L’unzione di Betania

 

C’è in questa immagine dell’unzione di Betania di Rupnik, in uno dei mosaici della cappella della Casa incontri cristiani di Capiago presso Como, la rivoluzione del Cristianesimo: un Gesù mesto, con sulle spalle il peso enorme della Passione imminente è consolato da una donna, Maria, a casa di Lazzaro.
 
Non è incredibile?
 
Il Dio onnipotente delle schiere o degli eserciti, il Dio maestoso e terribile delle teofanie come lo rappresentava l’Antico Testamento, è ora seduto a capo chino, vinto dalla fatica e dallo sconforto, mentre un essere umano, una creatura, lo unge con unguento prezioso a testimoniare che almeno lei sa, conosce il valore inestimabile di Gesù, ben maggiore di un vasetto di nardo.
 
Così è l’uomo a consolare Dio nel Figlio, mentre il Dio Padre sulla croce, secondo il racconto di Marco, sembra lontano e assente e sono ancora altre donne ad accompagnare passo passo Gesù sul cammino del Calvario.
L’apparente assenza/abbandono del Padre sulla croce è il mistero stesso della vita e, in parte, coincide con quello della Trinità.
 
Un mistero scandaloso anche per le prime comunità cristiane: il vangelo di Giovanni omette il grido disperato di Gesù «perché mi hai abbandonato?» così come l’angoscia del Getsemani. Preferisce sottolineare l’unione totale di Padre e Figlio, preoccupato forse di preservare intatto il mistero tri-unitario.
 
Eppure, non c’è contraddizione: l’abbandono, il silenzio momentaneo del Padre è solo la lunga attesa per riabbracciare il Figlio da risorto, come prefigurato nella parabola del padre misericordioso, che è possibile leggere anche in prospettiva escatologica.
 
Dio è al tempo stesso umanità in Gesù, consolazione nello Spirito Santo, trascendenza e, quindi, anche distacco e abbandono nel Padre, questo almeno finché la “scena di questo mondo” non sia passata.
 
Il Padre rappresenta quel piano ineffabile del divino inattingibile nella nostra dimensione creaturale.
 
Anche nell’Antico Testamento Dio non si mostra: è lo Spirito a soffiare nel cuore dei profeti e degli uomini di Dio.
 
E così sarà per ogni credente.
 
Ce lo dice Gesù: Eppure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore (Gv. 16, 7).
 
Dopo l’Ascensione e la Pentecoste Dio si fa vicino all’uomo attraverso lo Spirito, direttamente o indirettamente, perché Egli operi anche attraverso di noi e noi ne diventiamo portatori (pneumatofori).
 
Ecco allora il senso di quell’immagine tenera e struggente di Rupnik: dobbiamo cercare anche lì la consolazione alle pene del mondo, nell’unguento che ci viene da un fratello o una sorella, da una moglie o un amico.
 
Allora l’amore umano diventa amore divino, perché Dio ha tanti modi per manifestarsi.
 
È il «tout-puissant prisonnier», come diceva l’Abbe Pierre, un vero servitore dei poveri come piacerebbe a papa Francesco. Laddove non arriva direttamente una sua parola o un atto di salvezza, guardiamoci attorno e probabilmente scorgeremo arrivare, prima o poi, impolverato e trafelato il buon samaritano.