La storia del peccato originale


 

 
Il serpente nel 3°capitolo della Genesi è il simbolo dell’uomo stesso: non qualcosa di esterno, ma la faccia negativa dell’uomo, il buio della sua coscienza, il suo istinto preconscio o inconscio.
 
Dio disse al serpente: “sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita” (3,14). Viene qui ripreso l’elemento terroso comune all’uomo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo” (2,7)
 
Il serpente in qualche modo si identifica con il “ragionamento” di chi non accetta il proprio limite e non ha fiducia in Dio.
 
Questo mito primordiale spiega la bramosia di superare ogni barriera, la voglia di mangiare, di dominare.
 
Dice il rettile alla donna: “Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. È l’atteggiamento di sfiducia, di non accoglienza dell’altro, anzitutto nei confronti di Dio:
 
Il serpente si presenta come colui che sa come stanno le cose, mentre Dio avrebbe ingannato.
 
L’umanità, anche ai nostri giorni, si trova in una posizione ambigua.
 
A chi credere?
 
Di chi fidarsi?
 
Il narratore biblico con grande abilità ha voluto rappresentare il dramma della fiducia: la mancanza di fiducia è l’origine del peccato. Pensare Dio come ostile porta alla morte.
 
Il racconto di Genesi ha una valenza molto profonda per dirci: questa è la strada sbagliata.
 
Qui l’obiezione che si può fare è: “Ma è Dio che ha fatto l’uomo; quindi, vuol dire che lo ha fatto male in partenza. C’è un difetto di fabbrica”.
 
Ma, attenzione!
 
L’alternativa sarebbe stata quella di essere degli automi, cioè delle creature preconfezionate nel modo di pensare, della marionette che dicono sempre di sì, perché non hanno scelta né capacità decisionale.
 
Ogni conquista della scienza e della tecnica ci dà l’illusione di essere padroni del mondo e abbiamo sempre di più il desiderio di un dominio completo: è il desiderio di possedere tutto. Siamo in una situazione di concupiscenza, di bramosia continua stimolata proprio da un mercato che vive di queste cose, che ci fa sentire dei bisogni sempre nuovi per poterci vendere sempre nuovi prodotti.
 
Siamo “animali da consumo”: dobbiamo desiderare, consumare, pagare e crepare!
 
Il serpente dà voce a questo processo.
 
È un saggio profondissimo nel quale siamo implicati: è la vicenda di adesso!
 
Nel racconto non compare mai la parola “peccato”.
 
Noi siamo abituati a considerare questo racconto come la storia del peccato originale; chiamiamolo “complesso di Adamo” come in psicanalisi si parla di “complesso di Edipo”.
 
Ma, nel testo, non ci sono questi elementi.
 
Il testo in cui per la prima volta si parla di peccato originale è la Lettera ai Romani nel capitolo 5.
 
È San Paolo che parla del peccato originale e ne parla dopo la venuta di Cristo. La dottrina del peccato originale è una dottrina cristiana ed è frutto della rivelazione piena di Gesù Cristo.
 
È Paolo che arriva a comprendere la condizione di umana universale corruzione, valorizzando a pieno la grande opera compiuta da Gesù Cristo.
 
La dottrina del peccato originale è dunque positiva, serve per dire la potenza redentrice di Cristo; non sottolinea l’aspetto negativo, ma la possibilità di curare quella condizione negativa. Ecco quindi che il Cristianesimo parla di peccato originale nel momento in cui annuncia che Cristo ha superato enormemente lo stato iniziale.
 
L’incapacità di obbedienza è vinta, è superata dalla vittoria di Gesù Cristo, cioè dal suo gesto di obbedienza e di fiducia.
 
“Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra il tuo seme e il suo seme: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (v.15) .
 
Per la religione cristiana questo versetto è stato chiamato proto vangelo: è l’annuncio del superamento della bramosia serpentesca. Dio pone inimicizia fra il serpente e la donna che rappresenta l’umanità. Non viene teorizzata la lotta fra il bene e il male, ma fra l’umanità e la bramosia, l’atteggiamento disobbediente, polemico nei confronti di Dio.
 
Cristo vince il male, domina la bramosia di vita accettando di perdere tutto, e il frutto migliore di questa redenzione si vede nella sua madre Maria.
 
In lei l’umanità ha già mostrato quanto può essere bella.
Quindi, fin dall’inizio della Genesi c’è una buona notizia di vittoria: il male che è entrato nel mondo e che rovina il mondo non è più forte, non avrà l’ultima parola.
 
La rivelazione biblica rispetto al pensiero umano antico fa un enorme passo avanti, attribuendo la colpa fondamentale all’uomo e presentando al contrario l’intenzione originale di Dio che le cose vadano in tutt’altro modo. Dio vuole che ci sia l’armonia e se l’armonia non c’è la colpa è dell’uomo e non di Dio.
 
Dio non ha rinunciato, tuttavia, a ricercare questa armonia. Col tempo l’armonia verrà ristabilita. Pensiamo, ad esempio, alla bellissima pagina di Isaia in cui si annuncia la pace universale fra uomini e animali: “Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo dei serpenti velenosi”.
 
Nelle sentenze primordiali la disarmonia umana viene presentata per l’uomo e per la donna con quattro immagini, due ciascuno: il dolore del parto e l’istinto verso il marito, la fatica del lavoro e la morte.
 
Il momento del parto, del dono della vita è un momento meraviglioso eppure è anche un momento tremendo.
 
Come mai questo contrasto?
 
Tale evento comune nella vita delle persone è preso come segno simbolico della disarmonia della creazione. L’immagine della partoriente nel dolore diventa così un’immagine tipica della Bibbia per indicare proprio la “nascita della salvezza”, l’origine della vita attraverso il dolore, la sofferenza.
 
Nel vangelo di Giovanni questa immagine è applicata simbolicamente alla passione stessa di Gesù come via alla “nuova nascita”.
 
L’accesso all’albero della vita è interdetto all’uomo, è vero, ma non per volontà di Dio, bensì per colpa dell’uomo. L’uomo viene scacciato, il giardino non viene abolito, l’albero della vita non viene tagliato.
 
Il giardino e l’albero restano.
 
L’uomo per il momento non vi ha più accesso.
 
Se il giardino è il luogo della relazione amichevole con Dio vuol dire che l’uomo, non fidandosi di Dio, è allontanato, ma non vuol dire che sia impossibile ritornare.
 
“Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino dell’Eden i cherubini e la fiamma della spada sfolgorante per custodire la via dell’albero della vita”.
 
Nella croce di Cristo si è manifestata la realtà dell’albero della vita.

 

prof.ssa Ebe Faini Gatteschi