La speranza, nostra forza…

 

Una porta che si apre, una luce che si accende nella notte, uno scroscio di pioggia dopo la calura: la speranza è sempre in rapporto con il cambiamento, è la via di uscita da una situazione che sembra chiusa, irrimediabilmente.
 
Ha a che fare con la normalità fisiologica della vita, che trascende sempre se stessa e, se non può farlo, si atrofizza e muore.
 
La disperazione, al contrario, è il contagio di una malattia, terribile e quasi sempre mortale.
 
È stato un grande filosofo tedesco del secolo scorso, Martin Heidegger, a intuire come la natura dell’essere, cioè quello che davvero siamo, si manifesti solo nella temporalità, non in astratti archetipi sempre uguali a se stessi.
 
L’uomo è divenire, storia, è percorrere un cammino.
 
Anche nella prospettiva biblica: l’uomo di fede, da Abramo in poi, è un itinerante, lo erano i cristiani che, non a caso, venivano anche chiamati “quelli della via“; e lo è stato, in definitiva, Adamo, che dopo il peccato lascia il paradiso e si incammina con Eva nel mondo decaduto.
 
La speranza è avere la possibilità di avere questo cammino davanti e di poterlo percorrere.
 
Scrive Anna Maria Canopi in una delle sue bellissime lettere dal monastero (“Carissimi nel Signore”): “senza speranza l’uomo, chiuso tragicamente entro il cerchio del proprio limite, è già consegnato alla morte“.
 
Vista così la speranza perde quella sua aria negligée, impalpabile ed eterea.
 
Non è più la dama di compagnia dell’illusione, non propina generiche aspettative su un futuro migliore, tanto vaghe quanto, spesso, inutili, che sembrano richiamare il ritornello degli epicurei a proposito della morte: quando lei c’è non ci siamo noi, quando noi ci siamo, lei non c’è.
 
Perché temerla?
 
Ma anche: cosa ce ne facciamo di una speranza separata dal reale?
 
La Lettera agli Ebrei (cap. 11) ci dice invece una cosa importante: al suo fondamento c’è la fede.
 
In altre parole, la speranza si basa sulla consapevolezza della presenza di Dio accanto a noi; il suo fondamento non è l’escatologia, l’attesa di un rivelarsi sempre a venire di Dio nella vita o nella storia, ma è la prossimità di Dio ora, nel presente.
 
Un Dio presente è la forza che mette in moto la vita quando sembra accartocciarsi come una foglia morta, è la chiave che apre la porta chiusa che impedisce l’andare oltre, di proseguire il cammino.
 
Certo, non sempre questa presenza è palpabile, si attraversano le notti dello spirito o, più semplicemente, del disincanto. Ed ecco che viene in soccorso la fede riportando alla memoria quello che in quel momento – sul piano sensibile – non riusciamo ad avvertire. L’una sorregge l’altra, quando serve.
 
Fede e speranza sono, quindi, una cosa sola, due movimenti della stessa natura divina che aprono a un terzo elemento: l’amore, la carità (ecco completata la triade delle virtù teologali). Lì ci conducono, a scoprire la cosa più importante e senza la quale non ci sarebbe neppure il Cristianesimo: che esiste un amore che ci supera e ci precede, che è possibile trovarlo, che è lì da sempre e ci attende.
 
Pensavamo di saperlo, ma lo misuravamo con il metro della nostra capacità di amare, che è in fondo poca cosa.
 
Fede e speranza ci portano diritto nel cuore della Trinità.
 
E non è un caso che la triade delle virtù teologali rimandi appunto ad essa: la fede è in Dio Padre, inaccessibile se non nella trascendenza, la speranza è incamminarsi dietro a Gesù (“Io sono la via”), l’amore (carità) altro non è che lo Spirito Santo.
 
Il circolo della comprensione si chiude e ci lascia, così, dentro il mistero.