Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Quaresima per aiutarci a percorrere il cammino di preparazione alla Pasqua con maggior consapevolezza e maturità spirituale e crescere sempre di più nella comunione con il Signore risorto.

 
 

RIENTRA IN TE STESSO
2^ predica di Quaresima

 

Sant’Agostino ha lanciato un appello che a distanza di tanti secoli conserva intatta la sua attualità: “In teipsum redi. In interiore homine habitat veritas”: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità”.
 
In un discorso al popolo, con insistenza ancora maggiore, esorta:
 
Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio” .
 
Proseguendo il commento iniziato in Avvento sul versetto del Salmo “L’anima mia ha sete del Dio vivente”, riflettiamo sul “luogo” in cui ognuno di noi entra in contatto con il Dio vivente.
 
In senso universale e sacramentale questo “luogo” è la Chiesa, ma in senso personale ed esistenziale esso è il nostro cuore, quello che la Scrittura chiama “l’uomo interiore”, “l’uomo nascosto nel cuore”.
 
A questa scelta ci spinge anche il tempo liturgico in cui ci troviamo.
 
Gesú in questi quaranta giorni è nel deserto, ed è lì che lo dobbiamo raggiungere. Non tutti possono andare in un deserto esteriore; tutti però possiamo rifugiarci nel deserto interiore che è il nostro cuore. “Nell’interiorità dell’uomo abita Cristo”, ci ha detto Agostino.
 
Se vogliamo un’immagine plastica o, un simbolo, che ci aiuti ad attuare questa conversione verso l’interno, ce la offre il Vangelo con l’episodio di Zaccheo. Zaccheo è l’uomo che vuol conoscere Gesù e, per farlo, esce di casa, va tra la folla, sale su un albero… Lo cerca fuori. Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza.
Noi somigliamo spesso a Zaccheo. Cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.
 
Interiorità, un valore in crisi
 
L’interiorità è un valore in crisi.
 
La “vita interiore” che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto. Ci sono dizionari di spiritualità che omettono del tutto le voci “interiorità” e “raccoglimento” e altri che le portano, ma non senza esprimere qualche riserva. Per esempio, si fa notare che, dopo tutto, non c’è nessun termine biblico che corrisponda esattamente a queste parole; che potrebbe esserci stato, in questo punto, un influsso determinante della filosofia platonica; che esso potrebbe favorire il soggettivismo e così via.
 
Un sintomo rivelatore di questo calo del gusto e della stima dell’interiorità è la sorte toccata all’Imitazione di Cristo che è una specie di manuale di introduzione alla vita interiore. Da libro più amato tra i cristiani, dopo la Bibbia, esso è passato, in pochi decenni, a essere un libro dimenticato.
 
Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura.
 
La nostra “composizione”, cioè l’essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l’esterno, il visibile e il molteplice.
 
Come l’universo, dopo l’esplosione iniziale (il famoso Big bang), anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro.
 
Non si sazia l’occhio di guardare, né mai l’orecchio è sazio di udire”, dice la Scrittura (Qo 1, 8).
 
Siamo perennemente “in uscita”, attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi.
 
Altre cause sono invece più specifiche e attuali.
 
Una è l’emergenza del “sociale” che è certamente un valore positivo dei nostri tempi, ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all’esterno e la spersonalizzazione dell’uomo. Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l’interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all’inconscio dell’uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.
 
In campo ecclesiale, l’affermarsi, con il Concilio, dell’idea di una “Chiesa per il mondo” ha fatto sì che all’ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l’ideale della fuga verso il mondo.
 
L’abbandono dell’interiorità e la proiezione all’esterno è un aspetto – e tra i più pericolosi – del fenomeno del secolarismo.
 
C’è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio, o della città secolare.
 
Dio – si dice – ci ha dato lui stesso l’esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall’interiorità trinitaria, si è “mondanizzato”, cioè disperso nel profano. È diventato un Dio “fuori di sé”.
 
L’interiorità nella Bibbia
 
Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l’elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduchi di cui si è rivestito lungo i secoli. È quello che il Concilio Vaticano II ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l’albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.
 
Già i profeti d’Israele avevano lottato per spostare l’interesse del popolo dalle pratiche esteriori di culto e dal ritualismo, all’interiorità del rapporto con Dio. “Questo popolo – leggiamo in Isaia – si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani” (Is 29, 13). Il motivo è che “l’uomo guarda le apparenze, ma Dio scruta il cuore” (1 Sam 16, 7). “Laceratevi il cuore, non le vesti, si legge in un altro profeta” (Gl 2, 13).
 
È il tipo di riforma religiosa che Gesù ha ripreso e portato a compimento. Uno che esamini l’operato di Gesù e le sue parole, fuori da preoccupazioni dogmatiche, da un punto di vista di storia delle religioni, nota anzitutto una cosa: che egli ha voluto rinnovare la religiosità giudaica, finita spesso nelle secche del ritualismo e del legalismo, rimettendo al centro di essa un rapporto intimo e vissuto con Dio. Egli non si stanca di richiamare a quell’ambito “segreto”, il “cuore”, dove si opera il vero contatto con Dio e con la sua vivente volontà e da cui dipende il valore di ogni azione (cf Mt 15, 10 ss).
 
Il richiamo all’interiorità trova la sua motivazione biblica più profonda e oggettiva nella dottrina della inabitazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nell’anima del battezzato.
 
Con il passare del tempo, nella visione biblica dell’interiorità cristiana qualcosa si era offuscato, contribuendo alla crisi di cui ho parlato sopra. In certe correnti spirituali, come in alcuni dei mistici renani, si era offuscato il carattere oggettivo di questa interiorità. Essi insistono sul ritorno al “fondo dell’anima” mediante quella che essi chiamano “introversione”. Ma non sempre appare chiaro se questo “fondo dell’anima” appartiene alla realtà di Dio o a quella dell’io, o, peggio, se esso è tutte e due le cose insieme, panteisticamente fuse.
 
Negli ultimi secoli l’aspetto del metodo aveva finito per prevalere sul contenuto dell’interiorità cristiana, riducendola talvolta a una specie di tecnica di concentrazione e di meditazione, più che all’incontro con il Cristo vivente nel cuore, anche se non sono mancate in nessuna epoca, splendide realizzazioni dell’interiorità cristiana. Santa Elisabetta della Trinità è nella linea della più pura interiorità oggettiva, quando scrive: “Io ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore” …..

 

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