Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Quaresima per aiutarci a percorrere il cammino di preparazione alla Pasqua con maggior consapevolezza e maturità spirituale e crescere sempre di più nella comunione con il Signore risorto.

 
 

LA IDOLATRIA, ANTITESI DEL DIO VIVENTE
3^ predica di Quaresima

 

Ogni mattina, al risveglio, noi facciamo un’esperienza singolare, alla quale non facciamo quasi mai caso.
Durante la notte, le cose intorno a noi esistevano, erano come le avevamo lasciate la sera prima: il letto, la finestra, la stanza. Forse fuori già splende il sole, ma non lo vediamo perché abbiamo gli occhi chiusi e le tendine abbassate. Solo adesso, al risveglio, le cose cominciano o tornano ad esistere per me, perché ne prendo coscienza, mi accorgo di esse. Prima era come se esse non esistessero, come se io stesso non esistessi.
 
Avviene la stessa cosa con Dio.
 
Lui c’è sempre; “in lui ci muoviamo, respiriamo e siamo”, diceva Paolo agli ateniesi (Atti 17, 28); ma di solito ciò avviene come nel sonno, senza che ce ne rendiamo conto.
 
Occorre anche per lo spirito un risveglio, un soprassalto di coscienza. Ecco perché la Scrittura ci esorta così spesso a svegliarci dal sonno: “Svegliati tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14), “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!” (Rom 13, 11).
 
L’idolatria antica e nuova
 
Il Dio “vivente” della Bibbia è così definito per distinguerlo dagli idoli che sono cose morte.
 
È la battaglia che accomuna tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Basta aprire quasi a caso una pagina dei profeti o dei salmi per trovarvi i segni di questa epica lotta in difesa del Dio unico d’Israele.
 
L’idolatria è l’esatta antitesi del Dio vivente.
 
Degli idoli, un salmo dice:
 
Gli idoli delle genti sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Hanno mani e non palpano,
hanno piedi e non camminano;
dalla gola non emettono suoni. (Sal 114, 3-7).
 
Dal contrasto con gli idoli, il Dio vivente appare come un Dio che “opera ciò che vuole”, che parla, che vede, che ode, un Dio “che respira”!
 
Il respiro di Dio ha anche un nome nella Scrittura: si chiama la Ruah Jahwe, lo Spirito di Dio.
 
La battaglia contro l’idolatria non è purtroppo terminata con la fine del paganesimo storico; è sempre in atto. Gli idoli hanno cambiato nome, ma sono più che mai presenti. Anche dentro ognuno di noi, vedremo, ne esiste uno che è il più temibile di tutti. Vale la pena perciò soffermarci per una volta su questo problema, come problema attuale, e non solo del passato.
 
Chi ha fatto dell’idolatria l’analisi più lucida e più profonda è l’apostolo Paolo. Da lui ci lasciamo guidare alla scoperta del “vitello d’oro” che si annida dentro ognuno di noi. All’inizio della lettera ai Romani leggiamo queste parole:
 
“In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1,18-21).
 
Nella mente di quelli che hanno studiato teologia, queste parole sono legate quasi esclusivamente alla tesi della conoscibilità naturale dell’esistenza di Dio a partire dalle creature. Perciò, una volta risolto questo problema, o dopo che esso ha cessato di essere attuale come in passato, avviene che molto raramente queste parole vengano ricordate e valorizzate. Ma quello della conoscibilità naturale di Dio è, nel contesto, un problema del tutto marginale. Le parole dell’Apostolo hanno ben altro da dirci; esse contengono uno di quei “tuoni di Dio” capaci di schiantare anche i cedri del Libano.
 
L’Apostolo è intento a dimostrare qual è la situazione dell’umanità prima di Cristo e fuori di lui; in altre parole, da dove parte il processo della redenzione. Esso non parte da zero, dalla natura, ma da sottozero, dal peccato. Tutti hanno peccato, nessuno escluso.
 
L’Apostolo divide il mondo in due categorie: Greci e Giudei, cioè pagani e credenti, e comincia la sua requisitoria proprio dal peccato dei pagani. Individua il peccato fondamentale del mondo pagano nell’empietà e nella ingiustizia. Dice che esso è un attentato alla verità; non a questa o quella verità, ma alla verità originaria di tutte le cose.
Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, l’Apostolo lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio.
 
In altre parole, nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nel non tributare a lui la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove, però, ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.
 
Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3).
 
Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di annullare l’infinita differenza qualitativa che c’è tra la creatura e il Creatore, rifiutando di dipendere da lui. Tale rifiuto ha preso corpo, concretamente, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore (cf Rm 1, 25).
 
I pagani, prosegue l’Apostolo, “hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,22-23).
 
L’Apostolo non vuole dire che tutti i pagani, indistintamente, siano vissuti soggettivamente in questo tipo di peccato (più avanti parlerà di pagani che si rendono accetti a Dio seguendo la legge di Dio scritta nei loro cuori, cf Rm 2,14 s); vuole solo dire qual è la situazione oggettiva dell’uomo davanti a Dio dopo il peccato.
 
L’uomo, creato “retto” (nel senso fisico di eretto e in quello morale di giusto), con il peccato è diventato “curvo”, cioè ripiegato su se stesso, e “perverso”, cioè orientato verso se stesso, anziché verso Dio.
 
Nell’idolatria, l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio.
 
Le parti vengono invertite: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss). C’è in tutto ciò un rimando, almeno implicito, al racconto della creazione (cf. Gen 1,26-27).
 
Lì si dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; qui si dice che l’uomo ha scambiato per Dio l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile. In altre parole, Dio fece l’uomo a sua immagine, ora l’uomo fa Dio a sua immagine.
 
Poiché l’uomo è violento, ecco che farà della violenza un dio, Marte; poiché è lussurioso, farà della lussuria una dea, Venere, e così via.
 
Fa di Dio la proiezione di se stesso…..

 

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