Dove abita la felicità?

 

A quale indirizzo abita la felicità?
 
Dove dobbiamo dirigerci?
 
Qui a Saint –Oyen, poche case in Val d’Aosta sul pendio che porta al Gran San Bernardo, mi compare all’improvviso alla foresteria del monastero Regina Pacis delle benedettine di Orta.
 
La felicità è un volto, quello di una suora polacca che vive in Slovacchia, e che mentre apparecchia i tavoli per il pranzo ha gli occhi che ridono: è felice, non c’è dubbio, anche se non le è successo nulla di particolare, né il lavoro che sta facendo con attenzione e solerzia può essere la fonte di un appagamento.
 
Quella felicità che un po’ tutti cerchiamo nel fare tante cose, nel perseguire progetti o ideali, nell’impegnarci per trasformare situazioni che felici non ci appaiono in qualcosa di più gratificante, o nel ricercare analizzando la vita attraverso gli strumenti della ragione – filosofica, religiosa, scientifica – tutto questo qui non c’entra, non è la causa di quel sorriso.
 
Perché questi nostri sforzi sono alla fine, uno per uno, come lo sfregare di un fiammifero che si accende per qualche istante e poi si spegne.
 
Per qualche attimo fa luce, lo si accende facilmente, ma poi tutto ritorna come prima.
 
E allora occorre accenderne tanti di fiammiferi, lasciando poco tempo tra l’uno e l’altro, perché il buio non prenda il sopravvento.
 
Queste piccole luci hanno un nome: sono i piaceri, minuscole faville che baluginano nell’aria e che per qualche istante ci lasciano stupiti e attoniti, ma poi svaniscono.
 
Sono della stessa materia delle illusioni, e da illusione in delusione, finisce che dopo un po’ ci sembrano inutili, perché ci rendiamo facilmente conto che tutto è rimasto com’era.
 
La felicità è qualcosa di diverso, non è un illuminare il mondo dall’esterno, è qualcosa che proviene dall’interno, dalle cose stesse.
 
Sono le cose, le persone che si illuminano quando sono felici: ecco il segreto di quel sorriso stampato sul volto della suora polacca.
 
È una gioia che viene da dentro, che sgorga come una sorgente, senza intermittenze, senza neppure fatica o sollecitudine.
 
Sgorga e basta e chi vede quel volto può dire senza incertezze: ecco una persona felice.
 
La mia ricerca è finita, perché ho incontrato quel volto.
 
Così doveva essere il volto di Cristo che ha fatto deflagrare una realtà faticosa e mediocre e l’ha illuminata, con il suo volto.
 
E uomini semplici e onesti hanno capito che avevano davanti qualcosa di diverso e abbandonano tutto per seguirlo, per non lasciarsi fuggire quel bagliore che per un attimo li ha sopraffatti, li ha fatti riscoprire all’improvviso il senso e la bellezza della loro vita: e allora non più reti da pescatori, ma una rete più grande e con maglie larghe a sufficienza per accogliere tutti gli uomini che vogliano davvero cercare un approdo a una vita sviata e povera di senso.
 
Questo ha fatto Gesù e lo continua a fare.
 
Poi, come scrive Bennato “la strada la trovi da te”, non ce n’è una sola. Può essere lo sguardo di una suora polacca o di chiunque.
 
Basta sapere che solo in questo dobbiamo cercare: nel volto dell’altro.

 

Antonio Buozzi
da Il fuoco e la cenere
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