IL LAPSUS:
LE PAROLE IN LIBERTÀ

 

 
 
In questi giorni si è alzato un grosso polverone mediatico su una dichiarazione espressa da un rappresentante della Lega, candidato alla presidenza della Regione Lombardia, nella quale dichiarava il suo timore sul pericolo che la razza bianca si possa estinguere.
 
Come facilmente prevedibile le sue parole hanno suscitato una immediata indignazione generale e il nostro è stato inondato da accuse di razzismo che gli sono piovute addosso da più parti, non solo in Italia.
 
Una reazione che gli ha fatto effettuare una rapida retromarcia affermando che in realtà il suo è stato un “lapsus”, che lui non è razzista e che quelle parole non esprimono affatto il suo pensiero e il suo sentire.
 
In realtà la pezza è stata peggiore del danno perché il politico (che forse non si è reso conto della zappata che si è dato sui piedi) non ha fatto altro che confermare quello che in realtà è il suo vero, intimo convincimento.
 
Perché il “lapsus”, nella teoria psicoanalitica, è manifestazione del nostro mondo interiore, di quell’inconscio che, a livello razionale, noi non vogliamo ammettere e che nascondiamo a noi stessi e agli altri.
 
In breve, noi rifiutiamo di riconoscere come nostre le parole espresse nel lapsus; ma poiché esprimono, al contrario, quello di cui siamo profondamente convinti e che quindi ci appartiene, queste escono da noi improvvise quando meno ce lo aspettiamo e nei momenti più impensabili.
 
Sono parole in libertà, appunto, che dicono (finalmente verrebbe da dire!) la verità su di noi, su chi siamo realmente.
 
A meno che il personaggio non conosca il vero significato di “lapsus” oppure si sia trattato non di lapsus ma di propaganda elettorale.
 
Il che renderebbe la cosa ancora più grave.
Fra Giuseppe Paparone