VENERDÌ SANTO
Contemplare la Vita attraverso la morte


 

Venerdì santo: il cielo immenso sovrasta la terra, una croce di legno si innalza sghemba come un grido di dolore, il vento alza una polvere gialla tra gli olivi e le case.
 
È il momento – l’ora – del giudizio, ma non per noi, per la morte.
 
Con la propria morte Gesù vince la morte e fa trionfare la vita.
 
Dall’inizio della creazione si attendeva questo momento – la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, scrive san Paolo.
 
Perché vincere la morte vuol dire sconfiggere il male, per sempre.
 
Il male è sempre conseguenza della paura della morte, della paura che la vita non si affermi, non dispieghi le ali e voli libera verso il cielo.
 
Sulla croce è difficile accettarlo e comprenderlo: tutto sembra perduto, la morte in quel momento trionfa, piega ogni resistenza, dal profondo emerge quel grido disperato: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
 
E invece è proprio nel momento dell’abbandono totale che la morte viene giudicata e la vita si appresta al trionfo.
 
La vita e l’amore, perché è l’amore la forza che rende eterna la vita.
 
Lo capiamo quando siamo innamorati e la parola “fine” non riusciamo proprio a scriverla nel nostro vocabolario.
 
L’amore o è eterno, ha questa dimensione, o non è amore: è una delle tante esperienze che si infiammano e bruciano a un soffio del vento. Per questo il grido di abbandono di Gesù sulla croce suona ancora più terribile: sembra cancellare l’amore, ricondurlo a un sentimento fragile, effimero e illusorio. Ma è il rischio di chi ama: se la corrente per un attimo si arresta la luce si spegne e rimane il buio.

 
È un mistero come si arrivi alla luce solo passando attraverso quel collo infinitesimale di clessidra in cui tutto sembra finire e annullarsi, l’attimo in cui tutto si compie e il dopo non c’è ancora.
 
È il momento che ci fa più paura, a noi, come forse a Gesù.
 
Ma è scritto nel mistero stesso della vita, nel suo DNA fascinoso e inquietante, nella sua grammatica fatta di parole e spazi vuoti tra l’una e l’altra: tutto si tiene insieme, anche i due opposti inconciliabili eppure, allo stesso tempo, indivisibili.
 
Venerdì santo ci ricorda questo: la nostra vita è un tutt’uno con la morte, e vice versa; il Cristo risorto è anche quello sulla croce, nel suo Venerdì santo e in quello di ogni tempo, perché la sua croce è ormai diventata la nostra e ad essa è inchiodato finché ci sarà vita sulla terra.
 
Sono i chiodi dell’amore, il grido dell’amato per la sua sposa che soffre e che guarda al Sabato santo, all’alba della Resurrezione.

 

Antonio Buozzi
da Il fuoco e la cenere
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