L’OLOCAUSTO:
una sconfitta dell’uomo

Intervista di A. Buozzi
allo scrittore N. Manea

 

Con Norman Manea, forse il più acuto e significativo scrittore romeno contemporaneo attivo al di fuori della sua patria, si può parlare di tutto, ma il tutto ritorna sempre allo stesso punto, all’esperienza che perennemente lo ha segnato: il doppio esilio, quello vissuto da bambino e quello da lui intrapreso molti anni più tardi, verso gli Stati Uniti.
 
Dipende forse anche nel suo DNA di ebreo “huligano”, come ama definirsi, di uomo in uno sradicamento esistenziale persistente, dato che ha in comune con molti altri ebrei. Non c’è per lui tema che non rimandi in definitiva alla storia, quella personale e del suo popolo. È impossibile prescinderne.
 
L’OLOCAUSTO COME SCONFITTA DELL’UOMO.
 
Allo stesso tempo, Manea prende le distanze da un’eccessiva auto-commiserazione che alle volte traspare nella memorialistica sulla Shoa.
 
Anche per lui, come per un altro grande ebreo italiano del Novecento, Primo Levi, la tragedia dell’olocausto è innanzi tutto una sconfitta dell’uomo, prima ancora che un attacco diretto al suo popolo.
 
Probabilmente anche Manea sottoscriverebbe quello che Primo Levi aveva dichiarato in una famosa intervista del 1982 al Manifesto: «ognuno è ebreo di qualcun altro».
 
Ne parliamo con lui in occasione della tournée di presentazione del nuovo libro-intervista Corriere dell’est, un dialogo di oltre duecento pagine con il filosofo Edward Kanterian, pubblicato in Italia da Il Saggiatore con la traduzione di Anita Bernacchia.
 
DOMANDA:
 
Nel suo libro lei dice, a proposito dell’esperienza dell’esilio: «Sono partito all’età di cinquant’anni, ora sono un fossile che è riuscito a sopravvivere». L’esilio come morte e resurrezione. Ma come si vive dopo la propria morte?
 
RISPOSTA:
 
In realtà non avviene mai un vero distacco, ci si porta dietro il passato con il ricordo di ciò che è scomparso dal nostro orizzonte.
 
Ho scritto che mi sentivo come un turista della posterità perché l’esilio è stato per me uno shock terribile. Già lo avevo vissuto quando avevo solo 5 anni con la deportazione in Transnistria insieme alla famiglia.
 
Poi a cinquant’anni la scelta volontaria di abbandonare la Romania.
 
Che cosa succede dopo, mi chiede?
 
Voi che siete cristiani dovreste saperlo: dopo la morte c’è la resurrezione, cioè si continua a vivere.
 
Si continua, però, portandosi il peso del passato.
 
L’esilio è una terribile esperienza di dislocazione e di spossessamento: fuori dalla tua vita, dal tuo paese, dagli amici, dalla famiglia.
 
Tutto si perde in un momento.
 
Nel mio caso è stata anche la morte come scrittore, la perdita della lingua nativa, che è la vera madre-patria. Anche se ti trovi in disaccordo con il tuo paese, se sei un ribelle, il linguaggio è il tuo paese. Sono diventato uno straniero per le persone attorno e per me stesso.
 
È difficile cambiare tutto a cinquant’anni, Gesù lo ha fatto molto prima. Non si hanno più grandi speranze, soprattutto la speranza di rivivere, nel caso di un agnostico come sono io.
 
Per questo dico di essere un turista della posterità. Quando sono poi tornato in Romania nel 1997 mi sono sentito un estraneo anche se con molti ricordi e molta nostalgia: è stato un dolore sordo e spiacevole.
 
DOMANDA:
 
Nel suo romanzo-biografia Il ritorno dell’huligano ci sono solo accenni ai cinque anni trascorsi nel campo di concentramento in Transnistria. E nel Corriere dell’Est lei biasima la retorica dell’antisemitismo, affermando che «quando la trattano gli ebrei, somiglia a un lamento»…
 
RISPOSTA:
 
Non ne ho accennato nel romanzo perché è stato un incubo e non mi sentivo a mio agio nello scriverne. Ma anche perché la memorialistica dei campi di concentramento, dell’olocausto, è stata molto sfruttata, è diventata quasi un business.
 
Beckett diceva a proposito della sua poesia: non c’è nulla da dire, ma questo non posso non dirlo. Ma io non volevo sfruttare la mia biografia, cadere nel sentimentalismo per farmi lettori, tutti amano le vittime.
 
È vero, avevo perso tutto, ma bisogna accettarlo e andare avanti: sei un essere umano e devi affrontare il bene e il male sempre, ogni giorno. Non c’è solo l’orrore, altri capitoli sono positivi….

 

Antonio Buozzi
da Lettera 43

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