La bellezza delle storie incompiute…

 

Sono belle le storie senza una fine, assomigliano così tanto alla vita.

Si nasce, si vive, fioriscono gioie e dolori, speranze e disincanti; poi si muore, è vero, ma… non è ancora la fine.
 
Ecco la bellezza della storia che ci racconta Gesù.

La fine è altrove, non in questo tempo fragile di giorni e notti incompiuti.

Per vedere la fine non serve neppure rimanere attaccati a una sedia come fossimo all’ultimo spettacolo di un cinema.
Bisogna alzarsi e andare altrove: c’è un passaggio da fare, c’è un’attesa che si deve compiere. Lo vedremo dopo, se avremo la fede di perseverare.
 
Eppure questa è la grande bellezza: le storie che non finiscono.
 
Nelle fiabe, nei romanzi dell’Ottocento, nei gialli la fine arriva puntuale, come una soluzione: le forze in campo producono un esito, un risultato che rassicura il nostro bisogno di una meta al termine del viaggio.
 
La fine risponde a un’esigenza morale e nella morale, si sa, il bene si deve distinguere e affermare sul male, non ci sono stati di sospensione, sovrapposizioni di quinte che rendono incerto ciò che è in primo piano con quanto sta dietro.
Tutto è chiaro, semplice, delineato.
Così lo vogliamo, così lo aspettiamo.
 
Invece la vita è sempre una perenne incompiuta, una tela di Penelope in cui quello che si costruisce di giorno viene sempre una notte a disfarlo, ciò che si crea poi si rompe e non resta che rimettere insieme i cocci; riparare i viventi, come nel titolo del penultimo romanzo di Maylis De Kerangal.

E riparare è necessario, serve quell’energia che accende la luce dopo ogni notte per non rimanere in un eterno buio, serve l’amore a riparare la vita che è infranta e ferita ogni giorno dal male. Solo così il mondo può sopravvivere e può esserci un futuro, un domani quale che sia.
 
Non resta che accettare l’equilibrio instabile del provvisorio, del fare e disfare, l’incompiutezza non come mancanza ma come regola.

Poi ci sarà una fine, sì, noi lo crediamo.

Non subito, però.

Non qui.
 
Per ora accontentiamoci di questa vita imperfetta, che assomiglia tanto alle storie che conosciamo e che ci raccontiamo, alle volte felici altre infelici, sempre però interrotte prima dei titoli di coda.