhoeffer (1940)”…
 
Prefazione alla riedizione del libro scritta dal cardinale Gianfranco Ravasi

 
Con le sue 19531 parole ebraiche il Salterio è, per ampiezza, il terzo libro anticotestamentario, dopo quelli di Geremia e della Genesi.
Ma la sua presenza nella storia della tradizione giudaica, prima, e cristiana, poi, è stata primaria.
Si pensi, ad esempio, che delle circa 60.000 citazioni bibliche che costellano gli scritti di sant’Agostino, 20.000 appartengono alle Scritture ebraiche e di esse 11.500 sono desunte dai salmi, il libro sacro più citato dopo i Vangeli.
Ma non è stato solo l’aspetto quantitativo a dominare.
Lo stesso Padre della Chiesa, infatti, nelle sue Enarrationes in Psalmos esclamava: «Psalterium meum, gaudium meum!», dando idealmente voce a un’appassionata adesione corale che continuerà per secoli nella cristianità.
 
Questa stessa adesione gioiosa e mistica pervade anche il breve e denso testo che Dietrich Bonhoeffer ha dedicato ai Salmi.
Egli, infatti, confessa: «Chi ha iniziato a pregare il Salterio con serietà e regolarità, ben presto darà il “ben servito” alle altre più facili e familiari “preghiere devozionali” dicendo: “Qui non c’è il vigore, la forza, l’impeto e il fuoco che trovo nel Salterio, tutto sembra freddo e arido” (Lutero)».
Non è, però, una sintonia sentimentale per cui «l’eco di ogni nostra invocazione resta confinata all’interno del nostro io». Il pregare salmico genuino è, infatti, grazia; sboccia da un dialogo aperto da Dio stesso: come «il bambino impara a parlare in quanto il padre gli parla […], allo stesso modo impariamo a parlare a Dio, in quanto Dio ci ha parlato e ci parla».
 
In questa luce non dovrebbe stupire che nella Bibbia, che è per eccellenza Parola di Dio, ci si imbatta in un libro di preghiere.
«A un primo sguardo è molto sorprendente trovare nella Bibbia un libro di preghiera.
Infatti la sacra Scrittura è la Parola di Dio a noi, mentre le preghiere sono parole umane. Come mai entrano nella Bibbia? […] La Bibbia è Parola di Dio anche nei salmi.
Ma allora le preghiere a Dio sono Parola di Dio?».
La risposta a questo interrogativo sta proprio nella natura dialogica delle Scritture, ma soprattutto nella loro chiave di volta che è la figura del Figlio, di Gesù Cristo, Dio e uomo. È lui a trasfigurare la parola umana orante in parola divina benedicente. «Gesù Cristo ha portato al cospetto di Dio ogni miseria, ogni gioia, ogni gratitudine e ogni speranza degli uomini. Sulle sue labbra la parola umana diventa Parola di Dio, e nel nostro partecipare alla sua preghiera la Parola di Dio si fa a sua volta parola umana».
 
L’asse ermeneutico che Bonhoeffer adotta erigendolo a chiave costante di lettura dei Salmi è, quindi, cristologia: «Se la Bibbia contiene anche un libro di preghiere, questo ci insegna che la Parola di Dio non è solo quella che Dio ci dice, ma anche quella che egli vuole udire, in quanto Parola del Figlio che egli ama».
L’arco intero della nostra esistenza umana viene assunto da Cristo e trasformato in gloria divina, anche nel momento più cupo perché «Gesù è morto sulla croce con le parole dei salmi sulle labbra». Anzi, il grande teologo e testimone cristiano non esita a rispondere anche al quesito più spinoso: «Come può Cristo pregare con noi coi salmi» che confessano una colpa?
Ebbene, i cosiddetti “salmi penitenziali”, in realtà, oltre ad essere espressione della fiducia pura nella grazia divina che getta alle spalle il peccato (per cui Lutero li definiva «salmi paolini»), sono attestazione dell’espiazione redentrice di Cristo per la nostra salvezza: «Gesù prega per la remissione del peccato, non a causa di un suo peccato, ma a causa del nostro peccato di cui egli si è fatto carico, per il quale soffre».
 
È noto, però, che il Salterio è anche un testo poetico che dev’essere sottoposto all’analisi storico-critica, come già aveva intuito san Girolamo che nella sua Lettera 53 a Paolino non esitava a scrivere che «Davide è il nostro Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro Flacco, il nostro Catullo.
È la lira che canta Cristo!».
Il libro si rivela, infatti, come un cantiere per la critica testuale, a causa della sua secolare trasmissione e delle relative modifiche e persino degenerazioni. Si presenta anche come un laboratorio filologico sia in ragione della disparità cronologica nella composizione dei vari carmi, sia per le caratteristiche lessicali molto variegate, sia per i passaggi dall’originale ebraico alla versione greca dei Settanta e al finale testo masoretico vocalizzato.
 
Il Salterio è anche un campo fecondo di analisi letterarie: si pensi alla questione dei vari generi letterari, alle strutture poetiche spesso raffinate e complesse, all’affascinante dispiegarsi delle immagini che rendono i salmi «un giardino di simboli», per usare un’espressione del grande Thomas S. Eliot.
Né si possono ignorare le reinterpretazioni che, come accade per i canti regali, possono trasferire certe composizioni salmiche nell’orizzonte messianico, come faranno i Settanta per l’intero Salterio e come è accaduto nella liturgia e nella teologia cristiana attraverso la prospettiva cristologica. Anche Bonhoeffer, sia pure in modo semplificato, è consapevole di questi problemi esegetici, a partire dalla simbolica e fittizia attribuzione a Davide, «il cantor de lo Spirito Santo… il sommo cantor del sommo duce», come lo aveva definito Dante nel Paradiso.»…

 

Cardinale Gianfranco Ravasi,
da Avvenire
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