La resurrezione di Lazzaro:
miracolo dell’Amore

 

Gesù è di fronte alla tomba di Lazzaro, piange.
 
Succede solo due sole volte nei vangeli: qui e di fronte a Gerusalemme, quando ormai alla fine della sua missione Gesù capisce che il piano di salvezza del suo popolo ha fallito, l’establishment religioso di Gerusalemme non lo riconosce e gli è ormai nemico. Poi, e saranno anni a venire, seguiranno rovina e angoscia, come nelle apocalissi sinottiche.
 
Se ci pensiamo l’episodio della resurrezione di Lazzaro, raccontato solo nel vangelo di Giovanni, è curioso: Gesù sa già che compirà il miracolo, che farà risorgere Lazzaro di lì a poco; non è certo nella situazione irrimediabile e disperata di Marta e Maria.
 
Eppure, piange.
 
E come mai l’evangelista Giovanni, in genere schivo di afflati patetici, tanto da far morire sulla croce Gesù come Kyrios, signore della vita e della morte, si sofferma su questo momento di commozione?
 
Certo, non mancano ragioni umane: l’empatia con Marta e Maria, il ricordo dell’amico, il turbamento naturale di fronte alla morte… Però sappiamo bene che in questo vangelo ogni racconto ha sempre due tracce, dietro la “lettera” si cela un livello simbolico ben più profondo.
 
Il pianto di Gesù non è un orpello sentimentale: è la pre-condizione della resurrezione che di lì a poco andrà a seguire.
 
Gesù in questo modo entra pienamente nel mistero della morte, nella sofferenza e nello strazio che lascia in chi rimane.
 
Non c’è nulla di naturale nella morte: è la contraddizione stessa dell’esistenza, il suo sigillo di non senso, la fine di quella dimensione naturale che ci ha accolto e ospitato per tutti gli anni sulla terra e che ora si deve lasciare, mentre tutto apparentemente rifluisce nel nulla.
 
Ecco il pianto di Gesù, il suo immergersi nel dolore perché è anche vero uomo, non controfigura disincarnata come pensavano i doceti.
 
Ma dal pianto sboccia il miracolo: l’amore.
 
Gesù ama Lazzaro, come ama ogni uomo; e lo ama in modo così assoluto che l’amore stesso diventa forza ricreatrice per annientare la morte.
 
È l’esperienza di Paolo: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom. 8, 35.37-39).
 
Per far risorgere Lazzaro serviva questo amore estremo di cui il pianto è la testimonianza, perché non si può amare senza piangere la mancanza dell’amato, come ci insegna il Cantico dei cantici.
 
Gesù non è un mago: quello che compie trae origine dalla sua passione, e non solo sulla croce, ma in ogni istante del tempo, passione di dolore e di amore per le sue creature, e che proprio nell’amore si effonde in vita nuova, per l’eternità.
 
Come l’amore possa vincere la morte è un mistero, ma è il mistero stesso della resurrezione che si compie in questo amore.

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger

da: Il fuoco e la cenere
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