Una intensa riflessione sul significato della Solidarietà e del suo peggior nemico, l’indifferenza.
 
Ebe Faini Gatteschi, filosofa e docente, è l’attuale Presidente dell’Associazione Abbà Onlus, fondata parecchi anni fa da padre Giuseppe Paparone o.p. per promuovere il futuro di bambini e adolescenti poveri in varie parti del mondo attraverso il sostegno allo studio.
 
A contatto per molti anni con i ragazzi della scuola superiore e dell’università italiana e profonda conoscitrice della realtà drammatica di molti paesi del “terzo e quarto mondo” che ha visitato numerose volte, in questo suo nuovo incarico, vera e propria “missione” a favore degli ultimi, Ebe tocca con mano la ricca concretezza della vera solidarietà contrapposta alla vuotezza dello sguardo degli “indifferenti”.
 
La sua riflessione è un appello a recuperare quella sensibilità del cuore che sa vedere nel benessere dell’altro anche il proprio, e nel farsi prossimo a chi è “raso terra” anche la promozione della propria umanità nell’interesse di tutti e del bene comune.

 

LA SOLIDARIETÀ CI INTERPELLA

 

Solidarietà.
 
Il termine ricorre spesso nei miei discorsi, soprattutto in occasione della presentazione della nostra Associazione (Abbà – Associazione per il Sostegno e l’Assistenza all’Infanzia e alla Gioventù).
 
Questo mi invita a una riflessione che preme nella mia mente da qualche tempo e che cerco ora di formulare con voi, cari Amici e Lettori.
 
In occasione della grave calamità che ha colpito il nostro paese, il terremoto, sono state divulgate notizie sorprendenti circa la generosità degli italiani e non solo, che, accorrendo sul luogo, hanno voluto offrire un aiuto concreto, e di altri che hanno spedito offerte di tutti i generi.
Le autorità hanno dovuto persino scoraggiare gli invii di beni di prima necessità perché eccessivi rispetto alla disponibilità di immagazzinamento. “Solo offerte in denaro”, è stato annunciato!
 
Questa corsa al soccorso mi ha indotto a comprendere che la disponibilità all’aiuto, stimolata da fatti gravi ed eccezionali, emerge in ogni uomo con un’urgenza incontenibile, quasi inarrestabile!
 
Ma, allora, questa importante propensione alla vicinanza con chi soffre dove risiede nell’uomo?
 
Fa parte di un moto istantaneo ed occasionale o è un elemento fondante della sua persona?
 
Se devo pensare a sinonimi che spiegano questo fenomeno, oltre al già menzionato “vicinanza”, trovo, condivisione, partecipazione: tutti sostantivi che in modo più o meno esplicito si avvicinano al termine “solidarietà”.
Tutti fanno leva, secondo me, su un elemento intrinseco, ontologico direbbero i filosofi, che appartiene forse alla struttura originaria della coscienza e che, con un termine aulico, si chiama “pietà”.
 
Eppure, il termine solidarietà ha, secondo me, qualcosa di più specifico che lo differenzia dagli altri: fa etimologicamente riferimento al solido, e il solido in geometria ha una connotazione fisica ben determinata.
Nel diritto “agire in solido” fa riferimento a un legame fattuale e obbligato di persone in un’azione legale.
 
Con un po’ di azzardo, nella mia riflessione, sarei giunta a definire la solidarietà come un legame fisico o fondato su cose materiali.
 
Ecco, mi sono detta, è questo che appartiene all’animo dell’uomo quando corre verso chi ha bisogno!
 
Sono portata a credere che vi sia una voce interiore che risuona universalmente nell’umanità.
 
Ma allora, continua la mia riflessione, come mai questa voce parla diversamente agli uomini?
 
A questo punto, mi sforzo di immaginare lo stato interiore di chi non si sente mosso da questo sentimento inconculcabile.
Ma è davvero inconculcabile?
 
Penso, in accordo con quanto ho esplicitato sopra, che il contrario di solidarietà, non sia la “non solidarietà”, ma l’indifferenza.
Molte persone, pur avvertendo la presenza di problemi che richiamano la loro attenzione, coprono le situazioni occultandole sotto il velo di ciò cui non si vuole prestare attenzione, perché non riguarda da vicino o, al limite, perché è diretto ad altri.
E così facendo abbassano il livello di coscienza al punto in cui non avvertono alcuna necessità che li coinvolga direttamente.
L’indifferenza è il vero male della società, ma ancora più profondamente dell’umanità; essa si ripercuote su tutta la sfera d’azione di un individuo fino ad adagiarlo in un terreno sensibile solo a poche cose che lo solleticano o lo riguardano da molto vicino dandogli un piacere immediato.
 
Molto si è detto sull’indifferenza; trattati di psicologia hanno indagato intorno a questo forma di desensibilizzazione mortifera.
Mi chiedo, a questo punto, come reagirebbero queste persone di fronte a scenari nei quali direttamente possano constatare lo spettacolo di chi vive tanto diversamente da loro in stato di sotto-umanità?
 
Pochi, anzi pochissimi si salverebbero pronunciando satanicamente la frase “meglio a loro che a me” oppure “che colpa ne ho io?”.
 
I fatti epocali dell’immigrazione sono una delle ultime provocazioni che possono essere colte per riflettere sul problema mondiale della povertà, e far scattare la molla autentica del sentimento della SOLIDARIETÀ.
 
Con la nostra piccola, ma preziosa attività noi speriamo di contribuire alla “cultura” (da colere, latino “coltivare”) generale e locale di individui che, guardando i loro paesi, non li vedranno più solo come qualcosa da cui fuggire, bensì come terreni spesso potenzialmente ricchi nel suolo e nel sottosuolo perché creati da Dio, come insegna il Libro della Genesi, per la VITA di chi “avrebbe dovuto prendersene cura col sudore della fronte”.
 

 

Ebe Faini Gatteschi

 

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