LETTERA PASTORALE (2018-2019) dell’ARCIVESCOVO DI MILANO:
UNA GUIDA PER IL PELLEGRINO

 

La prima volta in cui ho visto de visu mons. Mario Delpini è stato poco dopo il suo insediamento a Milano, una sera, in una chiesa, in occasione di una rapida visita in un decanato.
 
Ricordo visite pastorali del mio passato vissute in consiglio pastorale: mesi di preparazione e ansie su tutto, organizzazione, riti, canti ecc.
 
Ebbene, quella sera in attesa del suo arrivo, la chiesa gremita, corali e confraternite pronte, a un certo punto entra frettoloso un sacerdote, in clergyman, che si infila rapido in sagrestia uscendone poco dopo indossando una semplice alba per l’Adorazione Eucarestica: era lui.
 
Un momento intenso, una bellissima preghiera di adorazione con una altrettanto bella prolusione alla assemblea…
 
Un visita rapida ma ricca e piena di calore e sostanza.
 
Uno stile, quello di Delpini, ammesso che di stile si possa parlare, sobrio e  certo in linea con la proverbiale efficienza meneghina.
 
Ho pensato a quella sera quando ho letto la sua lettera pastorale per il nuovo anno.
 
Il titolo ne detta il programma:
 
“CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE”
 
Uno scritto semplice, scorrevole, che riesce ad essere ad un tempo spirituale, profetico e pratico.
 
Spirituale perché mosso dallo Spirito Santo, profetico perché legge e interpreta la realtà attraverso lo sguardo di Dio, pratico perché le indicazioni pastorali sul “cosa fare” sono estremamente pratiche: come pratiche (e sempre difficili e scomode) erano le esortazioni dei profeti dell’Antico Testamento perfezionate poi nella Rivelazione da Gesù.

In breve, Delpini invita la Chiesa di Milano a mettersi in pellegrinaggio.
 
L’essere pellegrini, il diventarlo, è il L eit motiv, il motivo conduttore della lettera.
 
Questo significa evitare lo stato di comunità seduta e refrattaria al cambiamento, tenacemente attaccata al “si è fatto sempre così”.
 
Questo significa reagire  e camminare.
 
Perché il pellegrino è portatore di “benedizioni” e quindi di cambiamento.
 
Dove la “benedizione” non è da intendere come la pensiamo di solito,  una sorta di magico mantello che ci cala addosso dall’Alto per evitarci quelle cose che non vorremmo nella nostra vita.
 
Certamente in un certo senso, con la “benedizione” ci si mette tra le braccia sicure del Padre.
 
Ma significa anche e soprattutto ricevere la forza dello Spirito Santo che ci inserisce nel suo dinamismo di Amore “in progress” che può tradursi nella nostra vita come elemento di sapore, sale evangelico in tutti gli aspetti della nostra vita.
 
Leggiamo a pagina 35 del documento:
 
( … )Noi siamo chiamati ad essere pellegrini nel tempo presente come coloro che ammantano di benedizioni la terra che attraversano. L’annuncio e la pratica dell’umanesimo cristiano non si traducono in un richiamo a leggi e adempimenti, non si intristiscono nella  nostalgia di un’altra cultura e di un’altra società, come se rimpiangessimo una egemonia, non si intimidiscono di fronte a stili di vita e slogan troppo gridati e troppo superficiali.
 
La proposta cristiana si offre come una benedizione, come l’indicazione di una possibilità di vita buona che ci convince e e che si comunica come invito, che si confronta e contribuisce a definire nel concreto percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere.
 
 
 
Già, ma come diventare questi pellegrini?
 
 La strategia, la soluzione, il come ce l’offre l’Arcivescovo già all’inizio, a pagina 13:
 
( … ) Propongo che l’anno pastorale 2018/19 sia vissuto come l’occasione propizia perché le comunità(nb: più avanti Delpini declina questo termine estendendolo a tutte le realtà comunitarie attive come quelle laicali, dei movimenti ecclesiali ecc.) e ciascuno dei credenti della nostra Chiesa trovino modo di dedicarsi agli “esercizi spirituali” del pellegrinaggio.
 
 Gli esercizi che raccomando sono l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione eucaristica, la preghiera personale e comunitaria.
 
Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”.
 
Ma noi non abbiamo altro.
 
Noi credenti, discepoli del Signore, non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità o clamore, non andiamo in cerca di esperienze esotiche. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e le vie che Cristo ha indicato per accedere alla sua Pasqua e così essere “ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,19). Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza e la nostra speranza, basta per il nostro pellegrinaggio e per entrare nella vita eterna.(…)
 
Mi è piaciuto molto questo passaggio perché rimanda con semplicità disarmante alle cose essenziali e fondamentali della vita di fede.
 
Qualcuno potrebbe davvero obiettare, “sono le solite cose”.
 
Vero.
 
Ma il punto è: le facciamo queste “cose” come credenti?
 
C’è da dubitarne. E molto.
 
Perché, se tutto il popolo dei battezzati ascoltasse e mettesse in pratica la Parola di Dio, vivesse la Celebrazione eucaristica come un affamato a digiuno che sgomita per arrivare alla sacra Mensa, se pregasse la preghiera individuale come privilegiato momento di dialogo con suo Padre e quella comunitaria come incontro col Padre insieme e attraverso i suoi fratelli, come ci raccontano gli Atti degli Apostoli al sorgere delle prime comunità, se tutto questo si facesse, credo che vivremmo in un mondo e in un modo un po’ diversi.
 
Poiché così evidentemente non è, è più comodo ascoltare una conferenza sull’amore invece di amare, nulla di più comprensibile che il nostro pastore ci richiami anche con un po’ di severità, la severità di un genitore, alla essenza della pratica della fede.
 
Molto bello il continuo richiamo di Delpini a tutti i suo confratelli, gli Arcivescovi suoi predecessori, alle loro lettere pastorali legate da un filo rosso (dello Spirito Santo verrebbe da dire), che evidenzia come sia lo Spirito a parlare e agire nella Chiesa verso un obiettivo comune, nel rispetto individuale e nella ricchezza carismatica dei vari pastori che si succedono alla cattedra milanese.
 
In tutto questo luminosa brilla la figura e l’insegnamento di Paolo VI, la cui imminente canonizzazione si pone come un faro di luce in tutta la sua bellezza e potenza.
 
Una figura quella di Paolo VI che per fortuna, meglio, per grazia, sta emergendo sempre più in tutta la sua grandezza.
 
Ma un aspetto di Delpini è come abbiamo detto, anche nella sua pragmaticità.
 
Parlando della necessità di recuperare l’abitudine alla lettura, ascolto, messa in pratica della Parola e preghiera sulla Parola, Delpini indica i Salmi come il territorio in cui inoltrarsi a questo scopo.
 
Un territorio in cui devono vivere i consacrati con la preghiera liturgica delle ore, ma a cui possono, devono accedere tutti.
 
Ecco allora che la seconda parte della lettera, molto ampia, da pagina 43 a pagina 114, è affidata a Don Massimiliano Scandroglio, giovane docente in Sacra Scrittura a Venegono, che cura un’ampia e al tempo stesso agile raccolta di salmi commentati.
 
In sintesi, questa lettera pastorale, che come appartenenti alla Diocesi siamo tenuti, fosse solo per educazione, a leggere, è più di una dichiarazione edificante di buone intenzioni che magari lasciamo sullo scaffale dopo una rapida lettura.
 
Può diventare a tutti gli effetti un utile strumento, una guida del pellegrino, per restare in metafora, che raccogliendo l’esortazione di Delpini si mette in cammino “per il santo viaggio”  la cui meta è la santità nostra e quindi di tutta la Chiesa.
 
Sempre ammesso che alla fatica del pellegrinaggio non si preferisca una comoda e tranquilla poltrona posizionata davanti al caminetto, ovviamente spento, della nostra accidia.
 
Giulio Fezzardini

 

PREMI QUI
per la pagina del discorso di mons. Delpini
quando fu nominato nuovo arcivescovo di Milano