Il fariseo e il pubblicano: due modi di essere e di esistere

 

Il pieno e il vuoto, l’intima presunzione di essere giusti e l’altrettanto intima percezione di non esserlo, lo stare davanti e il sedersi all’ultima fila, l’essere vicino e il guardare a distanza, in estrema sintesi, il fariseo e il pubblicano.
 
La parola di Dio su di noi è quella che ci rivela come incapaci, impotenti da soli a praticare davvero il bene.
 
E la Legge non può fare nulla, i nostri sforzi, i propositi anche sinceri si infrangono spesso contro questa impossibilità.
 
Potremmo chiamare questa situazione di incapacità “peccato“, se non avesse assunto nel tempo tante connotazioni che ne tradiscono il vero significato.
 
Perché, pronunciando quella parola, esprimiamo nel profondo il desiderio di esserne lontani (dal peccato) e, allo stesso tempo, il rimorso, il compianto di ritrovarcisi dentro nostro malgrado. I
 
l peccatore è spesso il fariseo mancato, colui che vorrebbe sedere in prima fila a elencare i suoi meriti, ma non ne ha e non può farlo.
 
Certo, c’è un modo più sottile di quello del presuntuoso uomo religioso della parabola di essere farisei: c’è anche la retorica dell’incapacità, dello sminuirsi perché gli altri ci diano vanto e un po’ di gloria.
 
Oppure c’è quel tono quasi compiaciuto di ammettere un peccato con la leggerezza e l’incoscienza di chi, in definitiva, non lo vede e non ne prova dolore, di chi si pone prossimo a Dio senza davvero percepire la differenza.
 
Non si ferma “a distanza”, come il pubblicano, perché non ha uno sguardo tridimensionale: tutto è appiattito e indifferente, il divino e l’umano, l’inferno e la gloria.
 
La distanza, che è poi l’alterità, è il solo vanto del pubblicano, quello che lo rende peccatore salvato.
 
Il peccato originale non consiste nel voler essere come Dio?
 
Ecco l’identità che porta alla rovina.
 
Adamo ed Eva vengono scacciati dal paradiso perché imparino a rispettare questa “distanza”: in ciò non sta la loro condanna, ma la strada verso la salvezza nel recupero dell’alterità.
 
L’uomo religioso, invece, pretende di avvicinarsi a Dio, di farsene simile.
 
E il motivo è chiaro: diventare come lui per farsi dio agli altri, salire sul piedistallo per ricevere l’onore e la gloria del mondo. E’ la grande e forse unica tentazione dell’uomo di tutti i tempi, che ne segna la storia e ne prepara la rovina.
 
Il pubblicano “tornò a casa giustificato“, esaltato: non c’è contraddizione in questo.
 
Egli invocando la misericordia di Dio ha trovato finalmente la sua casa (siamo o non siamo nel tempio di Dio?), come il figlio dissipatore dell’altra parabola di Luca.
 
È felice perché ha incontrato il Signore nella propria autenticità: ecco che cos’è il peccato, è la sua realtà più vera e profonda, certo segnata da ferite, condizionata da errori e scelte sbagliate, ma quello è il suo cuore.
 
E Dio lì soltanto parla, si fa conoscere.
 
Ha invocato la pietà e la misericordia di Dio ed Egli si è manifestato, come sul monte della trasfigurazione, e ora può anche piantare una tenda perché Dio vi prenda dimora. Si è liberato di ogni fardello, di ogni falsa consistenza, ha accettato di farsi piccolo, diafano come un alito di vento.
 
La legge è sempre un peso perché impone se stessa, necessariamente: e allora o ti conformi e diventi “legge” a tua volta, o ne resti schiacciato.
 
Il pubblicano si allontana giustificato portando nel mondo il suo cuore purificato.