Il “giovare ricco” del Vangelo:
egli incarna l’ideologia del fariseismo, che è poi la nostra…

 

Il racconto evangelico del giovane ricco, riportato dai tre vangeli sinottici (di Mtteo, Luca e Marco), esprime nel modo più efficace il corto circuito del Cristianesimo con la comune mentalità mondana e religiosa.
 
Di questo si tratta: di un corto circuito.

Che non dipende dalle cattive intenzioni del giovane postulante, dalla sua condizione sociale o da altre remore non dichiarate.
 
La ricchezza c’entra, ovviamente, lo esplicita il testo, ma gli faremmo torto a leggerlo solo in chiave sociologica.

Il corto circuito tra l’annuncio di Gesù e le sincere aspirazioni del giovane ha radici più profonde e non è un caso isolato: “volete andarvene anche voi?” chiede un Gesù sconsolato in Gv 6, 67.
 
È interessante il raffronto con questa pericope evangelica: è una catechesi sul vero pane disceso dal cielo, lo stesso Gesù, che prende spunto da un rimprovero alla folla dopo la seconda moltiplicazione dei pani: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv. 6,26).

E allora Gesù fa un’affermazione importante: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre» (Gv. 6,65).

Come sappiamo, ciò che segue è la prima diserzione dei discepoli: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”.
 
Ecco anche qui il corto circuito tra due cariche elettriche egualmente positive, la tensione umana e quella divina.

Nessuno può andare a Dio se non gli è concesso: tra il desiderio di pienezza dell’uomo e la proposta evangelica non c’è continuità, ma un grande vuoto, un abisso che occorre superare nella fede.
L’uomo aspira a un benessere terreno (i pani e i pesci del miracolo evangelico) e incontra un Dio che lo rimanda apparentemente a mani vuote, lo rimanda alla croce. Questo è l’unico ponte praticabile tra le due sponde.
 
E torniamo al giovane ricco: si rivolge a Gesù per ottenere una perfezione spirituale a cui anela sinceramente e Gesù cosa gli propone? Di tornare indietro e di scrollarsi di dosso anche quello che già ha.

Quello che cerca non verrà da un’elargizione di Gesù, ma da una sua rinuncia, da un radicale rinnegamento di se stesso.
 
Che terribile frustrazione per il giovane!
 
Egli incarna perfettamente l’ideologia del fariseismo, che è poi la nostra, in tutti i tempi (non a caso nel testo non ha un nome, è semplicemente “un tale”…): pensare di poter accedere al divino attraverso il compimento di una propria volontà che ha ben chiaro che cosa manca e si prostra davanti a Dio per ottenerlo.
 
Ed ecco allora la scintilla, che brucia ogni velleità e lascia nel rimpianto di qualcosa di disatteso e incompiuto. L’unica strada verso Dio è la sequela di Gesù nella rinuncia assoluta alle proprie pretese.

È il passare, come Dante nella Divina Commedia, attraverso il proprio inferno e purgatorio: un accesso diretto al paradiso non c’è.

Il fariseismo è in definitiva questa illusione che prima o poi si scontra con l’impossibilità di Dio.