Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia ci guida a riscoprire la Persona divina dello Spirito Santo per aiutarci a conoscerLo e instaurare con Lui una relazione di comunione e di ascolto docile alla Sua istruzione, per essere condotti nel cammino della vita dalla Luce e dalla Forza del “Dio con noi”.



 

CREDO NELLO SPIRITO SANTO


 
1. La novità del dopo concilio
 
Con la celebrazione del 50° della chiusura del Concilio Vaticano II, si è conclusa la prima fase del “dopo Concilio” e se ne apre un’altra. Se la prima fase è stata caratterizzata dai problemi relativi alla “recezione” del Concilio, questa nuova sarà caratterizzata, credo, dal completare e integrare il Concilio; in altre parole, dal rileggere il Concilio alla luce dei frutti da esso prodotti, mettendo in luce anche ciò che in esso è mancante, o presente solo in fase seminale.
 
La novità maggiore del dopo Concilio, nella teologia e nella vita della Chiesa, ha un nome preciso: lo Spirito Santo. Il Concilio non aveva certo ignorato la sua azione nella Chiesa, ma ne aveva parlato quasi sempre “en passant”, menzionandolo spesso, ma senza metterne in luce il ruolo centrale, neppure nella costituzione sulla Liturgia. In una conversazione, nel tempo in cui eravamo insieme nella Commissione Teologica Internazionale, ricordo che il Padre Yves Congar usò un’immagine forte a questo riguardo; parlò di uno Spirito Santo, sparso qua e là nei testi, come si fa con lo zucchero sui dolci che, però, non entra a far parte della composizione della pasta.
 
Il disgelo tuttavia era iniziato.
Possiamo dire che l’intuizione di san Giovanni XXIII del concilio come di “una novella Pentecoste per la Chiesa” ha trovato la sua attuazione solo in seguito, a concilio concluso, come è avvenuto spesso, del resto, nella storia dei concili.
 
Nell’anno entrante si celebra il 50° anniversario dell’inizio, nella Chiesa Cattolica, del Rinnovamento carismatico. È uno dei tanti segni – il più evidente per la vastità del fenomeno – del risveglio dello Spirito e dei carismi nella Chiesa. Il Concilio aveva spianato la via alla sua accoglienza, parlando, nella Lumen gentium, della dimensione carismatica della Chiesa, insieme a quella istituzionale e gerarchica, e insistendo sulla importanza dei carismi.
Nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo del 2012, Benedetto XVI affermò:
 
“Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”.
Contemporaneamente, la rinnovata esperienza dello Spirito Santo ha stimolato la riflessione teologica .  
Dopo il concilio si sono moltiplicati i trattati sullo Spirito Santo: tra i cattolici, quello dello stesso Congar , di K. Rahner , di H. Mühlen e di von Balthasar, tra i luterani quello di J. Moltmann e di M. Welker, e di tanti altri. Da parte del magistero c’è stata l’enciclica di san Giovanni Paolo II “Dominum et vivificantem”. In occasione del XVI centenario del concilio di Costantinopoli del 381, lo stesso Sommo Pontefice, nel 1982, promosse un congresso internazionale di Pneumatologia in Vaticano, i cui atti furono pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana, in due grossi volumi intitolati “Credo in Spiritum Sanctum”.
 
Negli ultimi anni stiamo assistendo a deciso un passo avanti in questa direzione. Verso la fine della sua carriera, Karl Barth fece un’affermazione provocatoria che era, in parte, anche una autocritica. Disse che in futuro si sarebbe sviluppata una diversa teologia, la “teologia del terzo articolo”. Nello stesso senso si espresse Karl Rahner. Per “terzo articolo” intendevano, naturalmente, l’articolo del credo sullo Spirito Santo. Il suggerimento non è caduto nel vuoto. Da esso ha preso avvio l’attuale corrente denominata, appunto, “Teologia del terzo articolo”.
 
Non penso che tale corrente voglia sostituirsi alla teologia tradizionale (sarebbe un errore se lo pretendesse), ma piuttosto affiancarla e vivificarla. Essa si propone di fare dello Spirito Santo non soltanto l’oggetto del trattato che lo riguarda, la Pneumatologia, ma per così dire l’atmosfera in cui si svolge tutta la vita della Chiesa e ogni ricerca teologica; fare del Paraclito “la luce dei dogmi”, secondo un pensiero caro ai Padri della Chiesa.
 
La trattazione più completa di questa recente corrente teologica è il volume di saggi apparso in inglese nel settembre scorso, con il titolo “Teologia del terzo articolo. Per una dommatica pneumatologica” . In esso, partendo dalla dottrina trinitaria della grande tradizione, teologi di diverse Chiese cristiane offrono il loro contributo, come premessa a una teologia sistematica più aperta allo Spirito e più rispondente alle esigenze attuali. È stato chiesto anche a me, come cattolico, di contribuirvi con un saggio su “Cristologia e pneumatologia nei primi secoli della Chiesa”.
 
2. Il credo letto dal basso
 
Le ragioni che giustificano questo nuovo orientamento teologico non sono soltanto di ordine dogmatico, ma anche storico. In altre parole, si capisce meglio cos’è, e cosa si propone, la teologia del terzo articolo se si tiene conto di come si è formato l’attuale simbolo Niceno-Costantinopolitano. Da questa storia emerge chiara l’utilità di leggere una volta tale simbolo “alla rovescia”, cioè partendo dalla fine, anziché dall’inizio.
 
Cerco di spiegare cosa intendo dire. Il simbolo Niceno-Costantinopolitano riflette la fede cristiana nella sua fase finale, dopo tutte le chiarificazioni e le definizioni conciliari, terminate nel V secolo.  
Riflette l’ordine raggiunto alla fine del processo di formulazione del dogma, ma non riflette il processo stesso. Non corrisponde, in altre parole, al processo con cui di fatto la fede della Chiesa si è storicamente formata, e neppure corrisponde al processo con cui si giunge oggi alla fede, intesa come fede viva in un Dio vivo.
 
Nel credo attuale, si parte da Dio Padre e creatore, da lui si passa al Figlio e alla sua opera redentrice, e infine allo Spirito Santo operante nella Chiesa. Nella realtà, la fede seguì il cammino inverso. Fu l’esperienza pentecostale dello Spirito che portò la Chiesa a scoprire chi era veramente Gesú e quale era stato il suo insegnamento. Con Paolo e soprattutto con Giovanni, si arriva a risalire da Gesú al Padre. È il Paraclito che, secondo la promessa di Gesú (Gv 16,13), conduce i discepoli alla “piena verità” su di lui e sul Padre.
 
San Basilio di Cesarea riassume in questi termini lo svolgimento della rivelazione e della storia della salvezza:
 
“Il cammino della conoscenza di Dio procede dall’unico Spirito, attraverso l’unico Figlio, fino all’unico Padre; inversamente, la bontà naturale, la santificazione secondo natura, la dignità regale, si diffondono dal Padre, per mezzo dell’Unigenito, fino allo Spirito” .
In altre parole, nell’ordine della creazione e dell’essere, tutto parte dal Padre, passa per il Figlio e giunge a noi nello Spirito; nell’ordine della redenzione e della conoscenza, tutto comincia con lo Spirito Santo, passa per il Figlio Gesù Cristo e ritorna al Padre. Possiamo dire che san Basilio è il vero iniziatore della teologia del terzo articolo!
 
Nella tradizione occidentale tutto questo è espresso sinteticamente nella strofa finale dell’inno Veni creator.
Rivolgendosi allo Spirito Santo, in essa la Chiesa prega dicendo:

Per te sciamus da Patrem,
noscamus atque Filium,
te utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Fa’ che per mezzo tuo conosciamo il Padre
che conosciamo in pari tempo il Figlio
e in te che sei lo Spirito di entrambi
crediamo fermamente oggi e sempre.

Questo non significa minimamente che il credo della Chiesa non sia perfetto o che vada riformato. Esso non può che essere così come è. È il modo di leggerlo che qualche volta è utile cambiare, per rifare il cammino con cui si è formato. Tra i due modi di utilizzare il credo – come prodotto compiuto, oppure nel suo stesso farsi -, c’è la stessa differenza che fare personalmente, di buon mattino, la scalata del Monte Sinai partendo dal monastero di Santa Caterina, oppure leggere il racconto di uno che ha fatto la scalata prima di noi.
 
3. Un commento al “terzo articolo”
 
Con questo intento vorrei, nelle tre meditazioni di Avvento, proporre delle riflessioni su alcuni aspetti dell’azione dello Spirito Santo, partendo appunto dal terzo articolo del credo che lo riguarda. Esso comprende tre grandi affermazioni. Partiamo dalla prima:
a. “Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita”.
 
Il credo non dice che lo Spirito Santo è “il” Signore (poco sopra, nel credo, si proclama: “e credo in un solo Signore Gesù Cristo”!). Signore (nel testo originale, to kyrion, neutro!) indica qui la natura, non la persona; dice che cosa è, non chi è lo Spirito Santo. “Signore” vuole dire che lo Spirito Santo condivide la Signoria di Dio, che è dalla parte del Creatore, non delle creature; in altre parole, che è di natura divina.
 
A questa certezza la Chiesa era giunta basandosi non solo sulla Scrittura, ma anche sulla propria esperienza di salvezza. Lo Spirito, scriveva già sant’Atanasio, non può essere una creatura perché quando siamo toccati da lui (nei sacramenti, nella Parola, nella preghiera) facciamo l’esperienza di entrare in contatto con Dio in persona, non con un suo intermediario. Se ci divinizza, vuol dire che è lui stesso Dio.
 
Non si poteva, nel simbolo di fede, dire la stessa cosa in modo più esplicito, definendo lo Spirito Santo puramente e semplicemente “Dio e consustanziale con il Padre”, come si era fatto per il Figlio? Certamente, e fu proprio questa la critica mossa subito da alcuni vescovi, tra cui san Gregorio Nazianzeno, alla definizione. Per ragioni di opportunità e di pace, si preferì dire la stessa cosa con espressioni equivalenti, attribuendo allo Spirito, oltre che il titolo Signore, anche la isotimia, cioè l’uguaglianza con il Padre e il Figlio nell’adorazione e nella glorificazione della Chiesa.
L’espressione secondo cui lo Spirito Santo“dà la vita” è desunta da diversi passi del Nuovo Testamento: “È lo Spirito che dà la vita” (Gv 6, 63); “La legge dello Spirito dà la vita in Cristo Gesù” (Rm 8, 2); “L’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1 Cor 15, 45); “La lettera uccide, lo Spirito dà la vita” (2 Cor 3, 6).
 
Ci poniamo tre domande. Primo, che vita dà lo Spirito Santo? Risposta: da la vita divina, la vita di Cristo. Una vita super-naturale, non una super-vita naturale; crea l’uomo nuovo, non il superuomo di Nietzsche “gonfio di vita”. Secondo, dove ci dà tale vita? Risposta: nel battesimo, che è presentato infatti come un “rinascere dallo Spirito” (Gv 3, 5), nei sacramenti, nella parola di Dio, nella preghiera, nella fede, nella sofferenza accettata in unione con Cristo. Terzo, come ci dà la vita, lo Spirito? Risposta: facendo morire le opere della carne! “Se con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere della carne vivrete”, dice san Paolo in Romani 8,13.
 
b. “… e procede dal Padre (e dal Figlio) e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”….

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