La croce di Cristo:
Scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani

 

«chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me».
 
La croce è qualcosa che si porta; meglio ancora, è qualcosa a cui si aderisce e da cui non è più possibile staccarsi.
 
Il senso della croce sono i chiodi che ci tengono prigionieri di quel legno.
 
È questo legno che rende la croce quello che è, l’esservi uniti e in qualche modo incorporati.
 
Ma, allora, che cosa rappresenta il legno?
 
I padri della Chiesa, nei primi secoli di Cristianesimo, parlano di tre alberi: quello della vita, della conoscenza del bene e del male, e siamo nell’Eden, poi di un terzo albero: la croce di Gesù.
 
Decodificando il mito, la ribellione a Dio nella tentazione di sfamarsi dell’albero proibito, quello della conoscenza del bene e del male, richiede un nuovo albero che ripristini la comunione iniziale contrassegnata dall’albero della vita.
 
Gesù, allora, come nuovo Adamo, come possibilità data all’uomo di una nuova divinizzazione.
 
La risposta alla precedente domanda è, quindi: il legno rappresenta la vita.
 
La croce, prima ancora che un luogo di sofferenza è la vita nella sua dualità di sviluppo e di morte, di gioia e di dolore.
 
Portare la croce vuole dire, tautologicamente, vivere la vita, cioè vivere nella consapevolezza di quello che accade e nella adesione totale a questo accadere.
 
Questo fa Gesù: il morire in croce non è che l’ultimo passaggio di un’esistenza votata a prendere su di sé la pesantezza e la leggerezza del mondo, per sé e per gli altri uomini.
 
Con i quali condivide le sofferenze come le gioie, senza distinguere (l’albero della conoscenza) tra frutti buoni da mangiare e cattivi da scartare.
 
Tutto è cibo che viene da Dio, tutto va consumato come eucaristia, cioè rendimento di grazie al Padre.
 
Ecco perché molto prima di salirvi, Gesù invita i discepoli a farsi carico di quella croce: non si sale sul Calvario per un inatteso capriccio del destino.
 
Se si vuole abbracciare la vita occorre portare la croce, sempre, non come una orribile e scandalosa prospettiva che vorremmo, come fa Pietro (“lontano da me Satana”), evitare o allontanare il più possibile, nello spazio e nel tempo.
 
Alla facile mitologia della vita in pienezza che la cultura di massa transcodifica in paradisi artificiali, facili ed effimeri successi mediatici, il cristianesimo contrappone lo «scandalo» della croce come unica possibilità di una vita pienamente vissuta e, quindi, autentica.
 
Una vita che accoglie la gioia così come il dolore, il nascere come il morire.
 
“Tutto è grazia” esclamava alla fine dei suoi non molti anni il curato di campagna di Bernanos.
 
La sofferenza e il dolore ci sono e ci saranno comunque, se li riponiamo in un cassetto e buttiamo via la chiave non spariscono. Si ripresenteranno solo più tardi, quando non ci sarà più tempo per coglierne la prospettiva, il senso.