“E vide che era cosa buona”: l’eterna lotta della vita contro il nulla

 

C’è un denominatore comune tra i fatti tragici di violenza che si ripropongono con sempre maggiore frequenza in ogni parte del mondo.
E poco importa che gli autori siano singole persone (lupi solitari) o gruppi organizzati, che si muovano di propria iniziativa o istigati e diretti da altri: tutti esprimono la medesima volontà di uccidere, di ricacciare la vita nella morte.
 
Sembra di assistere a un ritorno di fiamma del nichilismo, quel fascino perverso che esercita il nulla rispetto a ciò che esiste. Perché ci sia l’essere e non il nulla, la domanda capitale della filosofia, da Parmenide a Leibniz, ad Heidegger, sembra sfociare in una nuova lettura: perché c’è l’essere quando è preferibile il nulla?
 
Queste posizioni radicalmente pessimiste non sono nuove.
 
Anche Leopardi, negli ultimi anni della sua vita, annotava nello Zibaldone: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male.»
 
Viene in mente questa terribile prospettiva esistenziale-filosofica dopo aver visto il documentario I soldati di Allah trasmesso da Sky in versione italiana recentemente.
Il protagonista, Oussama, un ragazzo francese di circa 20 anni di origine magrebina, che ha creato in Francia la cellula terroristica che dà il nome al servizio, si confida con il giornalista infiltrato Saïd Ramzi.
Il documentario riporta alcuni di questi dialoghi nei quali il leit motiv è spesso identico: la bellezza del paradiso per i fedeli di Allah, tale da rendere insignificante e non attrattivo vivere in questo mondo.
 
Da qui la conclusione: molto meglio morire giovani come martiri e andare direttamente in paradiso, dove si incontreranno le huri, le 72 vergini promesse ai martiri da Allah.
Il radicalismo religioso, così come le frustrazioni psichiche e sociali di personaggi caratterialmente instabili, come il diciottenne tedesco-iraniano Ali Sonboly, autore della strage al centro commerciale di Monaco di Baviera, hanno all’origine una considerazione assolutamente negativa e disperata dell’esistenza, tale da rendere preferibile la morte, propria e degli altri, a una vita priva di senso.
 
È casuale questo pervenire a una medesima conclusione partendo da poli opposti e apparentemente antitetici (una forte convinzione religiosa rispetto a una apparente a-religiosità)?
No, non lo è, perché in comune c’è il disprezzo per la vita e la rinuncia a lottare e impegnarsi sulla terra per una prospettiva migliore.
 
Lo sforzo belligerante dell’Isis per un suo califfato basato su una rigidissima osservanza della sharia può far pensare a un modo terribile e distorto di attuare una salvezza già in questa terra, ma in realtà gli esiti di questa battaglia, il modo inumano con cui viene condotta, ci fanno capire come il vero obiettivo non sia un progetto edificante per il mondo, ma l’anticipare sulla terra quel regno di Allah (secondo la loro interpretazione) in cui ogni infedele non ha cittadinanza e che è lecito pertanto eliminare.
 
Meglio pertanto farlo subito, senza aspettare il giorno del giudizio divino. La realtà presente in questa visione è irrilevante o puramente funzionale a quella ultraterrena: anch’essa, in definitiva, è un nulla.
E la società occidentale che cosa ha in comune con tutto questo?
È strano come si abbia spesso la chiara percezione di un male diffuso, latente, senza che se ne intraveda l’origine.
 
Se, come vuole il nichilismo, l’esistenza umana è priva di senso, di valore etico; se, come denunciava il papa emerito Benedetto XVI prevale oggi il relativismo morale, per cui non esiste una verità assoluta, ma ognuno si crea, vivendo, la sua verità, i suoi obiettivi, i suoi valori, il risultato di questo processo, nella vita pratica, è che vengono assunte come valori e come obiettivi realtà umane che non hanno la capacità di soddisfare pienamente la sete di senso e significato che alberga nell’uomo.
 
E allora prevale la «cultura» della superficialità intesa come rinuncia a priori a trovare un senso comune e fondativo all’esistere.
Si vive e basta, cercando di cogliere di volta in volta quello che sembra dare garanzia di maggiore piacere e coinvolgimento e, non appena la spinta propulsiva e gratificante di questa esperienza inizia a scemare, si passa a una nuova, e così via, per tutto il corso della vita.
Ci si è spostati dalla dimensione dell’essere, come avrebbe detto Erich Fromm, a quella dell’avere, o, meglio, dell’avere momentaneo, cioè del semplice «intrattenersi» con le cose e le persone.
 
Non a caso, una delle industrie che oggi prospera maggiormente è quella dell’intrattenimento (entertainment): videogiochi, computer, spettacoli sportivi, viaggi, sessualità virtuale e a pagamento, tutto ciò che concorre a distrarre l’uomo dalle questioni di fondo, quelle essenziali, conosce un successo di mercato planetario.
 
È evidente, però, che l’«intrattenersi» non equivale a vivere davvero una vita fondata sui valori e ricca di senso, può solo contribuire a mascherare la mancanza e il vuoto, a renderli meno percettibili.
 
Ma l’assenza di una dimensione valoriale ed etica è incolmabile.
Il nulla rimane nulla: ecco il nichilismo.
 
Una società siffatta, abitata dal vuoto, produce necessariamente frustrazione e disperazione, soprattutto in quei segmenti sociali che meno hanno la possibilità di accedere all’intrattenimento, non disponendo delle risorse economiche per farlo. Può succedere allora che menti squilibrate o soltanto più diabolicamente lucide compiano atti distruttivi come quelli a cui stiamo assistendo.
Di fronte ai due nichilismi, religioso-fondamentalista e ateo-materialista, la parola di Dio che, come sempre, giudica la storia è quella che risuona dalla creazione del mondo: “E Dio vide che era cosa buona!”. (cfr. Gen 1,1 e ss.)
 
Questo mondo, nel progetto di Dio, non è malvagio.
 
Per quanto deturpato dal male che, in buona parte, l’uomo stesso provoca, dalla fatica della creazione a indirizzarsi verso una strada di bene, il progetto di Dio non può essere cancellato.
Né da chi non riesce a riconoscerlo e si rifugia nel contingente e neppure da chi pensa di saltarlo a piè pari, transitando nella follia del proprio fanatismo dal mondo storico a quello trascendente.
No, questo mondo imperfetto va amato e curato, va guarito nelle sue distorsioni e imperfezioni, va coltivato come un giardino o una vigna, altre metafore bibliche per indicare il dovere della custodia della vita e della creazione che Dio ci affida e di cui ci rende responsabili.
Di fronte al male esplicito di chi reagisce al nulla sottraendo la vita, come cristiani dobbiamo continuamente lottare e impegnarci per ridarle un senso e un significato, per ristabilire dignità e valore, come chiede papa Francesco, alle persone e al creato.
 
Questa fatica a costruire, a porre un argine alla vis destruens non risolverà certo nell’immediato i gravi problemi che affliggono le nostre società multiculturali e multietniche, ma è probabilmente l’unico modo per contrastare il male alla radice, a quel livello originario in cui si pone davvero la lotta: quella dell’affermazione dell’essere e della vita sulle forze che spingono alla morte.
 
Antonio Buozzi