L’agnello pasquale
 

La fuga degli ebrei dall’Egitto coincide con una festa primaverile che questo gruppo di semiti, legati alle tradizioni israelite, già in passato era solito celebrare.
 
Questo è il punto di partenza per ricostruire l’evoluzione della Pasqua.
 
Abbiamo letto nel libro dell’Esodo che Mosè ripete abitualmente al faraone la richiesta di libertà per andare nel deserto a celebrare una festa.
 
Gli israeliti, che sono abituati a celebrare questo evento, chiedono il permesso di ripetere anche quell’anno la loro celebrazione nel deserto a tre giorni di cammino; evidentemente sanno dove andare.
 
La festa che gli ebrei vogliono celebrare nel deserto è la festa di pasqua (dal verbo pahsah che significa saltellare, danzare), preesistente all’Esodo, già celebrata da anni, forse da secoli e da moltissime generazioni.
 
È una festa tipica della cultura pastorale legata allo spostamento del bestiame e al ciclo naturale del cambiamento dei pascoli.
 
Il gregge degli ebrei nomadi era esclusivamente di ovini, mancavano, a differenza dei cananei sedentarizzati, di bestiame bovino. (Sottolineatura importante questa per comprendere appieno l’importanza dell’”agnello”, e del suo sacrificio).
 
È un momento decisivo per i greggi nel ciclo annuale del pastore: se le cose vanno male la vita della tribù ne risente. Per questo si soleva aiutare con i riti il felice svolgimento di questa fase di cambiamento e di generazione dei nuovi piccoli.
 
Il ruolo della luna in queste feste è molto rilevante e il plenilunio è sempre un giorno particolarmente significativo. Il plenilunio in primavera, in particolare, è la grande notte luminosa.
 
In questa notte favolosa il clan dei pastori faceva feste e compiva un rito antichissimo che gli storici delle religioni chiamano “apotropaico”: un rito cioè che serve per scacciare il male, riproducendone simbolicamente il contenuto; è un rito che mira ad allontanare tutti gli elementi negativi che fanno paura.
 
Queste forze della natura che danneggiano venivano personificate in un demone chiamato in ebraico mashqit tradotto con sterminatore.
 
Nella grande notte di luna piena il clan dei pastori, per scongiurare i danni che il mashqit poteva provocare, uccideva l’agnello più grasso del suo gregge di soli ovini come vittima per lo sterminatore, affinché si accontentasse di quello soltanto senza ucciderne altri. Il sangue dell’agnello sacrificato veniva posto sui paletti della tenda perché fosse facilmente riconosciuto e tenesse lontane le forze del male.

L’interpretazione cristiana del libro dell’Esodo ha conservato l’immagine dell’agnello immolato per la salvezza di tutti attribuendone il significato profondo alla figura di Cristo ucciso per la salvezza universale.
 
Ecco, in estrema sintesi, le ragioni dell’appellativo di “agnello” rivolto a Gesù.
prof.Ebe Faini Gatteschi
filosofa e docente
 

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