Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia ci guida a riscoprire la Persona divina dello Spirito Santo per aiutarci a conoscerLo e instaurare con Lui una relazione di comunione e di ascolto, per poter assecondare il progetto di Dio per noi.

 
 

LA SOBRIA EBBREZZA DELLO SPIRITO

 

1. Due tipi di ebbrezze
 
Il Lunedì dopo la Pentecoste del 1975, in occasione della chiusura del Primo Congresso mondiale del Rinnovamento Carismatico Cattolico, il Beato Paolo VI rivolse ai diecimila partecipanti riuniti nella basilica di San Pietro un discorso in cui definì il Rinnovamento carismatico come “una chance per la Chiesa”.
Terminato di leggere il discorso ufficiale, il papa aggiunse, improvvisandole, queste parole:
“Nell’inno che leggiamo questa mattina nel breviario e che risale a sant’Ambrogio, nel IV secolo, c’è questa frase difficile a tradursi anche se molto semplice: Laeti, che significa con gioia; bibamus, che significa beviamo; sobriam, che significa ben definita e moderata; profusionem Spiritus, cioè l’abbondanza dello Spirito. ‘Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus’. Potrebbe essere il motto impresso sul vostro movimento: un programma e un riconoscimento del movimento stesso”.
 
La cosa importante da notare subito è che quelle parole dell’inno non furono certo scritte all’origine per il Rinnovamento Carismatico. Esse hanno fatto parte, da sempre, della Liturgia delle ore della Chiesa universale; sono perciò una esortazione rivolta a tutti i cristiani e come tale vorrei riproporla, in questa meditazione, anche come mio piccolo augurio al Santo Padre per la ricorrenza di domani del suo 80o compleanno.
 
A dire il vero, nel testo originale di sant’Ambrogio, al posto di “profusionem Spiritus”, l’abbondanza dello Spirito, c’è “ebrietatem Spiritus”, cioè l’ebbrezza dello Spirito. La tradizione successiva aveva considerato quest’ultima espressione troppo audace e l’aveva sostituita con una più blanda e accettabile. In questo modo però si era persa la forza di una metafora antica quanto il cristianesimo stesso. Giustamente perciò, nella traduzione italiana del Breviario, si è ripristinato il testo originale del versetto ambrosiano. Una strofa dell’inno delle Lodi della Quarta settimana del salterio, in lingua italiana, dice infatti:
 
Sia Cristo il nostro cibo,
sia Cristo l’acqua viva:
in lui gustiamo sobri
l’ebbrezza dello Spirito.
 
Ciò che spinse i Padri a riprendere il tema della “sobria ebbrezza”, già sviluppato da Filone Alessandrino, fu il testo in cui l’Apostolo esorta i cristiani di Efeso dicendo:
“Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19).
 
A partire da Origene, non si contano i testi dei Padri che illustrano questo tema, giocando ora sull’analogia, ora sul contrasto tra ebbrezza materiale ed ebbrezza spirituale. L’analogia consiste nel fatto che tutti e due i tipi di ebbrezza infondono allegria, fanno dimenticare gli affanni e fanno uscire da se stessi.
Il contrasto consiste nel fatto che mentre l’ebbrezza materiale (da alcol, da droga, dal sesso, dal successo) rende vacillanti e insicuri, quella spirituale rende stabili nel bene; la prima fa uscire da se stessi per vivere al di sotto del proprio livello razionale, la seconda fa uscire da se stessi, ma per vivere al di sopra della propria ragione.
Per tutte e due si usa la parola “estasi” (è il nome dato di recente a una droga micidiale!), ma una è un’estasi verso il basso, l’altra un’estasi verso l’alto.
 
Quelli che a Pentecoste, scambiarono gli apostoli per ubriachi avevano ragione, scrive san Cirillo di Gerusalemme; sbagliavano solo nell’attribuire tale ebbrezza al vino ordinario, mentre si trattava del “vino nuovo”, spremuto dalla “vite vera” che è Cristo; gli apostoli erano, sì, ebbri, ma di quella sobria ebbrezza che mette a morte il peccato e da vita al cuore.
 
Traendo lo spunto dall’episodio dell’acqua sgorgata dalla roccia nel deserto (Es 17, 1-7), e dal commento che ne fa san Paolo nella Lettera ai Corinzi (“Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale…Tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito”) (1 Cor 10,4; 12,13), lo stesso sant’Ambrogio scriveva:
 
“Il Signore Gesù fece sgorgare acqua dalla roccia e tutti ne bevvero. Quelli che la bevvero nella figura, furono sazi; quelli che la bevvero nella verità, furono addirittura inebriati. Buona è l’ebbrezza che infonde letizia. Buona è l’ebbrezza che rinsalda i passi della mente sobria… Bevi Cristo che è la vite; bevi Cristo che è la roccia da cui è scaturita l’acqua; bevi Cristo per bere il suo discorso… La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell’anima” .
 
2. Dall’ebbrezza alla sobrietà
 
Come fare per riprendere questo ideale della sobria ebbrezza e incarnarlo nella presente situazione storica ed ecclesiale? Dove sta scritto infatti che un modo così “forte” di sperimentare lo Spirito era appannaggio esclusivo dei Padri e dei primi tempi della Chiesa, ma che non lo è più per noi? Il dono di Cristo non è limitato a un’epoca particolare, ma offerto a ogni epoca. Ce n’è abbastanza per tutti, nel tesoro della sua redenzione. È proprio il ruolo dello Spirito quello di rendere universale la redenzione di Cristo, disponibile a ogni persona, in ogni punto del tempo e dello spazio.
 
In passato, l’ordine che veniva inculcato era, in genere, quello che va dalla sobrietà all’ebbrezza. In altre parole, la via per giungere all’ebbrezza spirituale, o al fervore, si pensava, è la sobrietà, cioè l’astinenza dalle cose della carne, il digiunare dal mondo e da se stessi, in una parola la mortificazione.
In questo senso il concetto di sobrietà è stato approfondito in particolare dalla spiritualità monastica ortodossa, legata alla cosiddetta “preghiera di Gesù”. In essa la sobrietà indica “un metodo spirituale” fatto di “vigilante attenzione” per liberarsi da pensieri passionali e dalle parole cattive, sottraendo alla mente ogni soddisfazione carnale e lasciandole, come unica attività, la compunzione per il peccato e la preghiera.
 
Con nomi diversi (spogliamento, purificazione, mortificazione), è la stessa dottrina ascetica che si incontra nei santi e nei maestri latini. San Giovanni della Croce parla di uno “spogliarsi e denudarsi, per il Signore, di tutto ciò che non è il Signore” . Siamo agli stadi della vita spirituale detti purgativo e illuminativo. In esso l’anima si libera faticosamente delle sue abitudini naturali, per prepararsi all’unione con Dio e alle sue comunicazioni di grazia. Queste cose caratterizzano il terzo stadio, la “via unitiva” che gli autori greci chiamano “divinizzazione”.
 
Noi siamo eredi di una spiritualità che concepiva il cammino di perfezione secondo questa successione: bisogna prima dimorare a lungo nello stadio purgativo, prima di accedere a quello unitivo; bisogna esercitarsi a lungo nella sobrietà, prima di poter sperimentare l’ebbrezza. Ogni fervore che si manifestasse prima di quel momento è da ritenersi sospetto. L’ebbrezza spirituale, con tutto ciò che essa significa, è collocata dunque alla fine, riservata ai “perfetti”. Gli altri, “i proficienti”, devono occuparsi soprattutto di mortificazione, senza pretendere, mentre lottano ancora con i propri difetti, di fare già un’esperienza forte e diretta di Dio e del suo Spirito.
 
C’è una grande sapienza ed esperienza alla base di tutto ciò, e guai a considerare queste cose come superate. Bisogna però dire che uno schema così rigido denota anche un lento e progressivo spostamento dell’accento dalla grazia allo sforzo dell’uomo, dalla fede alle opere, fino a rasentare a volte il pelagianesimo. Secondo il Nuovo Testamento c’è una circolarità e una simultaneità tra le due cose: la sobrietà è necessaria per giungere all’ebbrezza dello Spirito, e l’ebbrezza dello Spirito è necessaria per giungere a praticare la sobrietà.
 
Un’ascesi intrapresa senza una forte spinta dello Spirito sarebbe morta fatica, e non produrrebbe altro che “vanto della carne”. Per S. Paolo è “con l’aiuto dello Spirito” che noi dobbiamo “far morire le opere della carne” (cfr. Rm 8,13).Lo Spirito ci è dato dunque per essere in grado di mortificarci, prima ancora che come premio per esserci mortificati.
 
Una vita cristiana piena di sforzi ascetici e di mortificazione, ma senza il tocco vivificante dello Spirito, somiglierebbe – diceva un antico Padre – a una Messa nella quale si leggessero tante letture, si compissero tutti i riti e si portassero tante offerte, ma nella quale non avvenisse la consacrazione delle specie da parte del sacerdote. Tutto rimarrebbe quello che era prima, pane e vino.
 
“Così – concludeva quel Padre – è anche per il cristiano.
Se anche egli ha compiuto perfettamente il digiuno e la veglia, la salmodia e l’intera ascesi e ogni virtù, ma non si è compiuta, per la grazia, nell’altare del suo cuore, la mistica operazione dello Spirito, tutto questo processo ascetico è incompiuto e quasi vano, perché egli non ha l’esultanza dello Spirito misticamente operante nel cuore”.

 
Questa seconda via – quella che va dall’ebbrezza alla sobrietà – fu la via che Gesù fece seguire ai suoi apostoli…

 

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