“SILENCE”: PUO’ DEFINIRSI UN FILM SULLA FEDE?

 

Ho appena visto il film “Silence” di Martin Scorsese.
 
Non mi ha convinto e l’ho trovato piuttosto confuso.
 
Opinione personale, non sono certo un critico cinematografico e il mio è il commento di un semplice spettatore.
 
Come credente sono però interpellato direttamente su una tematica, quella della fede, e questo mi autorizza ad esprimere un parere in merito.
 
“Silence” è indubbiamente un film suggestivo, con riprese molto belle, recitazione di alto livello.
 
La tematica, lo dice il titolo, è estremamente impegnativa: il silenzio di Dio.
 
Non voglio certo entrare in un dibattito infinito, né  mi sento teologicamente così preparato da fornire ricette facili al problema.
Detto questo, il film per me è quello che è: la personalissima espressione del disagio di un essere umano, Scorsese, che certamente si interroga sulla fede, ma lo fa in modo molto confuso.
 
Vengono portate sullo schermo situazioni limite: un sacerdote gesuita, missionario in Giappone per salvare alcune vite umane, arriva all’abiura in un contesto di persecuzione violenta e sanguinaria con una insistenza fin troppo esasperata in dettagli raccapriccianti, abbastanza frequente nei film del regista, pensiamo solo a “Quei bravi ragazzi”.
 
In questo devastante processo il sacerdote vive il “silenzio” di Dio.
 
Un Dio pregato di intervenire per salvare innocenti e che non interviene mai.
 
Ma quello che viene espresso, e questo è il punto, non è una tematica di fede bensì una situazione psicologica individuale.
 
La fede, infatti, non si fonda e non si deve fondare sulla risposta che Dio può dare alla nostra richiesta di aiuto.
 
A volte il punto di partenza può essere questo, ma non è certo questa risposta che può determinarla in senso autenticamente salvifico e definitivo.
 
Perché la fede è l’adesione personale a una rivelazione portata nel mondo da Gesù.
 
È Gesù che ci svela che Dio è amore e che è Padre di tutti gli uomini.
 
Gesù ci offre un modo di vivere la nostra vita interpretandoci, appunto, come figli del Padre, il quale vuole che noi viviamo nell’amore totale e incondizionato fidandoci di Lui.
 
Noi crediamo in Gesù, crediamo nel suo messaggio, nella sua persona, nella sua storia personale finita in croce per amore degli uomini.
 
Noi aderiamo a Gesù, al suo messaggio, sia che il Padre risponda in un modo o in un altro.
 
Come ha fatto Lui e come hanno fatto tutti i martiri di tutti i tempi.
 
Dio ha risposto al silenzio del venerdì santo con la risurrezione della domenica.
 
E noi crediamo, fidandoci di Lui, che risorgeremo con Gesù se con Lui moriremo, come ci ricorda San Paolo.
 
Peccato che un tema teologicamente così fondamentale sia stato ridotto ad una considerazione, ad una pura, sebbene molto drammatica e anche comprensibile, esperienza soggettiva.
 
La fede infatti è fidarsi di un Altro (Gesù) e non delle proprie argomentazioni, e in definitiva di se stessi, come fanno i due gesuiti, Ferreira e Rodrigues al termine del film.
 
Se si vuole incontrare Dio, bisogna uscire dall’io. 
 
Noi uomini Dio lo incontriamo in Gesù, nella nostra adesione personale alla sua persona e alle sue parole; un Gesù che non è un racconto mitico ma un uomo vissuto nella Storia, che in un giorno lontano è venuto tra noi per insegnarci la via che conduce a Dio, alla verità e alla salvezza, e per darci la possibilità di percorrerla.
 
fra Giuseppe Paparone. o.p.