La meraviglia di un amore

 

La meraviglia di un amore è lo stupore infinito per la sua gratuità, e in questo consiste la magia.
 
È la sorpresa di accorgerci che un’altra persona ha uno sguardo speciale per noi, ci desidera, siamo entrati nel suo radar per iniziare la complicità straordinaria di una vita comune, non più due, ma uno.
 
Sgorgano allora un senso di stupore assoluto, una gioia e pace al di fuori del tempo e dello spazio, un limbo magico nel quale non conta più nulla dove siamo o lo scorrere delle lancette attorno a noi.
 
Viviamo l’eterno nell’istante presente, e questo è tutto.
 
È l’akmé della vita, oltre questo non c’è nulla di paragonabile.
 
La vocazione religiosa segue una dinamica simile.
 
La parola latina «vocatio» vuol dire chiamata: è sempre la voce di qualcuno che chiama ad aprirci a un destino, non è mai la somma dei nostri sforzi. E, come nell’amore terreno (che però è sempre anche soprannaturale), chiamare qualcuno è un cercarlo e individuarlo tra i molti.
 
L’amore del Dio cristiano non è irraggiamento dell’essere come nel Neoplatonismo, né partecipazione a un assoluto vuoto, di per sé indifferente e autosussistente, secondo la prospettiva delle filosofie orientali. È sempre qualcuno che chiama proprio me, e da me soltanto vuole una risposta.
 
Se l’amore non è esclusivo perde la sua prerogativa.
 
Alle volte non proviamo imbarazzo e talvolta fastidio di fronte a quelle persone che prese da un incontenibile tripudio religioso si affacciano d’improvviso alla nostra quotidianità?
 
Buon per loro: sono un po’ come quegli amici che quando gli capita una inaspettata fortuna ti riversano il loro entusiasmo, lo raccontano nei minimi particolari e poi soddisfatti lo portano altrove. Non amano noi, non cercano noi: hanno bisogno semplicemente di uno spazio nel quale manifestare il loro essere felici.
 
Santa Teresa di Lisieux, nella sua infinità umiltà, parla del “mistero della sua vocazione” annotando, a commento di Marco 3,13, che Gesù “non chiama coloro che ne sono degni, ma coloro che vuole”. E questo «volere» di Gesù per la chiamata implica una scelta tra i tanti, esige la pre-condizione di una esclusività, senza la quale saremmo di fronte a un generico filantropismo.
 
Ma allora Dio fa preferenze?
 
No, questa è la prerogativa del divino: Dio ama tutti indifferentemente e ciascuno singolarmente.
 

Non è uno sguardo solo sintetico sul mondo che non ne colga i particolari, come succede guardando certi quadri impressionisti da cui occorre allontanarsi per individuare il soggetto.
 
L’amore di Dio è esclusività che si moltiplica all’infinito, singolarità che si addizionano.
 
L’idealismo greco delle origini si è molto arrovellato su questo concetto: l’uno e i molti, com’è possibile?
 
È difficile da spiegare, eppure, questo essere uno e insieme molti non è forse il mistero stesso della Trinità?
 
E c’è un altro mistero: la pluralità nell’unità implica anche la necessità dell’Altro.
 
L’amore è sempre mancanza: il Figlio c’è in relazione al Padre, da Lui dipende e a Lui vuole (deve) ritornare; ma anche il Padre non esiste senza il Figlio.
 
Così a livello umano: amando si è nella consapevolezza di essere limitati e inermi, mai autosufficienti.
 
Per questo l’amore autentico cela sempre un’ombra di malinconia: il timore che la magia svanisca, che la luce che ha riempito così d’improvviso la vita si dilegui e ritorni il buio, la percezione chiara di avere raggiunto una completezza di cui però non disponiamo, perché mai ci appartiene, sempre un dono dell’altro.
 
E come tutti i doni lo si può attendere, non esigere. Santa Teresina chiama questa incompletezza “fragilità”: “che gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che conosce perfettamente la fragilità della nostra natura”.
 
Ha ragione. Forse è più bello così: pensare alla nostra limitatezza umana non come a qualcosa di negativo, che ci spinge a guardare oltre per raggiungere quel «quid» che gratifichi le nostre continue pretese, ma come a quel confine che sappiamo di non poter oltrepassare, perché dall’altra parte c’è già qualcuno che ci aspetta e ci completa.
 
“Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore,” scrive Platone nel Simposio.

 

Antonio Buozzi
da Il fuoco e la cenere
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