LE NOSTRE PAROLE NEL TALK SHOW DELLA NOSTRA VITA

 

 
Un giovane soldato americano, al termine della Seconda Guerra Mondiale,  vive una appassionata storia d’amore a Parigi e si sposa.
 
Si scopre scrittore e ne fa un romanzo.
 
Il manoscritto viene però perduto dalla moglie con cui era entrato in crisi, crisi che aveva portato al suo sfogo letterario.
 
Questo incidente porterà alla rottura definitiva del loro rapporto.
 
Quel romanzo sarà poi trovato per caso da un altro scrittore americano, in cerca di affermazione  in viaggio di nozze a Parigi.
 
Facendolo passare per suo lo pubblica con enorme successo.
 
Ma quel soldato, il vero autore, poi tornato in patria, si fa vivo con l’usurpatore.
 
Non lo ricatta, non vuole nulla. Vuole solo ristabilire la verità. Quel libro è la sua vita.
 
Con amarezza gli dirà che ha perduto l’amatissima moglie perché in quel momento di crisi, quando ha perso la testa per la perdita del manoscritto, lui ha dato più importanza alle parole del suo lavoro che a lei.
 
E’ la trama del film “The Words” , “le Parole”. Film che poi vive il suo epilogo con la messa in crisi dello scrittore fedifrago il quale in un sussulto di onestà, messo di fronte alla verità che aveva e si era sempre nascosto, a sua volta perderà la moglie, anche lei molto amata, alla quale ha voluto (non tenuto)  rivelare come stessero in realtà le cose.
 
Perché la moglie aveva creduto che quelle parole stupende fossero davvero le sue, che quelle parole fossero lui.
 
Il film termina (non è un giallo) con il dolore dello scrittore abbandonato il cui unico desiderio è il perdono della sua compagna.
 
Un film che potrà piacere o non piacere ma che mi ha fatto pensare.
 
Sappiamo che potere abbiano le parole.
 
La parola definisce e determina l’uomo, la donna. Una parola può segnare un rapporto. Lo può anche distruggere. Una parola può edificare o avvilire. Può sostenere o abbattere.
 
Noi non ce ne rendiamo conto ma nel momento in cui parliamo ci assumiamo una responsabilità enorme.
 
Come ce l’assumiamo nell’ascolto.
 
Chissà perché mi è venuto in mente l’episodio evangelico in cui si dice che il Re Erode ascoltava volentieri Giovanni Battista. Salvo poi fargli tagliare la testa su istigazione della moglie ferita, e questo è interessante, dalle stesse parole del Battista. Esattamente le stesse parole.
 
Recentemente RAI Storia ha realizzato una serie di documentari, molto belli, dedicati ai grandi discorsi di grandi personaggi. Quindi, per capirci,  discorsi come il celebre” I have a dream” di Martin Luther King o il discorso alla luna di Papa Giovanni XXIII.
 
Quanti film hanno nel “discorso” la loro “scena madre”: l’arringa dell’avvocato, il condottiero che lancia il suo piccolo drappello contro un grande esercito, l’amato o l’amata che sta per spirare..
 
Noi siamo affascinati dalle parole, a volte ubriacati, e ne sono una evidenza i deliranti talk show che ci vengono propinati in cui tutti sono presi dal vortice delle loro parole che come vento passano senza lasciare nulla.
 
Proprio in questi giorni una cara amica inglese di origini italiane, mi ha confidato che quando torna in Italia si diverte moltissimo a guardare le intemperanze verbali dei tanti dibattiti in cui tutti urlano e non si capisce nulla…

Insomma, una comica. Meglio, una tragicomica.
 
Quante persone ci sono che parlano e parlano, polarizzano l’attenzione e non danno aria e scampo agli altri, non accettano contradditorio e danno per scontato il consenso nei loro confronti, solo quello che dicono è giusto.
 
È un amaro dramma.
 
Perché la banalizzazione della parola la annulla.

Credo sia anche per questo che tutti i maestri di spiritualità, di tutte le religioni, invitino al silenzio, alla moderazione, al controllo della lingua.
 
E, se un credente è cristiano, all’ascolto della Parola di Dio.
 
L’unica Parola che può creare e sollevare lo stanco, far risorgere il morto, dare speranza e vita.
 
L’unica Parola che quando la senti vuoi solo stare zitto.
 
E ci stai bene.
Giulio Fezzardini