L’indice della felicità…

 

Se davvero ci fosse un indice in grado di misurare la nostra felicità, non il benessere economico come fanno già vari indicatori quantitativi qua e là presi a riferimento, il Cristianesimo uscirebbe forse da quel cono d’ombra in cui è piombato dall’inizio del Novecento sotto i colpi dell’ateismo filosofico, del movimentismo di destra, delle ideologie marxiste.
 
Perché alla fin fine il Cristianesimo altro non è che la strada che Dio stesso, attraverso suo Figlio, ha voluto indicare perché arrivassimo a una vita ricca di senso, di pace e di gioia già su questa terra.
 
È stato proprio il travisamento di questo annuncio originario di una felicità sia pur relativa ma già nell’orizzonte mondano a trasformare in molti casi la sua manifestazione storica – la Chiesa dei credenti – in una ideologia ossessionata dall’auto-affermazione e dalla morale, con le radici in una mondanità poco evangelica e lo sguardo sempre oltre il presente verso il terribile momento del Giudizio.
 
In tal modo ha favorito lo scatenarsi di una reazione contraria, prima nel proprio ambito con le riforme protestanti, da Lutero in poi, e quindi, più di recente, di un pensiero laico antagonista che riportava l’attenzione all’umano qui ed ora, in una maggiore aderenza alla realtà e alla vita, capace di produrre strumenti di azione politica e sociale per migliorare subito il presente.
 
Davvero, sono state troppe le disattenzioni in cui il Cristianesimo è caduto, a livello istituzionale e di prassi ecclesiale, perché questo movimento antropocentrico di ritorno non si verificasse.
 
Però sappiamo quello che è poi successo: il marxismo sul piano pratico ha fallito, il nichilismo e l’ateismo della morte di Dio non hanno aperto a una prospettiva di vita più umana e più giusta, ma hanno favorito l’insorgere di un protagonismo antropologico irrazionale che ha trovato sbocco nei regimi totalitari più nefasti che si siano conosciuti.
 
E neppure dopo di allora è nato l’uomo nuovo, liberato, che si attendeva.
 
Lo spaesamento attuale è figlio di quella rivoluzione antropologica mancata, tuttora incompiuta. Eppure, l’uomo nuovo, per chi ha conosciuto Gesù, c’è già stato: è Lui, il figlio dell’uomo e figlio di Dio, non ne conosciamo altri.
 
Pienamente presente al mondo ma non di questo mondo, con i piedi sulla terra e lo sguardo al cielo, perfetta sintesi di umano e divino perché tale era la sua duplice natura.
 
Peccato che la sua testimonianza è servita a poco: l’equilibrio magico si è presto rotto.
 
È la nemesi del visconte dimezzato di Calvino, l’impossibilità di ricondurre a unità le due dimensioni che ci fanno esseri unici: fatti di terra e cielo, di materia e spirito, capaci di amore etereo e passione carnale.
 
Il miracolo, quello vero, l’ha fatto Dio mettendo insieme nella creazione il fango e lo spirito.
 
Chi avrebbe potuto pensare a una loro coesistenza?
 
Qui c’è tutto il dramma della condizione umana e, insieme, la sua straordinarietà.
 
La vita felice è quella che coglie questa differenza e la integra in una unità di senso che, quando la si raggiunge, è gioia pura e bellezza.
 
Quella che citava il cristiano Dostoevskij ne L’idiota in quella frase tanto spesso ripresa e abusata: “quale bellezza salverà il mondo?”.
 
Ecco, è un peccato di omissione dimenticarci il “quale”: non tutte le bellezze sono salvifiche, tutt’altro… Dostoevskij ne aveva in mente una, quella di Cristo, la sola salvifica perché innestata nella dimensione infinita dell’eternità di Dio.