Il giovane ricco:
Gesù lo guardò, l’amò

 

Del racconto evangelico dell’incontro di Gesù con il giovane ricco si ricorda sempre il suo andarsene intristito all’invito di Gesù a liberarsi dei tanti beni e seguirlo.
 
Ma non è quello il vero punto della storia.
 
Matteo e Luca lo omettono, ma in Marco è scritto: Gesù lo guardò, l’amò.
 
Ecco il vero passaggio dalla morale alla carità evangelica.
 
Il giovane si presenta con le carte in regola di un comportamento pienamente conforme alla Legge, senza nulla da rimproverarsi, e Gesù con quello sguardo di amore gli dimostra in modo tangibile che cosa gli manca: quello sguardo, appunto.
 
Non basta fare le cose bene, Dio ci chiama ad altro.
 
Vuole tirare fuori da noi la cosa più difficile (impossibile agli uomini, ma non a Dio): la capacità di amare.
 
Forse nello sguardo triste del giovane che si allontana da Gesù non c’è solo la frustrazione per un’asticella posta troppo in alto, mentre lui era accorso fiducioso dal Maestro.
 
C’è anche un po’ di tristezza per essersi reso conto che la strada è più lunga e impervia di quanto immaginasse, che osservare i comandamenti di Dio è cosa buona e necessaria, ma che poi quelle regole devono trasformarsi in amore.
 
E qui non basta la volontà, serve un’alchimia continua della vita, il trasformare i comportamenti per dovere in gesti di carità e comunione.
 
Ecco perché la Legge dell’Antico Testamento non bastava, perché i farisei, gli scribi, dice Gesù, saranno preceduti da pubblicani e prostitute: per fare quel salto triplo mortale che conduce da una vita buona e onesta a un’esistenza spesa totalmente nell’amore serve riconoscere la distanza tra quello che noi siamo e l’amore soprannaturale di Dio, cioè la grazia.
 
Solo vedendo il vuoto che separa la morale dall’amore possiamo attrezzarci a compiere il passaggio, che consiste poi in questo: alla sponda dell’amore non ci arriviamo con le nostre gambe o i nostri mezzi, qualcun altro ci deve prendere per mano e portare lì.
 
Il pubblicano al fondo della sinagoga è consapevole di quello che gli manca, sa dove deve fermarsi perché la strada che va oltre non la può intraprendere con le sue forze.
 
Il fariseo no, ha in qualche modo già raggiunto la meta senza accorgersi di essere arrivato alla stazione sbagliata: quella della perfezione morale, non quella dell’amore.
 
Ma forse non è neppure colpa sua: l’amore non lo si raggiunge da soli, è sempre frutto di un incontro.
 
La morale ci tiene prigionieri nell’illusione dell’autosufficienza e della separatezza, l’amore richiede che ci sia un altro, o un Altro con l’iniziale maiuscola.
 
E allora è più utile rompere la propria gabbia di perfezione e guardare fuori, cercare questo altro e questo altrove, dove nell’incontro scocca il miracolo e l’incanto dell’amore.
 
Che non è mai dell’uno senza l’altro.
 
Neppure Gesù può essere amore senza il suo sguardo d’amore rivolto per sempre a ciascuno di noi.