Sic transit gloria mundi

 

Sic transit gloria mundi, o, come nell’originale, che è poi L’Imitazione di Cristo: “O quam cito transit gloria mundi“.
 
La cronaca di questi giorni, i commenti e i pensieri che si susseguono sui media e sui social ci riportano, una volta tanto, a interrogarci sull’essenziale.
 
La morte ha in comune con Dio l’essere un assoluto (e, infatti, solo un assoluto più grande poteva vincerla).
 
Di fronte ad esso il provvisorio, il relativo, il piacere delle piccole cose che ci attirano e poi ci respingono o deludono, la vita, in sostanza, si rivela per quello che è: un susseguirsi di momenti, alcuni meravigliosi, altri terribili che mai arrivano a una sintesi, a un qualcosa di compiuto, definitivo, stabile.

E, infatti, la società che industrializza la produzione e distribuzione dei beni penultimi ha rimosso la morte ovunque, persino da quelle anticamere alla cremazione o tumulazione che oggi si chiamano case funerarie e che assomigliano più a eleganti fondazioni, centri culturali à la page che a un luogo dove commemorare un defunto.
 
Ma lo si capisce, la morte spegne i desideri e abbatte i consumi: chi si metterebbe in fila di notte per un nuovo smartphone o un videogioco con un lutto nel cuore?
 
La tristezza è nel constatare come questa – unica – vita sia stata lasciata sola, abbandonata alle magie del visibile che spesso la irretiscono e al tempo stesso la irridono.
 
Quanta malinconia in un amore tradito, in un sogno infranto, in una speranza sfiorita perché costruita su un’illusione.

E quanto dolore e sofferenza in questo aggrapparsi alle cose, agli altri, ai simulacri fluttuanti e impotenti della civiltà dell’immagine.
 
Un detto orientale dice: bella la sorte di chi guarda il fiore sbocciare, tristissima quella di chi rimane a guardare finché lo vede sfiorire.
 
Ecco il punto: voler fissare l’istante, il divenire, il tempo in qualcosa di permanente, di eterno, in altre parole, in un assoluto.
 
Viene in mente il mito delle Gorgoni che pietrificavano chiunque le guardasse in volto: chi vuole rendere eterno un istante si pietrifica, delle cose conserva la struttura minerale, ma la vita non c’è più, è già volata altrove.
 
Perché la sua bellezza è la gioia che produce al suo apparire e la malinconia che discende al suo dileguarsi, senza altre pretese; e questo i poeti, gli scrittori e gli artisti lo hanno sempre saputo.
 
Il dramma è pretendere di rendere eterno ciò che non può esserlo, perché ogni esistenza biologica compie un suo ciclo, non è mai uguale a se stessa, raggiunge un apice, declina e scompare.
 
Così è e non possiamo farci nulla.
 
Ridurre i frammenti del reale in forme permanenti, in oggetti da fotografare, così da poterli conservare nel tempo e scambiare, come una merce qualsiasi, è una pretesa assurda. Ed è quello che fa benissimo la società dei consumi che alimenta il mercato del «fake», delle illusioni a basso costo, usa e getta, in una proliferazione incessante di ologrammi sostitutivi delle cose reali.
 
Ma la vita è altrove, potremmo chiosare con Kundera.
 
Capire quale e dove sia è diventato forse l’impegno più urgente nella società liquida della postverità.