PASQUA:
lo scandalo di essere amati da Dio

 

 
Non sembra possibile, eppure il vero grande scandalo della venuta di Gesù è la sua volontà di amarci e di farlo fino alla fine (Gv 13,1), cioè fino alla consegna di sé nella sua passione.
Ed è uno scandalo che ribalta completamente ogni concezione religiosa preesistente che assume come proprio fondamento la sottomissione e il servizio a Dio da parte dell’uomo, fino all’espiazione attraverso il sacrificio o l’oblazione sostitutiva.
 
Gesù, il Figlio di Dio, capovolge la prospettiva: “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
 
L’espiazione quindi la fa Gesù, soltanto lui.
Non possiamo farla noi, né ai tempi di Gesù i sommi sacerdoti (lettera agli Ebrei), perché non siamo giusti, perché non abbiamo nulla da offrire di nostro, perché siamo al contrario bisognosi di tutto e radicalmente impotenti.
Arrivare a questa comprensione di se stessi, che porta a ripetere incessantemente, come il pellegrino russo nel noto apologo: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me che sono peccatore”, è il punto di partenza della fede come conversione.
La conversione è capire che non noi possiamo fare qualcosa per Dio, ma che invece Dio può fare qualcosa per noi. E di questo qualcosa abbiamo un assoluto bisogno per dare senso, pienezza, bellezza alla nostra vita…
 
A Davide che vuole costruire una casa di cedro per il Signore, Dio risponde: ”Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti? (…) Te poi il Signore farà grande, perché una casa farà a te il Signore! (2Sam 7, 5.11).
 
Ricorda il Salmista; “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126, 1).
È Dio che costruisce, è Dio che fa, è Dio che serve l’uomo lavandogli i piedi e sacrificando il suo unico Figlio per lui.
 
Eppure, tutta la nostra vita è segnata da un incontenibile protagonismo religioso: credere in Dio è spesso un succedersi di attività, di azioni che si susseguono senza sosta, dal partecipare a incontri e riunioni al fare novene o marce per la pace, ai tanti impegni caritativi e sociali.
Tutte cose ottime in se stesse, ma che, se non scaturiscono dall’amore che Dio mette nei nostri cuori, diventano alla fine un impegno, un peso che affatica ulteriormente l’esistenza e porta pochi frutti.
Dietro cui spesso si maschera un inganno: la convinzione di essere già salvati, giustificati e, in quanto tali, nella condizione di poter portare la salvezza agli altri.
 
Il Cristianesimo diventa allora alienazione, presunzione, autosufficienza, illusione.
Un’illusione terribile, perché ci porta a vivere in una dimensione di irrealtà, facendoci muovere a vuoto, di scarso aiuto agli altri e a noi stessi.
 
Il Vangelo ha tanti esempi di questa incomprensione, come il giovane ricco che chiede a Gesù: “Maestro che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”
E Gesù, a fronte delle sue insistenze, gli risponde: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21).
Gli fa così capire, guardandolo con amore, che non si trattava di fare qualcosa in più – già osservava i comandamenti – ma di liberarsi, spogliarsi di tutto, di consegnarsi a lui nella sequela, in un rapporto di amore e di comunione.
 
E a Pietro che, quando Gesù annuncia la sua passione, lo prende in disparte scandalizzato: “Signore questo non ti accadrà mai!”, Gesù risponde rimproverandolo duramente: “lungi da me satana, tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,22 ).
E poi, alla lavanda dei piedi: “Signore, tu lavi i piedi a me? … Non mi laverai mai i piedi!” (Gv 13,6).
Pietro qui rappresenta in pieno la nostra incomprensione di noi stessi e di Dio, la nostra concezione della divinità come qualcosa di maestoso e terribile, a cui rendere culto in una posizione di sottomissione e distacco.
 
Ma questo non è il Dio cristiano, non è Gesù!
 
Poiché Gesù è amore infinito per noi; l’uomo va amato, servito, guarito, accudito in una prossimità quotidiana.
 
“Quello che io ora faccio tu non lo capisci, ma lo capirai dopo”, risponde Gesù a Pietro nella lavanda dei piedi.
Questo “dopo” è il frutto più autentico della conversione, è lo squarcio di luce che ci fa vedere per quello che realmente siamo e Dio per quello che realmente è: noi bisognosi di tutto e, quindi, di essere salvati, Dio non la divinità lontana e inaccessibile, ma l’Amore stesso che si fa compagnia dell’uomo per sollevarlo dalla miseria e impotenza, per dargli finalmente quella dignità che era nel suo progetto all’inizio della creazione (“era cosa molto buona” – Gen 1,31).
 
Entrare in questa “passività” dell’amore divino, in questo atteggiamento ricettivo e di apertura è la strada possibile verso una riconciliazione con noi stessi e con gli altri.
Lasciarsi amare è forse più difficile che amare, ma ne è anche la necessaria e imprescindibile condizione, la sola garanzia di verità e autenticità.

 

Antonio Buozzi
 

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