Intervista al cardinal G.Ravasi: «Noi cattolici, minoranza in Occidente…
Apatia religiosa, l’etica è a rischio »

 

CITTÀ DEL VATICANO
«Ricorda quella frase del Diario di Søren Kierkegaard? “La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani”…». Il cardinale Gianfranco Ravasi, grande biblista nonché «ministro» della Cultura vaticano, sfiora assorto la croce pettorale.
 
Da oggi, all’università Gregoriana, si riunirà un convegno sul «riuso» delle chiese dismesse per evitare diventino pizzerie o night club, com’è già accaduto. Un segno dei tempi. «In Occidente, anche in Italia, noi cattolici e in generale noi credenti dobbiamo essere consapevoli che siamo una minoranza. Molti ecclesiastici lo rifiutano, quando lo dici ti fermano. Vivono come se ancora fossimo in quei paesi dove la domenica mattina suonavano le campane e la gente accorreva a messa».
 
E invece, eminenza?
«Prevale l’indifferenza, l’irrilevanza del fenomeno religioso. È il problema del secolarismo, o della secolarizzazione. Non è un rigetto del sacro o del trascendente, un rifiuto aggressivo: gli atei conclamati ormai sono ben pochi. Piuttosto è una forma di apatia religiosa. Che Dio esista o meno, è lo stesso. E questo comporta la caduta di un sistema etico: i valori sono autoprodotti. Una filosofa americana, Sandra Harding, dice che il concetto di verità e di morale è come l’atto del ragno che elabora la ragnatela: la ricava da se stesso. Il ragno vicino ne fa un’altra. È l’effetto del secolarismo, che va distinto dalla secolarità».
 
«È un valore squisitamente cristiano, a Cesare e a Dio… In altre culture abbiamo teocrazie e ierocrazie, ma non è la visione cristiana: noi non vogliamo fare di tutte le piazze piazza San Pietro. Secolarità è riconoscimento della distinzione tra fede epólis, non della separatezza. La Chiesa ha diritto di intervenire sulle leggi non in modo diretto, ma se violassero la libertà e la dignità della persona, la solidarietà… La reazione secolarista nega anche questo».
 
Il vescovo di Bilbao, raccontava, le diceva che i nuovi battesimi erano scesi al 38 per cento, e in Italia?
«Non saprei, ma non è questo il punto. Al di là di ciò che potrebbe dire un censimento di chi si dice cristiano, in realtà cosa sono? Quali opzioni fanno? Tempo fa scrissi su Twitter una frase di Gesù, “Ero straniero e non mi avete accolto”, non le dico le reazioni! Tanti non avevano neanche capito che citavo il Vangelo, Matteo 25,43».
 
E allora come si fa?
«Ci sono due strade fondamentali. La prima è ridursi a dire il minimo assoluto, religioso e morale. Riconoscere la tendenza al soggettivismo e concedere quasi tutto, come fanno molte chiese protestanti: meglio il minimo che il vuoto. Non sono d’accordo. La presenza dei credenti, anche se minima, dev’essere un urlo, non un sussurro».

 

Gian Guido Vecchi


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