La nostra vigna quotidiana…

 

Lo scarto tra il reale (nostro) e l’ideale è la vigna in cui ogni giorno occorre lavorare, perché è lo spazio quotidiano della salvezza.
 
Non va bene adagiarci sul reale, così com’è, perché verremmo meno all’anelito di vita e di senso che sgorga incessante e che deve necessariamente trovare un alveo su cui defluire, ma neppure proiettarci in un iperuranio di virtù e sentimenti assoluti, che in quella forma non ci appartengono.
È come voler raggiungere la vetta di una montagna senza considerare le fatiche della salita. Ci si arriva con la fantasia o con l’elicottero, ma non è la stessa cosa.
 
La vita cristiana è vera soprattutto nella sua ferialità.
 
Paolo ha scritto delle lettere che contengono in nuce la dottrina cristiana, ma poi verga anche una nota a piè pagina, quella lettera a Filemone in cui non si inerpica su sentieri vertiginosi, ma interviene su una banale vicenda privata: uno schiavo, Onesimo, che ha fatto qualche sciocchezza e che Paolo raccomanda al suo padrone Filemone perché venga riaccolto e perdonato. E lo fa con parole di affetto, sincere, che aprono uno squarcio sulla vita di un uomo che, per una volta, forse perché stanco e in catene, non veste i paludamenti del leader carismatico e del grande teologo.
 
Questa, sic et simpliciter, è la vita cristiana, che cerca nel quotidiano un passo diverso, una sguardo più attento alla realtà, una maggiore corresponsabilità.
 
Una vita, insomma, che vuole diventare felice, tutto qui.
 
Alle volte certe spiritualità travagliate, come quelle della croce e del martirio, se non sono dettate da situazioni realmente difficili, come nel caso di Edith Stein, possono diventare un abbaglio, perché ci fissano su un piano epico e sentimentale, di eccezionalità, laddove la vita cristiana è talmente ordinaria che non dovremmo più coglierne la differenza da una vita normale, come ben fa capire la Lettera a Diogneto. Finché sentiamo questo scarto, se pensiamo che ci sia una «fase» spirituale» più nobile a cui facciamo fatica ad accedere e che, quando appare, dopo un po’ svanisce, come l’effetto di una magia, allora c’è da chiedersi se cerchiamo davvero Gesù o noi stessi.
 
I santi non hanno mai avuto questa percezione, vivono in una perenne umiltà che li fa sentire indegni non tanto dell’approvazione degli altri, ma dell’incommensurabile dono della vita.
Certo, c’è la croce alla fine dell’itinerario di Gesù, ma prima la sua vita è stata una testimonianza di bellezza e di amore nella semplicità del quotidiano.
 
E non solo la cosiddetta «vita nascosta» di Nazareth, come alle volte si semplifica nelle periodizzazioni agiografiche. Anche i tre anni di ministero sono stati vissuti in quello spirito, soltanto che l’amore per il Padre e per gli uomini era diventato talmente incontenibile da doverne parlare lungo le strade impolverate della Galilea.
 
Non c’è una pianificazione a priori tra gli anni del silenzio, la preparazione, e quelli del ministero, come se Gesù avesse pensato di dover svolgere diligentemente il suo tirocinio e, una volta pronto, dedicarsi al vero scopo della sua esistenza: il ministero messianico. Non riesco a immaginarlo così. La vita non ha compartimenti e quello che rimane è ciò che siamo, non quello che vogliamo testimoniare o trasmettere secondo i nostri schemi preordinati.
Nei ricordi della mia infanzia c’è la figura di un contadino del Canavese con le mani grandi e il passo vacillante.
 
Quando lo cercavi sapevi dove trovarlo: era a dare il verderame ai vitigni di un barbera che, diventato vino, si faceva apprezzare soltanto per la sua genuinità. Non so se Giovando, così si chiamava, era credente e in che misura, ma ogni giorno era nella sua vigna come per una missione, con il tempo bello e quello brutto, a potare, curare e infine raccogliere. Tutta la sua vita era in quelle foglie che d’autunno diventavano rosse come la brace del camino. Non so neppure se avesse mai sognato una vita diversa, più agiata, meno faticosa.
 
So soltanto ciò che era evidente a tutti quelli che incontrava, persino a un bambino come ero io: quella era la sua vita e ne era pienamente felice.

 

Antonio Buozzi
da Il fuoco e la cenere
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