La grazia a caro prezzo…

 

Un detto tuareg dice che nel deserto è più facile vedere la distesa di sabbia che la piccola sorgente da cui sgorga l’acqua.
 
Siamo spesso tentati di fare piazza pulita del mondo, figurarcelo come l'”orrida regione” (Is. 45.19), un arenile senza sentimenti e azioni positive, e, in tal modo, lasciamo che il male occupi tutta la scena, come un attore capriccioso. Così che alla fine non ci resta che alzare le mani impotenti, rinunciando a priori a qualsiasi tentativo di contrastarlo, per poi levare imploranti gli occhi al cielo: Dio, non vedi? Vieni Tu in nostro soccorso, solo tu ci puoi salvare
 
E invece non è sempre così, Dio in genere si esime dal fare quello che possiamo fare noi, come spesso si ripete con un fondo di verità. Ci dà il suo amore non per gratificarci, ma come un talento che dobbiamo rendere fruttuoso. Perché ci sono al mondo persone così lontane da se stesse e dalla vita che Dio neppure lo possono vedere o incontrare, ma che hanno un disperato bisogno di amore, di parole gentili, di una semplice attenzione. Ed esse si salvano, in fin dei conti, se proviamo a salvarle noi, senza eroismi, facendo semplicemente quello che è giusto e possibile, come quel Lorenzo che qualche giorno fa ha salvato una bambina dalla metropolitana in arrivo a Milano.
 
Nell’amore funziona allo stesso modo: ci sentiamo ripetere che solo Dio ci ama veramente, ed è vero, ma dimentichiamo di aggiungere che, per poco che sia, il nostro amore umano è altrettanto essenziale, imprescindibile, che non va svalutato solo perché – in un fuorviante rigurgito di platonismo – è lontano dall’ideale.
 
Anzi, vale proprio per questo: perché è imperfetto, instabile, sporcato da egoismi e debolezze; eppure c’è, è lì. E noi viviamo per quell’amore sporco, che non ci sazia fino in fondo, che non colma la sete, ma che come un bicchiere d’acqua ci dà ristoro sapendo che tra un po’ dovremo di nuovo bere e anche allora dovremo contare su qualcuno che nel poco di cui dispone provi a dissetarci.
 
Come l’amore di due persone che insieme hanno attraversato la vita con i propri egoismi e le proprie infedeltà, ma che hanno deciso di resistere, di non rinunciare a quella promessa un po’ folle con cui si erano impegnate a essere “una sola carne”.
 
Se vedessimo le cose in questo modo, cambierebbe forse un po’ anche l’atteggiamento verso gli altri: cadrebbero i recinti che la presunzione innalza attorno alle proprie convinzioni umane e religiose, si accetterebbe serenamente il diverso cammino degli altri, senza giudicarlo.
 
E non perché tutto sia ugualmente buono o indifferente, come accusano gli inflessibili propugnatori delle fedi forti, ma perché una fede è davvero forte non quando urla di più, ma quando accetta di pagare fino in fondo il prezzo della sua scelta. E’ la “grazia a caro prezzo”, di cui scriveva Bonhoeffer, che il prezzo l’ha pagato.
 
Questa è la vera forza, e pochi ce l’hanno.
 
Mentre per le idee non si soffre, quando non sono accolte si prova tutt’al più rammarico, indignazione, talvolta disprezzo e disincanto.
 
E di questo ne abbiamo fin troppo, non ne serve altro.