Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia ci guida a riscoprire la Persona divina dello Spirito Santo per aiutarci a conoscerLo e instaurare con Lui una relazione di comunione e di ascolto, per poter assecondare il progetto di Dio per noi, con docilità e umiltà come ha fatto Maria.

 
 

INCARNATO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO
DA MARIA VERGINE

 

1. Natale, mistero “per noi”
 
Siamo nell’antivigilia di Natale e vogliamo concludere le nostre meditazioni di Avvento riflettendo sull’articolo del Credo che parla dell’opera dello Spirito Santo nell’incarnazione. Nel credo diciamo: ”Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.
 
Sant’Agostino distingueva due modi di celebrare un avvenimento della storia della salvezza: a modo di mistero (“in sacramento”), o a modo di semplice anniversario. Nella celebrazione a modo di anniversario, non si richiede altro – diceva – se non di “indicare con una solennità religiosa il giorno dell’anno in cui ricorre il ricordo dell’avvenimento stesso”; nella celebrazione a modo di mistero, “non solo si commemora un avvenimento, ma lo si fa pure in modo che si capisca il suo significato per noi e lo si accolga santamente” .
 
Il Natale non è una celebrazione a modo di anniversario (la scelta della data del 25 Dicembre non è dovuta, sappiamo, a ragioni storiche, ma simboliche e di contenuto); è una celebrazione a modo di mistero che esige di essere compresa nel suo significato per noi. San Leone Magno metteva già in luce il significato mistico del “sacramento della natività di Cristo”, dicendo che “i figli della Chiesa sono stati generati con Cristo nella sua nascita, come sono stati crocifissi con lui nella passione e risuscitati con lui nella risurrezione” .
 
All’origine di tutto, c’è il dato biblico, compiutosi, una volta per sempre, in Maria: la Vergine diventa Madre di Gesù per opera dello Spirito Santo. Tale mistero storico, come tutti i fatti della salvezza, si prolunga a livello sacramentale nella Chiesa e a livello morale nella singola anima credente. Maria, nella sua qualità di Vergine Madre che genera il Cristo per opera dello Spirito Santo, appare il “tipo”, o l’esemplare per¬fetto, della Chiesa e dell’anima credente. Ascoltiamo come un autore del Medio evo, sant’Isacco della Stella, riassume il pensiero dei Padri a questo riguardo:
“Maria e la Chiesa sono una madre e più madri; una vergine e più vergini. L’una e l’altra madre, l’una e l’altra vergine…
Per questo, nelle Scritture divinamente ispirate, ciò che si dice in modo universale della Vergine Madre Chiesa, lo si intende in modo singolare della Vergine Madre Maria… Infine, ogni anima fedele, sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, viene ritenuta anch’essa, a suo modo, vergine e feconda.”
 
Questa visione patristica è stata riportata alla luce nel concilio Vaticano II, nei capitoli che la costituzione Lumen Gentium dedica a Maria. Qui, infatti, in tre paragrafi distinti, si parla della Vergine Madre Maria, come esemplare e modello della Chiesa (n. 63), chiamata essa pure ad essere, nella fede, ver¬gine e madre (n. 64) e dell’anima credente che, imi¬tando le virtù di Maria, fa nascere e crescere Gesù nel suo cuore e nel cuore dei fratelli (n. 65).
 
2. “Per opera dello Spirito Santo”
 
Meditiamo successivamente sul ruolo di ognuno dei due protagonisti, lo Spirito Santo e Maria, per poi cercare di trarre qualche spunto in vista del nostro Natale.
 
Scrive S. Ambrogio:
 
“È opera dello Spirito Santo il parto della Vergine… Non possiamo quindi dubitare che sia creatore quello Spirito che sappiamo essere Fautore dell’incarnazione del Signore… Se dunque la Vergine concepì grazie all’opera e alla potenza dello Spirito, chi potrebbe negare che lo Spirito è creatore?”
Ambrogio interpreta perfettamente, in questo testo, il ruolo che il Vangelo attribuisce allo Spirito Santo nell’incarnazione, chiamandolo, successivamente, Spirito Santo e Potenza dell’Altissimo (cf. Lc 1,35). Esso è lo “Spiritus creator” che agisce per portare gli esseri all’esistenza (come in Gn 1,2), per creare una nuova e più alta situazione di vita; è lo Spirito “che è Signore e dà la vita”, come proclamiamo nello stesso simbolo di fede.
 
Anche qui, come agli inizi, egli crea “dal nulla”, cioè dal vuoto delle possibilità umane, senza bisogno di alcun concorso e di alcun appoggio. E questo “nulla”, questo vuoto, questa assenza di spiegazioni e di cause naturali, si chiama, nel nostro caso, la verginità di Maria: “Come è possibile? Non conosco uomo… Lo Spirito Santo scenderà su di te” (Le 1,34-35). La verginità è qui un segno grandioso che non si può eliminare o vanificare, senza scompaginare tutto il tessuto del racconto evangelico e il suo significato.
 
Lo Spirito che scende su Maria è, dunque, lo Spirito creatore che miracolosamente forma dalla Vergine la carne di Cristo; ma è anche di più; oltre che “creator Spiritus”, egli è, per Maria, anche “fons vivus, ignis, caritas, et spiritalis unctio” e cioè: acqua viva, fuoco, amore e unzione spirituale. Si impoverisce enormemente il mistero, se lo si riduce solo alla sua dimensione oggettiva, cioè alle sue implicazioni dogmatiche (dualità delle nature, unità della persona), trascurando i suoi aspetti soggettivi ed esistenziali.
 
San Paolo parla di una “lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori” (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo scrisse questa lettera meravigliosa che è Cristo anzitutto nel cuore di Maria, sicché — come dice sant’Agostino — “mentre la carne di Cristo si formava nel seno di Maria, la verità di Cristo si stampava nel cuore di Maria” Il detto famoso dello stesso Agostino secondo cui Maria “concepì Cristo prima nel cuore che nel corpo” (“prius concepit mente quam corpore”) significa che lo Spirito Santo agì nel cuore di Maria illuminandolo e infiammandolo di Cristo, prima ancora che nel seno di Maria riempiendolo di Cristo.
 
Solo i santi e i mistici, che hanno fatto un’esperienza personale dell’irruzione di Dio nella loro vita, possono aiutarci ad intuire cosa dovette provare Maria nel momento dell’incarnazione del Verbo nel suo seno.
 
Uno di essi, san Bonaventura, scrive:
 
“Sopravvenne in essa lo Spirito Santo come fuoco divino che infiammò la sua mente e santificò la sua carne, conferendole una perfettissima purità. Ma anche la potenza dell’Altissimo l’adombrò perché potesse sostenere un simile ardore… Oh, se tu fossi capace di sentire, in qualche misura, quale e quanto grande fu quel’incendio disceso dal cielo, quale il refrigerio recato, quale il sollievo infuso, quale elevazione della Vergine Madre, quale nobilitazione del genere umano, quanta condiscendenza da parte della Maestà divina! … Penso che allora anche tu ti metteresti a cantare, con voce soave, insieme con la beatissima Vergine, quel sacro cantico: “L’anima mia magnifica il Signore” .
 
L’incarnazione fu vissuta da Maria come un evento carismatico al sommo grado che la rese il modello dell’anima “fervente nello Spirito” (Rm 12,11). Fu la sua Pentecoste. Molti gesti e parole di Maria, soprattutto nel racconto della visita a santa Elisabetta, non si comprendono, se non li si guarda in questa luce di una esperienza mistica senza confronti. Tutto quello che vediamo operarsi visibilmente in una persona visitata dalla grazia (amore, gioia, pace, luce) lo dobbiamo riconoscere, in misura unica, in Maria nell’annunciazione. Maria ha sperimentato per prima “la sobria ebbrezza dello Spirito” di cui abbiamo parlato la volta scorsa e il Magnificat ne è la migliore testimonianza.
 
Si tratta però di una ebbrezza “sobria”, cioè umile. L’umiltà di Maria dopo l’incarnazione ci appare come uno dei miracoli più grandi della grazia divina. Come ha potuto Maria reggere al peso di questo pensiero: “Tu sei la Madre di Dio! Tu sei la più alta delle creature!” Lucifero non aveva retto a questa tensione e, preso dalla vertigine della propria altezza, era precipitato. Maria no; ella rimane umile, modesta, come se nulla fosse avvenuto nella sua vita per cui dovesse avanzare delle pretese. In un’occasione, il Vangelo ce la mostra in atto di mendicare da altri persino la possibilità di vedere suo Figlio: “Tua madre e i tuoi fratelli, dicono a Gesú, stanno fuori e desiderano vederti” (Lc 8, 20).
 
3. “Da Maria Vergine”
 
Ora consideriamo più da vicino la parte di Maria nell’incarnazione, la sua risposta all’azione dello Spirito Santo. La parte di Maria è consistita, oggettivamente, nell’aver dato la carne e il sangue al Verbo di Dio, nella sua divina maternità. Rifacciamo velocemente il cammino storico, attraverso cui la Chiesa è giunta a contemplare, nella sua piena luce, questa inaudita verità: madre di Dio! Una creatura, madre del Creatore! “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio – umile ed alta più che creatura”: così la saluta san Bernardo nella Divina Commedia di Dante Alighieri!
 
All’inizio e per tutto il periodo dominato dalla lotta contro l’eresia gnostica e docetista, la maternità di Maria viene vista quasi solo come maternità fisica. Questi eretici negavano che Cristo avesse un vero corpo umano, o, se l’aveva, che questo corpo umano fosse nato da una donna, o, se era nato da una donna, che fosse tratto veramente dalla carne e dal sangue di lei. Contro di essi bisognava dunque affermare con forza che Gesù era figlio di Maria e “ frutto del suo grembo “ (Lc 1, 42), e che Maria era vera e naturale Madre di Gesù.
 
In questa fase antica, in cui si afferma la maternità reale o naturale di Maria contro gli gnostici e i docetisti, fa la sua comparsa, con Origene nel III secolo, il titolo di Theotókos. D’ora in poi, sarà proprio l’uso di questo titolo a condurre la Chiesa alla scoperta di una maternità divina più profonda, che potremmo chiamare maternità metafisica, in quanto attinente alla persona del Verbo….

 

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