PARROCO SI, PARROCO NO!

 

Narrano le cronache del tempo che un giorno una folla urlante e inferocita trascinò ai piedi di san Francesco di Assisi un prete colto in flagrante in una situazione di evidente scandalo.
 
Lo scopo, far sì che il Santo si esprimesse in una pubblica condanna del sacerdote.
 
Ma poiché, come noto, il poverello di Assisi tendeva a vedere le cose del mondo in una prospettiva un po’ diversa dalla massa, le cronache proseguono raccontando che Francesco si inginocchiò davanti al reprobo e gli baciò le mani affermando che quelle mani consacravano il Corpo di Cristo.
 
Ovviamente non sappiamo se si tratti di un raccontino edificante o di un fatto realmente accaduto.
 
Detto questo l’episodio ci sottolinea una verità su cui varrebbe la pena ogni tanto riflettere:
 
che un Sacramento è sempre efficace, è sempre sacramento a prescindere dal livello di santità o meno del sacerdote.
 
Al limite è il fedele che deve interrogarsi sulle disposizioni interiori che vive quando si accosta al Mistero, quelle condizioni che, sole, possono rendere concreto e reale il suo incontro con Dio.
 
Questa premessa per introdurre una riflessione.
 
Tempo fa, al termine di una celebrazione eucaristica, chiesi notizie di una persona che non vedevo da tempo in chiesa.
 
“Ha cambiato Messa” fu la spiegazione, “anzi parrocchia, perché il parroco non gli va bene”.
 
Non era una novità.
 
Nella mia parrocchia in tanti anni ho visto succedersi vari parroci.
 
E puntualmente ho visto sempre qualche fedele migrare perché il parroco non rispondeva alle sue attese.
 
Ovviamente le spiegazioni in questi casi  sono sempre di alto spessore spirituale e teologico.
 
Del tipo:
 
(il parroco) non mi è simpatico, è troppo conservatore, è troppo innovatore, veste troppo da prete, non veste come un prete, ha un modo di fare che non mi piace, predica di testa, predica di pancia, gli piacciono i canti moderni, gli piacciono i canti tradizionali, e via di questo passo.
 
Certo verrebbe spontaneo chiedere agli interessati se, dovendo andare da un certo medico che magari può loro risolvere un problema serio, non ci vanno perché non gli è simpatico.
 
Ma forse vedere il prete come un guaritore (quale in effetti può essere, visto che ci vanno di mezzo la nostra anima e la vita eterna) richiede un salto che purtroppo in pochi riescono (o vogliono) fare.
 
È comunque vero che spesso e volentieri la nostra visione spirituale è condizionata anche da questi elementi.
 
Nel mese di giugno, in occasione della festività dei Santi Pietro e Paolo, si festeggiano solitamente anche gli anniversari di sacerdozio significativi.
 
Quest’anno ne ho visti alcuni davvero importanti (70, 65, 40 anni di ministero).
 
Ebbene, in questi casi ogni Messa di festeggiamento termina sempre con l’inevitabile lamento sulla drammatica caduta di vocazioni e sulla richiesta di preghiera per favorirle.
 
Il tutto in un contesto di sconsolati report giornalistici sul crollo della fede, sulle parrocchie senza preti, l’insignificanza della fede per i contemporanei.
 
È stato così che mi sono chiesto: ma noi amiamo veramente i sacerdoti?
 
Perché, se non li amiamo davvero, come possiamo renderli significativi per le nostre vite e quindi anche per tutto il nostro contesto esistenziale (il che comprende fede, vita e quindi società), creando un humus nel quale una scelta sacerdotale è possibile e normale?
 
Chiediamoci, la nostra vita evidenzia anche l’amore per i sacerdoti?
 
Nelle nostre banali considerazioni quotidiane che facciamo a tavola davanti ai nostri figli, nelle nostre conversazioni con amici, colleghi, che posto occupa il sacerdote al di là dei luoghi comuni, delle facili battute, delle barzellette oscene, del solito fiacco commento sugli scandali della Chiesa?
 
C’è una dimensione di “normalità” quando si parla del prete come se parlassimo del medico di famiglia o del nostro avvocato o del nostro idraulico?
 
Diciamolo, è difficile che un padre, credente o meno, a tavoli esalti la figura di un prete invece di un medico, di un ingegnere, di un businessman o di un giocatore di calcio.
 
Anzi, a dire il vero la storia ci dice che per molti genitori (anche credenti) questa scelta da parte di un loro figlio è un vero dramma.
 
Però è vero che, se la figura del sacerdote non entra in un normale clima di condivisione, di dialogo, ha del miracoloso che un bambino resti colpito da questa figura.
 
Ma forse anche nelle case in cui si vive una vita di fede impegnata, in cui il sacerdozio è importante, corriamo il rischio di dare del sacerdote una immagine falsata.
 
Come?
 
Pensiamo per esempio a chi vive con impegno un cammino in un movimento ecclesiale.
 
Molto probabilmente i “suoi” preti sono i migliori, i più carismatici (non mi riferisco solo al Rinnovamento nello Spirito!), e allora si seguono possibilmente solo quelle messe, quel sacerdote.
 
Certo è ovvio che, se un sacerdote parla in modo speciale al mio cuore secondo una risonanza che mi dà lo Spirito Santo, io lo segua.
 
Ciò non toglie che anche il suo confratello più umile e meno dotato fa la stessa cosa che fa il Papa nelle sue celebrazioni: mi da Cristo, il Dio Vivente ogni volta che mi accosto al santo banchetto a prescindere che sia “carismatico” o no.
 

E allora chiediamoci se amiamo anche questo sacerdote o se semplicemente lo sopportiamo.
 
Chiediamoci se all’uscita da una Messa la giudichiamo scialba o pesante ironizzando sul povero celebrante senza pensare che in quei minuti in cui lo stiamo giudicando abbiamo l’Eucarestia, il Dio Vivente in noi.
 
Ah cari amici, fratelli, se non ci impegniamo davvero ad amare i sacerdoti, tutti i sacerdoti, non stupiamoci che la fede sia in crisi.
 
È anche colpa nostra.
 
Amiamoli, sosteniamoli, preghiamo per loro, andiamo a salutarli al termine della Messa e ringraziamoli, anche in vacanza, occasione di nuovi incontri, per quello che fanno per noi…
 
Amiamoli questi nostri fratelli che hanno tutti i problemi, fragilità, umanità di ogni uomo, perché è solo l’amore in tutti i suoi aspetti, forme e momenti che cementa l’edificio della Chiesa e la fa crescere.
 
Sapendo che far crescere la Chiesa significa far crescere la presenza di Cristo in noi e tra noi,
 
sapendo che far crescere la presenza di Cristo  in noi e tra noi significa cambiare il mondo,
 
sapendo che cambiare il mondo significa salvare il mondo.
 
Giulio Fezzardini