Il “platonismo”:
una malattia dello spirito…

 

Con tante scuse a Platone e ai cultori di filosofia per l’indebito sconfinamento, prendo a prestito l’etichetta di «platonismo» per indicare quella forma di malattia dello spirito che riduce il reale all’ideale e che porta a dar valore alle cose quanto più si avvicinano a un modello astratto: le top model sulle copertine di Vogue o i semi-vip dei reality, ma anche le spiagge bianche costellate di palme o i grattacieli che si inerpicano illuminati nei cieli metropolitani.  
La vita è sogno, diceva il grande poeta spagnolo e altri prima e dopo di lui. E quando ci si innamora dei sogni tanto da non riconoscere più la realtà per quello che è, né quindi poterla apprezzare, ci si è ammalati, almeno un po’, di «platonismo».
 
Il «platonismo» ha come effetto un terribile impoverimento della vita e si accompagna sempre, magari inconsapevolmente, a quella considerazione selettiva delle cose e delle persone, guarda caso di matrice greca, per la quale più sono lontane dal modello ideale meno hanno valore e diritto di cittadinanza. Annaspano e vanno alla deriva nell’ingombro informe e insignificante che si chiama “materia”, lontano dalla luce e da qualsiasi pretesa di senso.
 
È una concezione terribile e inquietante, che condiziona la nostra antropologia e che può portare periodicamente a degenerazioni, come le sperimentazioni eugenetiche del nazismo fino ai cultori di un «tipo umano» senza difetti attraverso l’applicazione delle biotecnologie sui genomi.
 
Il «platonismo» dovrebbe essere, in realtà, una malattia dell’adolescenza, ma in tempi in cui questa si protrae ben oltre i suoi limiti naturali, in una gioiosa e perenne immaturità, è naturale che conosca una diffusione che travalica le età. La vita, infatti, compie da sola il suo percorso e ci si accorge, su di noi innanzittutto, che oltre al bello esiste il brutto e il mediocre, che ci sono le imperfezioni che scavano l’esistenza come le rughe sulla pelle, che il successo è merce rara mentre è più comune moneta l’insuccesso o il fallimento, per grande o piccolo che sia.
 
Insomma, la vita torna alla sua tridimensionalità, e non servono occhialini speciali, bastano gli anni sulle spalle.
Se si fa esperienza di Dio, ci si accorge che il mondo vero è lontano dalle sue proiezioni ideali quanto i Tamagotchi virtuali di qualche anno fa da un reale animale domestico.
 
Perché Dio ragiona all’opposto: più una realtà è povera, fragile, ferita, più diventa oggetto di attenzione e di amore.

Tutto il reale è reale: non è tautologia e neppure sola razionalità, come pensava Hegel. Ogni realtà ha significato in relazione allo sguardo di chi l’avvicina: per San Francesco tutto è meraviglia, lode a Dio, persino “sora nostra morte corporale”.
 
Più lo sguardo è profondo, cioè va all’interno ben oltre la superficie, più la realtà si dilata in un orizzonte mobile che si allontana nella misura in cui proviamo ad avvicinarci.
 
Scopriamo allora che l’infinito non è solo in Dio, nel tempo e o nello spazio: l’infinito è nelle cose, è in noi e attorno a noi.
E proprio perché la realtà è infinita, non ha più un prezzo, né un cartellino per l’acquisto: quelli sono valori convenzionali e non servono a nulla per entrarci.

Con i soldi compriamo solo delle icone virtuali (ai tempi della Bibbia non c’era questo termine e si parlava di idoli).
 
Per entrare nella vita serve un’altra moneta, l’amore; l’altra appartiene a Cesare.

 

Antonio Buozzi
da Il fuoco e la cenere

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