“Tutti abbiamo bisogno di Qualcuno” – A. Buozzi
La riflessione del Vescovo di Macerata sulla tragica vicenda di Pamela

 

Sulla terribile vicenda di Pamela si è detto e scritto molto, con le consuete strumentalizzazioni e forzature del caso.
Per questo le parole ora rese pubbliche, dopo un’attenta riflessione, dal vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, – che a seguire riporto – colpiscono davvero nel segno e ci coinvolgono tutti.
 
“Tutti dipendiamo da qualcosa per dimenticare il dolore”, aveva scritto Pamela sul suo profilo Facebook.
 
Ma quale dolore, si chiede il vescovo, e ci chiediamo anche noi?
 
Abbiamo davanti una generazione che ha avuto tutto in termini materiali e certo ha sperimentato meno sofferenza delle precedenti.
 
E allora?
 
Il problema sta forse nell’esorcizzazione del dolore attraverso le infinite proposte di piacere, di distrazione, di svago che la società elargisce in abbondanza e di cui la droga è proprio il simbolo.
 
Il dolore c’è, c’è sempre stato, ma va accettato, accolto, capito, oserei dire, amato.
 
È il dolore della croce, il dolore che ci fa entrare nella vita autentica e ci rende adulti, non più animali.
 
La nostra società – a livello culturale, economico, sociale – è ipocrita, come fa capire il Vescovo, perché non vuole vedere il dolore, perché le persone, gli individui che la compongono perseguono solo l’interesse personale, il proprio star bene (illusorio) a discapito degli altri e chiudono regolarmente gli occhi sugli effetti terribili e devastanti che questo modello di vita produce a livello sociale e politico, concretamente su chi è ai margini ed è scartato.
 
E allora quando Favino a Sanremo fa un monologo straziante sul senso di estraneità e rifiuto che può provare qualsiasi profugo o rifugiato si solleva l’indignazione e lo scandalo nazional popolari, si confonde il buonismo con la denuncia di un male intollerabile, il diritto a riaffermare la solidarietà umana con astratti principi a garanzia di convenienze personali o collettive.
 
“Tutti abbiamo bisogno di Qualcuno”, dice il Vescovo in una bellissima omelia in risposta alla frase di Pamela: ecco la sola risposta possibile per un cristiano, perché solo la «dipendenza» da Dio e dall’amore degli altri ci può salvare. A quella sola ci dovremmo aggrappare.
 
 

L’OMELIA DEL VESCOVO

 
 
Ritengo sia mio dovere di vescovo, chiamato a essere testimone e maestro nella fede, di dire una parola sulla vicenda della giovane Pamela che ci ha così colpito.
 
Prima di tutto ho voluto stare in silenzio per qualche giorno: di gente che sa tutto e subito, che sale in cattedra senza pensare e senza pregare ce n’è già troppa.
 
Ho pregato per lei, per i suoi cari, per i volontari della Pars che avevano cercato di aiutarla ed anche per quanti sono colpevoli della sua morte.
 
Uso il plurale e non dico solo il nome di Innocent Osegale, perché dietro questa morte che nasce in un contesto di droga, c’è un lungo elenco di colpevoli.
 
Tanta gente, ognuno per la sua parte, deve chiedere perdono. So per lunga esperienza quanto è difficile aiutare chi cade nella rete della droga, ma so soprattutto che far finta di non vedere la gravità del problema è la colpa di cui una intera società deve chiedere perdono, nessuno escluso. Perché Pamela è morta pochi giorni fa, ma ha iniziato a morire il giorno in cui si è lasciata convincere che la droga poteva essere la risposta al suo problema di vivere.
Che problemi poteva avere una ragazza di 18 anni, sana e bella come lei? Non voglio giudicare o puntare il dito. Vorrei solo che la sua morte ci aiutasse a fare verità in noi e fuori di noi, nella speranza di evitare altre morti simili.
È infatti una illusione che mettendo in galera a vita Innocent Osegale spariranno tutti gli spacciatori, tutti coloro che speculano sulla droga, tutti i violenti senza scrupoli che questo mondo delinquenziale produce. Per questo ho riletto tante volte una frase che Pamela aveva scritto nel suo profilo Facebook, la forma che per tanti giovani di oggi ha il diario dei miei tempi: «Tutti dipendiamo da qualcosa per dimenticare il dolore».
Ci ho sentito la tristezza e la sconfitta di tanti giovani e ho sinceramente chiesto perdono, io per primo, perché come adulti e come credenti questa frase ci inchioda. Abbiamo costruito un mondo che convince i giovani che davanti al dolore la risposta la danno le cose e l’unica risposta è cercare di dimenticarlo.
Se noi cristiani fossimo più credibili, se il nostro annuncio del Vangelo fosse più forte e chiaro, una giovane di 18 anni avrebbe scritto: «Tutti abbiamo bisogno di Qualcuno, che ci aiuti a portare la croce del nostro dolore, fino all’alba della risurrezione».
 
Abbiamo abituato i giovani fin dalla nascita a ricevere cose invece che a incontrare persone attente a loro.
Tutti abbiamo bisogno di incontrare Dio perché la vita trovi senso e valore, ma questo incontro passa per l’incontro con i fratelli nella fede.
 
La fede passa per contagio, da persona a persona, da corpo a corpo, non la trasmettono i libri o Internet.
 
Il vuoto di tanti giovani ci inchioda come credenti dal cuore comodo e avaro che vivono la fede come una cosa privata, da non condividere, da non donare.
 
La fede ed il senso della vita passano stando a fianco di chi soffre, aiutando ogni fratello a portare la sua croce lungo la via che porta alla risurrezione. Quello che come cristiani fatichiamo a trasmettere è proprio questa speranza di risurrezione. Il problema è che la risurrezione non basta dirla a parole, bisogna testimoniarla con la convinzione del cuore. Solo chi spera insegna a sperare e noi per primi abbiamo una speranza fragile, perché poggia su una fede debole.
 
Oggi nella celebrazione diocesana della Vita Consacrata queste parole sono un invito a tutti noi a essere uomini e donne di speranza fondata sulla fede. Il Consacrato altri non è che un cristiano che vuol vivere in pienezza la sua fede. Un cristiano che vuol offrire con umiltà e coraggio una luminosa testimonianza di fede. Per questo il simbolo della consacrazione è la lampada. A tutti voi la Chiesa lascia massima libertà nel forgiare la forma di vita secondo la diversità dei carismi, ma a tutti indistintamente propone un fedele e intenso impegno di preghiera. Questo perché senza preghiera non si può essere credenti e senza fede non si può portare al mondo né l’amore né la speranza.
 
Siate uomini e donne di preghiera fedele ed intesa, prima di tutto e più di tutto. Di questo il mondo ha bisogno sempre, ma oggi più che mai.

 
Che il Signore ci benedica.

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger
Il fuoco e la cenere
(la sua pagina Facebook)